8 dicembre 2019

Il mio Cinghiale

Ormai più di un anno fa mi ero divertito un sacco a correre nella palta e sotto la pioggia laggiù in mezzo agli Appennini, tanto che ho pensato bene di tornarci anche quest'anno, al Cinghiale, che non è un animale, come canta non ho proprio capito perché Max Pezzali in una delle sue ultime canzoni,  ma il nome dell'ultimo vero ultra trail dell'anno, quello per gente a caccia di punti ITRA o preoccupata di cadere in crisi di astinenza. Io ero fra i secondi.

Così anche quest'anno a fine novembre scendo a Palazzuolo sul Senio per prendere il via nella gara da 93 km, che quest'anno è composta da 3 giri, rispettivamente da 42, 21 e 30 km, o giù di lì. Annunciano molta meno palta e molta meno acqua dell'anno scorso e, dato che nel 2018 sono inaspettatamente arrivato nei primi 10, al fuocherello che mi scalda prima di partire (ma è molto meno freddo di quello che avevo temuto la sera prima) coltivo propositi agonisticamente bellicosi.

Che durano pochissimo. Dopo il primo chilometro dove i primi partono come le schioppettate, e senza avere per niente l'aria di quelli che esploderanno poco dopo, mentre il mio non-amico buio mi accompagna su per la prima salita, mi rendo conto che è meglio pensare di arrivare in fondo, che 90 km sono pur sempre 90 km, e io ultimamente non mi sono neanche allenato un granché. Mi superano a frotte e per come mi sento non mi pare proprio il caso di corrergli dietro. Vedremo se qualcuno riuscirò a pigliarlo più tardi.

Il primo giro è proprio lungo: forse il fatto che abbia gli stessi km di una maratona, con l'aggiunta di qualche migliaio di metri di dislivello poteva farmelo sospettare. Ci regala una bella aurora (ma già l'alba è coperta, non esageriamo con il sole) e innumerevoli su e giù fra gli Appennini, con un notevole "su" condito di sassoni, un guado carino di un torrente, e pochi altri scorci davvero memorabili.

Quando si torna a Palazzuolo per la prima volta, il tracciato passa vicinissimo a dove ho materassino e sacco a pelo, e confesso che un briciolo di tentazione mi assale. Però al ristoro ho appena mangiato come un bue (raramente in una gara di trail si è vista una tale varietà e ricchezza ai ristori!) e se mi fermassi rischierei di rovinare la linea. Riparto così per il secondo giro, che è il più corto, ma anche, a mio modesto parere, il più noioso, con una successione di salite su colline che sembrano sempre la stessa.  Ad interrompere un po' la routine ci pensa Lisa Borzani, che incontro più o meno a metà giro. 

Per chi non la conoscesse, Lisa Borzani è una che fra le altre cose ha vinto un paio di TOR de Geants. Nel 2016 ci ha messo 91 ore: tanto per avere un'idea, io, se fosse andato tutto benissimissimo, potevo mettercene forse 110. Purtroppo per lei, quest'anno si è infortunata e sta ancora riprendendosi, così non fa ancora gare "serie". Doveva partecipare alla 30 km, ma poi ha deciso di fare un pezzo col suo compagno, che corre la 90, e per caso ci ho fatto un pezzo insieme anch'io. Il fatto che lei avesse dei polmoni da TOR, ma corresse a ritmo da me, le permetteva di avere una riserva di fiato praticamente inesauribile, quindi ha parlato ininterrottamente per 10 chilometri. Così stando dietro ai suoi aneddoti me la sono passata abbastanza, e a quel punto, una volta tornato a Palazzolo, mancava solo un giro.

Chepperò era da 30 km e duemila e rotti metri di dislivello, quindi non proprio una gitarella. Oltretutto questo giro pensavo di ricordarmelo dall'anno scorso, ma come al solito me ne ricordavo solo alcuni pezzi, così sembrava allungarsi mano a mano che andavo avanti. Attorno al 90esimo mi è anche morto il gps, così non potevo più affidarmi neanche a lui per capire quanto mancasse alla fine, e Palazzuolo, visto dal lato da cui si arrivava nell'ultimo giro, faceva un inquietante effetto "aeroporto in città".  

Avete presente quando si atterra in un aeroporto di quelli in mezzo alle città, in cui guardando fuori dal finestrino fino all'ultimo si vedono tetti di case, e, anche se sai che è impossibile che il pilota faccia una cosa così stupida, fino all'ultimo hai il dubbio che l'aereo sia sceso troppo presto e finirai sul tetto di una casa, ma poi all'ultimissimo compare la pista e tiri un respiro di sollievo? Ecco, Palazzuolo vista da quella parte è una roba simile, perché fino a pochissimo dall'arrivo non vedi una luce che sia una, e anche se continui a seguire le balise, che ti assicurano che sei sulla strada giusta, dentro di te (dentro il tuo cervellino e le tue gambine che si sono già sciroppati 90 km) rimane fino all'ultimo il dubbio di essere scesi nella valle sbagliata e di dover quindi risalire e riscendere un'altra volta.

Poi le luci compaiono, e subito dopo anche il paese, e a quel punto l'arrivo è talmente vicino che non arriveresti neanche a farti bello, se ce ne fosse il bisogno. Nel mio caso non ce n'è, perché è buio, perché i primi sono arrivati da mo' (da più di 4 ore...), e anche il decimo è arrivato da un po' (da quasi 50 minuti). Io, che pensavo di aver corso proprio bene nell'ultimo giro, scopro solo un po' di tempo dopo l'arrivo che mi sono piazzato al 14esimo posto, e scopro solo qualche giorno dopo, che al 63esimo km ero a una mezzora dal mio "riferimento cronometrico" (Giorgio, un triestino che da un anno a questa parte si allena come un forsennato, tanto che ho smesso di seguirlo su FB perché mi deprimeva troppo vedere quanto più di me si allena), mentre alla fine mi ha dato un'ora e venti. Che vuol dire che nell'ultimo giro non sono andato bene per niente. Pazienza.

Me ne torno a casa con la conferma che gli Appennini non sono proprio il mio posto, ma che piuttosto che stare a casa a pensare all'anno prossimo, anche il Cinghiale va benissimo. Anno prossimo che, come il 2018, inizierà prestissimo, dato che il 5 di gennaio sarò già sul Carso a tentare di ibernarmi al Trail della Bora, quest'anno in versione "iper", non balisato, con partenza da Gorizia e con 10 km e 4000 metri di dislivello in più del banale "ultra" dell'anno scorso. 

Potrei anche riuscirci.


12 novembre 2019

Esami di riparazione

Non essendo quest'anno riuscito a vincere proprio una cippa (ma cippa cippa, neanche una garetta oratoriale, niente di niente) mi sono concesso, o meglio mia moglie (che a volte mi vuole troppo bene) mi ha concesso, un esame di riparazione in quel di Bassano. Qualche anno fa laggiù ero arrivato secondo alle spalle di un certo Stefano Maddalena, che non sapevo ancora bene chi fosse. 

Viaggio di andata sotto il diluvio universale, previsioni meteo orende, probabilità di vittoria vicine allo zero (l'M35 è troppo sguarnita per darmi un minimo di soddisfazione, così "ripiego" sull'elite, dove c'è un certo Davide Martignago che quest'anno in città me le ha suonate SEMPRE, e qualche giovincello un pelo più fresco di me.

Andando subito al sodo, il risultato più positivo della giornata è stato arrivare vivi a Bassano. La quantità d'acqua che veniva giù, la quantità di buche sulla statale della Valsugana, e la totale inadeguatezza del nostro mezzo di trasporto (nel quale, fra le altre cose, funzionava solo il tergicristallo del guidatore, e io, da passeggero, ho vissuto nel terrore per tutto il viaggio) mi hanno fatto più volte temere che quella di scendere in Veneto fosse stata un'idea proprio del cavolo.
 
In gara, le cose sono andate meteorologicamente meglio (quando sono partito addirittura non pioveva, e il diluvio è ricominciato solo verso la fine) ma sportivamente non molto. Io di mio ci ho messo "solo" una probabile scelta sbagliata per la 1 (conveniva stare bassi sul lungo fiume), una scelta sbagliata alla 5 (col senno di poi, meglio da sud), una patetica esitazione davanti al portico sbagliato andando alla 8, e un clamoroso incartamento nel giretto 15-18, dove prima non trovavo la 16, poi mi sono reso conto che in realtà non trovavo la 18, e poi ci ho messo ancora un po' a trovare la 18 quando dovevo andare davvero lì).

I miei avversari Martignago Dav e Bazzan Alb in compenso hanno infierito per tutta la gara, concedendomi uno split migliore del 3° solo alla 4 (1'' meglio di Dav), alla 13 (1'' meglio di Dav), alla 15 (7'' meglio di Alb), alla 20 (2'' meglio di Alb), e addirittura il miglior tempo alla 24, dove provabilmente la mia scelta filante da nord era più efficace e mi ha regalato 3'' meno di Dav e 4'' meno di Alb.

Per scongiurare una stagione completamente da "zero tituli", posso a questo punto contare solo su qualche garetta di fine corso, organizzata da mio suocero per i suoi studenti delle superiori. Oppure vincere il Trail del Cinghiale, ma la vedo duretta.


31 ottobre 2019

The Coppa Italia Final

Arrivo a Peschiera con un morale parecchio migliore di quello delle ultime gare e con grandi aspettative: l'ultima gara nazionale dell'anno in città, da qualche anno mi sorride molto: 2018 primo degli italiani a Montalcino davanti al Perfido Ruggiero, 2017 secondo a Bologna, 2016 primissimo a Siena (davanti a Ola Skepp, Ilya Gusev, STEFANO MADDALENA, Marietto Ruggiero: la gara della vita), 2015 primo a Schio, 2014 niente gare autunnali in città, 2013 primo a Roma. Sarà il clima di inizio autunno che mi fa bene, per qualche misterioso motivo.

A Peschiera il clima è più da fine estate che da inizio autunno, ma speriamo bene. Anche perché il parterre è piuttosto folto di signori atleti, nonostante i soliti finti vecchietti paraculi rifugiati in M40 e in M45, e la perdurante assenza del Perfido (e di Auser). Sono infatti schierati al via Davide Martignago, Emiliano, Ingemar, Francesco Raimondo (outsider vincitore a Mantova), e, per la prima volta fra noi di mezza età, il giovincello Davide Miori, che me le ha date da che mondo è mondo (cioè da quando correvamo insieme in MA). Insomma, correre una buona gara potrebbe anche non bastare neanche per il podio.

La gara è molto carina, perché è fatta di tre parti molto diverse fra loro (almeno per noi giovincelli che partiamo dalla partenza verde): caos fra le casette del camping dalla 1 alla 5, trasferimento di corsa dalla 6 alla 10, centro storico alla Venezia dalla 11 alla 19.

Siccome le casette mi spaventano, penso bene di partire senza nessuna strategia per affrontarle. Conto le stradine e poi vado un po' a caso. La strategia giusta, udite udite, era quella di contare anche le casette. Io lo capisco solo alla 2, così alla prima ci perdo 20'' (ma ce li perde anche Emiliano) piazzandomi ad un terrificante 12esimo posto su 16, e poi mi metto un po' in riga, finendo per uscire dal campeggio in onorevolissima seconda posizione a 26'' da Davide Martignago.

La parte corri-mona naturalmente mi viene benissimo, soprattutto nella tratta 7-8, dove ho davanti Massimo Bianchi (che vincerà la M40) e raddoppio la mia velocità di corsa per superarlo (dando 5'' a DavMart, che non va proprio pianissimo).

Poi una volta arrivato nella parte più bella, incappo una in un momentus horribilis rimediando dalla 9 alla 12 un totale di 53'' di distacco, correggendo in corsa la scelta per la 10, non correggendo affatto la stupida scelta per la 11 (non avevo assolutamente visto la stradina curva), e andando scioccamente fino al fiume invece di tagliare subito dentro per la 12.

Da lì in poi corro (virtualmente) pochi passi dietro a Dav Mart e praticamente incollato a Emiliano (sempre virtualmente), chiudendo terzo, a 1'36'' dal primo, ma soli 9 dolorosi secondi dal secondo.

Non correndo né a Roma né a Venezia, ed essendo impegnato altrove quando si correrà non si sa bene dove la festa di fine anno del Comitato Trentino, mi sa proprio che la mia stagione orientistica finisce qui. Sigh.







21 ottobre 2019

Long in Viote

Dopo la desolante prestazione del sabato nella sprint, la domenica (quasi un mese fa...) è turno di long in bosco: per me, tolta la o-marathon, la seconda long dell'anno, ma la prima era una cosa ridicola da 55 minuti.

Si vocifera che sarà davvero long, ma come si sa la long-hezza non è un mio problema. Lo è parecchio di più la fiducia nei propri mezzi, tanto più visto il risultato del giorno prima. Tanto più visto il risultato della prima (lanterna) dove solo Daniele Martignago mi salva dal peggior tempo. Vero che in queste zone da piccolo ci venivo con mio papà a funghi, ma era evidente che quel giorno funghi non ce n'erano, quindi potevo evitare di perderci 2 minuti.

Col passare delle lanterne comincio a riprendere un minimo di confidenza con la carta, ma senza risultati apprezzabili, anzi, alla 8 faccio la Madre di Tutte le Scelte Idiote, allungandola e andando anche a complicarmi la vita sotto un roccione su cui alla fine non ho il coraggio di salire. E quando arrivo in zona punto non mi torna nulla, e la scarsa autostima di cui sopra mi impedisce persino di pensare che i cartografi abbiano semplificato un pelo troppo, l'unica volta che è davvero così. Quando vado a guardare il codice di una lanterna che sono certo che no sia la mia, invece lo è, e piango. 7 minuti peggio dei migliori.

Le mie doti di trail runner dovrebbero rifulgere per la 10, dove però probabilmente sbaglio scelta: sarebbe stato meglio andare subito a est in curva di livello, e buttarsi al volo al sentiero che portava nell'angolo nord del pratone, risparmiando un bel po' di dislivello.

Alla 11 avvisto Simone Rocca, il che vuol dire che almeno non sono di nuovo ultimo, e ho un sussulto di orgoglio che mi spinge ad infilare una serie di buoni tempi fino alla 17 (ok, metà erano più una campestre che una gara di orienteering, però Emiliano alla 15 ci ha perso un minuto). Alla 17 purtroppo raggiungo Daniele Martignago, e nonostante ci sia un sentiero che porta ad un altro sentiero che port praticamente alla 18, tutto sotto la linea rossa, non riesco di fare a meno di guardare più lui che la carta, e ad andarmene (con lui) in tanta m. con un angolo di almeno 40° dalla direzione giusta, perdendo 2' e lasciando il quarto posto a suo fratello.

Peccato, era una bella gara, anche se non si vedeva una cippa né del panorama sul Brenta di cui si gode di solido da lì, né delle Tre Cime, che non saranno quelle di Lavaredo, ma sono le montagne della mia infanzia.



14 ottobre 2019

Tutto da capo.

Avendo lasciato passare troppi mesi dal mio ultimo post, sono stato giustamente punito dai Grandi Dei dell'Orienteering, che mi hanno fatto ritornare al via.

Correva l'anno 2002 e io ero un non tanto giovane di nessuna speranza, alle prese con le mie prime gare di orienteering. Correvo in categoria MC, anzi, HC come si chiamava allora, quella di quelli che non hanno ancora chiarissimo che una cartina non serve solo ad arrotolarsi le canne e una bussola non è solo quella dove si mette la posta.

Di orientamento capivo poco o niente (e infatti correvo su tracciati quasi imbarazzanti anche per un tredicenne), ma avevo già un rivale: si chiamava Daniele Martignago. A volte mi batteva lui, a volte lo battevo io (certamente Stegal si ricorderà la gara di Passo Coe del 2003, a cui potrebbe anche riferirsi la foto a fianco, in cui mentre in MA Emiliano Corona dava 4' a Stefano Cristellon, in MC io davo 2'' a D.M., ma solo per il secondo posto) ed era a Daniele Martignago che pensavo quando dovevo fare le ultime ripetute gli ultimi 10' dei 30' del mio secondo e ultimo allenamento settimanale. Lui era un atleta cicciottello con l'aria sempre un po' incazzata, io uno spilungone per lo più sorridente, e negli anni a seguire il mio tarlo agonistico aveva spinto me ad allenarmi sempre di più spiccando il volo (?) per le categorie superiori, mentre lui se ne era rimasto tranquillo nelle retrovie.

Poi siamo invecchiati tutti e due, e ci siamo ritrovati in M35 (più che altro perché io non mi rassegno all'idea di essere più vecchio ancora). Lui dopo essere dimagrito parecchio e aver iniziato ad allenarsi seriamente, io dopo niente.

Ero sempre riuscito a tenermelo dietro. Ero.

Sabato 29 settembre 2019 si corre una gara di Sprint Race Tour a Candriai, sette case in croce sul Monte Bondone, la montagna delle mie vacanze estive dagli 0 ai 20 anni di età. In M35 siamo in 3: io, Emiliano Corona e Daniele Martignago. 

Dopo un'estate dedicata soprattutto al trail running, non prendo in mano una carta da mesi, e non mi ricordo neanche l'ultima volta che ho corso a meno di 10'/km. In più è uno di quei periodi di autostima sotto le scarpe, che se non fosse perché ormai ho gli automatismi, non sarei neanche sicuro di essere capace di allacciarmele, le scarpe.

Evidentemente però qualche misterioso ori-neurone è ancora attivo in qualche zona oscura del mio cervello, perché nelle prime 4 lanterne faccio 4 migliori tempi. Immagino che alla mia autostima farebbe molto piacere saperlo, ma ovviamente lo scoprirò solo qualche giorno dopo. Così invece di convincermi che sono un gran ori-figo, continuo ad aggirarmi un po' depresso per i boschetti intorno a Candriai, cedo 1'' alla 5 e poi faccio una scelta del cavolo per la 6, regalando 15'' e il primo posto da lì alla fine, ad Emiliano. Ma c'è ancora un secondo posto da difendere.

Inutile menarla per altre 20 lanterne, la sostanza è che a meno di una leggera debacle alla 8, corro una gara dignitosa con alcuni altri migliori tempi fino alla 18, dove arrivo al secondo posto, 30'' dietro ad Emiliano e quasi 2' davanti a Daniele. La 19 è una lanterna che anche un MC sbaglierebbe difficilmente, probabilmente si trova anche sul tracciato degli M12. Dista in linea d'aria 52 metri dalla 18, bisogna fare un pezzo di prato, poi un pezzo di sentiero, e poi si vede poco più in alto. Emiliano ci mette 23'', Daniele 25'', io dueminutiesettesecondi.Perché nel mio cervello la cartina si è girata come quelle immagini in cui prima una cosa ti sembra in rilievo e poi ti sembra incavata, e io decido che la 19 è in un avallamento, così vado a cercare un avallamento.

Quando capisco cosa ho fatto mi sento un tantino pirla, e questo inficia un pelo il resto della mia gara, tanto che dopo un fuoco di paglia alla 20, faccio il peggior tempo in tutte le lanterne da lì alla fine, con menzione d'onore per la 22, dove perdo quasi 40'' mentre bastava seguire il sentiero, e la 23 dove mi incaponisco lungo il salitone invece di fare il giro.

Morale della favola: Primo Corona, secondo Martignago, terzo Pedrotti. Come nel 2002. :-(


15 luglio 2019

#MyLUT

Ok, a rigore rigore io la LUT (120+5.600 m D+) non l'ho corsa, io ho fatto la Ultradolomites, una delle sue sorelle minori, di soli 87 km e 4.800 metri di dislivello. Però in fondo ho saltato solo quelli che tutti definiscono come "30 km di forestali corribili" (e 800 metri di dislivello in 30 km sono proprio poca cosa), quindi non fate troppo i pignoli.Com'è la LUT? Bellissima. Sì, se la tira anche un bel po', ma se sei Angelina Jolie o Brad Pitt, puoi anche tirartela un po' e nessuno potrà lamentarsi più di tanto. E magari a qualcuno/a di quelli che stanno leggendo, A.J. e B.P. sembrano due rospi, ma il titolo è "MyLUT", quindi pazienza.

In una gara così è normale andare in crisi almeno una volta e dato che io sto diventando (vecchio e) saggio, ho pensato di partire già in crisi, così un lavoro era fatto. Mi sono trascinato per i primi 11 km (a onor del vero gli unici bruttini della gara) con un senso di pesantezza alle gambe e all'anima, che mi hanno spinto addirittura a chiedermi se quelli della LUT e quelli della Gazzetta si sarebbero arrabbiati tanto se invece di finire e scrivere l'articolo promesso, mi ritiravo dopo un'ora di gara. E prima ancora di trascinarmi per i primi 11 km, in partenza, dove tutti sfoderavano i famosi occhi della tigre che già vedevano le Tre Cime e l'arrivo, io ero lì con due occhi da triglia, capace solo di pensare che avevo sonno, freddo, e il tasso di adrenalina che ho di solito in coda al bancone del formaggio del supermercato.

Poi si è accesa la Luce, e non si è più spenta. Ho tirato ogni singolo metro, fino all'arrivo, e magari "tirare" per me è un po' meno che "tirare" per i primi, ma che soddisfazione riuscire a sentirmi sempre in spinta, anche quando qualcosa dentro di me cominciava a pensare che magari se un po' alla volta finiva, non era poi così male, anche nei 15 km di discesa finale (di cui un pezzo con pendenza da accartocciarsi i quadricipiti femorali), che se non ne avevi più ti mettevi a piangere, ma io ne avevo ancora un sacco!

La Luce si è accesa quando è cominciata la salita vera verso le Tre Cime di Lavaredo. Prima ho smesso di farmi superare ogni minuto da qualcuno, poi ho cominciato a vedere se riuscivo ad attaccarmi "a quel trenino lì davanti", poi ho iniziato a prendere e superare tutti i trenini che incontravo, e quando sono scoppiato a piangere (con singhiozzi e tutto, giuro) davanti alla nord delle Tre Cime, non c'erano più trenini da prendere, ma solo vagoncini qui e là, da pigliare e staccare uno per uno: 101° ai laghi di Lavaredo, 81° a Cimabanche, 80° a Malga Ra Stua (ma non vale, perché mi sono fermato a fare il bagno nel torrente prima del rilievo, togliendomi le scarpe prima di entrare e asciugandomi i piedi prima di rimettermele: 6' di sosta certificati dal gps!), 70° a Malga Travenanzes, 65° a Col Gallina, 63° al Rifugio Averau, 58° a Passo Giau, 53° al Rifugio Croda da Lago e all'arrivo (anche se non mi è chiarissimo come sia possibile, dato che fra l'ultimo rifugio e l'arrivo ho superato almeno 3 persone e non mi ha superato nessuno). Insomma, agonisticamente, per me, un successone.

E un successone anche da tutti gli altri punti di vista, perché dopo il 12° km non ho guardato una sola volta l'orologio, e non ho pensato una sola volta che il posto dove ero non fosse stupendo, con varie volte in cui ho invece pensato che era stupendissimo, e ancora di più in cui non ho proprio pensato niente, perché non c'era niente da pensare, ma solo da correre, respirare e guardarsi in giro. O anche da buttarsi in un torrente o in un laghetto, cosa che ho fatto tre volte con grandissima goduria, più una doccia sotto una cascata in val Travenanzes, e innumerevoli soste per bere o pociare nei torrenti.

Poi, se cercate la gara dove correre in solitaria voi e i monti, non è questo il posto. Soprattutto correndo la "media", dal punto dove si congiunge con la lunga, passi tutto il resto della gara a superare quelli più lenti dell'altra gara, quindi sono proprio pochi i momenti in cui te ne stai per conto tuo. E' vero che in media quelli che superi sono talmente cotti che non è che parlino moltissimo, ma è anche vero che il tendone del ristoro di metà gara sembra un piccolo Oktoberfest, dove invece di donnone che imbracciano kriegel, ci sono individui non tanto vestiti che cercano di rianimarsi, e parenti  amici che cercano di aiutarli a farlo, ma c'è comunque un gran casino. Così come c'è agli altri ristori, all'arrivo, in giro per Cortina (al supermercato centrale del paese, sembrava di essere in un nel market interno di un campeggio nudisti: lì tutti nudi, qui tutti (beh, dai, tantissimi) con il braccialettino dei partecipanti alla gara: giallo quello dei super fighi, verde quello dei medi come me, rosso quello dei "principianti" del Cortina Trail, bianco quello dei velocisti della SkyRace)

Insomma, intimo proprio no, ma ciononostante emozionante, stupefacente, ispirante, pacificante, gratificante, e tantissimi altri -ante e -ente che mi fanno dire che è sicuramente una gara da cercare di correre, se vi piacciono quelle robe lì. A me l'unico dubbio che è rimasto, è se arrivare all'alba alle Tre Cime non valesse la pena di corrersi quei famosi 30 km di forestali pallose in mezzo al bosco...

Se le mie parole non vi bastano, guardatevi il video qui sotto, che sembra la solita esagerazione da teaser o da pubblicità, ma invece la LUT è proprio così. Soprattutto se hai il culo di beccarla in una giornata come questa che abbiamo beccato noi quest'anno.

21 giugno 2019

Campionati trentini middle e long

Come si sa, nell'orienteering correre non basta. E io al momento ho neuroni a sufficienza giusto giusto per seguire un percorso fettucciato. Quindi, vado fortissimo fino al via, a volte anche fino alla svedese, poi è notte fonda. Non è né una questione tecnica, né di concentrazione, semplicemente non ci arrivo, sbagliando scelte elementari, e spesso sbagliando anche a condurre la scelta sbagliata.

Ne sono venute fuori due gare con qualche lanterna come dio comanda, e una vagonata di bestialità varie, di cui riporto qui un brevissimo sunto, solo con le perle più perle, a beneficio dei giovani orientisti che (non) leggono le mie pagine e dei vecchi parrucconi che avranno nuovi ed inoppugnabili argomenti per dileggiarmi.

Middle - lanterna 1 - c'è un comodo sentiero che porta praticamente al punto, io vado a complicarmi la vita più o meno in curva di livello, in modo molto meno preciso di come ho segnato con il pennarello

M 12 - è il mio vero capolavoro di logica: terrorizzato dalle righette verdi (perché??) decido che bisognerebbe salire fino alla cima della collinetta e calcolo 8 curve di livello, cioè una maestra + 3, non accorgendomi che la maestra della collinetta di arrivo, è alla stessa altezza di dove sono in quel momento, e in mezzo si scende. Così decido di scendere lungo il sentiero, per poi risalire 7 CURVE DI LIVELLO IN MEZZO ALLE RIGHETTE VERDI. Cioè, bastava andare via in curva e poi seguire il crinale, e io sono sceso di 15 curve e poi ne ho risalite 8. Geniale.

M 17 - mi sono dimenticato di segnare la traccia con il pennarello. Comunque, invece di stare nell'avvallamento, cadere sul sentiero e buttarmi fuori alla curva, saldo lungo il crinale, arrivo al primo sentiero pensando di essere sul secondo, scendo fino all'incrocio a est perché vedo gente, capisco dove sono, e risalgo fino al punto. Un pirla.

L 3 - mi pare di aver riconosciuto dove sono, proseguo, vedo più indietro dei giovani che sembrano in zona punto, torno verso di loro, poi penso che non mi devo lasciare influenzare, e riparto di nuovo verso nord. Poi mi rendo conto che sono proprio troppo a nord, e che loro erano nel posto giusto, e ritorno di nuovo a sud, ma scendendo troppo. Anche qui sbaglio anche la traccia con il pennarello: nella realtà ero quasi 5 curve più in basso del punto

L 4 - alla 3 mi ha preso Eddy Sandri, io mi butto in discesa a corpo morto per ripassarlo, lui rimane troppo a nord, io passo a 2 metri dalla lanterna, ma non la vedo e scendo un altro po' di curve. Lui da più indietro mi vede ed è convinto che io abbia già punzonato e stia facendo una scelta originale per la 5. 

L 6 - arrivato in zona punto mi metto a guardare sulla cima degli alberi, in cerca di una torretta. Solo che il punto era su una mangiatoia, che notoriamente non è in cima agli alberi.

L 10 - non sono ancora riuscito a staccare Eddy perché continuo a sbagliucchiare, ma sono veloce il doppio di lui. Quindi mi lancio sulla forestale come un assatanato, risalgo il bosco, il prato, l'altro bosco, l'altro prato, l'altro bosco, il sentiero e poi giù verso la 10. E lì lo incontro che arriva tranquillo e mi dice, "sì, è lì, un po' più indietro". Mi viene il sospetto che ci fosse una scelta un po' più furba della mia, e mi deprimo definitivamente.

Inutile dire che ho chiuso all'n-esimo posto entrambe le gare, quindi se voglio in salame alla premiazione dei campionati trentini, devo vincere i trentini sprint, che non so neanche quando sono. 

Due righe per commemorare la scomparsa delle long. Non solo se ne corrono ormai pochissime, ma se i campionati trentini sono una gara da 55 minuti, non sono neanche più davvero longo. Sigh. (e non è perché io sono andato troppo veloce, con tutti i miei crimini ci ho messo quasi un'ora e 10, che non è comunque un tempo da long long.