26 marzo 2023

Ultrabericus 2023

Dall'arrivo alla palestra con borse-docce-spogliatoi c'è un km scarso. Sono le 18 e un po' quando lo percorro con Giorgia a farmi da badante, con lei che mi regge i bastoncini, lo zainetto e pure l'orologio e io che non riesco neanche a mantenere la posizione eretta, né tantomeno a parlare mentre cammino e respiro. Giunto in palestra e recuperata la mia borsa, mi serviranno 10' sul lettino del personale sanitario (ma senza il loro intervento) per riprendermi a sufficienza da affrontare l'immane sforzo di cambio&doccia. Forse ho un pelo esagerato.

Eppure tutto era iniziato così bene.

Dopo 3 mesi di quella che probabilmente era fascite plantare al piede sinistro, durante i quali avevo messo in fila la bellezza di 1 allenamento "progressivo", 0 ripetute, 4 allenamenti di fartlek e un totale di 80 km di lungo lento (più un po' di bici), avevo pensato che il modo migliore per festeggiare la mia guarigione fosse tornare là dove tutto era cominciato, nel lontano 2013, cioè all'Ultrabericus. Magari i puristi potevano pensare che 80 km in tre mesi fossero un po' pochi per preparare una 65 km, ma io ero certo che fosse vero che "i muscoli hanno memoria", e i miei si sarebbero sicuramente ricordati dei millanta km degli anni precedenti, e tutto sarebbe andato a meraviglia.

Motivo per cui non mi sembra neanche il caso di partire un po' prudente, e faccio la prima parte di gara a cannone, correndo spesso e volentieri con quella che avrebbe poi vinto la 42 km, e giungendo al 25° km in 25° posizione assoluta, impiegandoci 27' in meno che nel 2013, per una proiezione di tempo finale abbondantemente sotto le 7 ore (contro le 8h3' del 2013 e le 7h15' del 2017).

Magari il fatto di iniziare ad avere mal di gambe al 20° km poteva un attimo insospettirmi, ma comunque era già abbondantemente troppo tardi e la parabola discendente aveva all'inizio una pendenza così lieve, che non mi ero accorto di niente. Certo, la futura prima donna della 42 km se ne era andata, ma non mi sembrava tanto grave.

Ad arrivare a San Donato, il maxi ristoro di un po' oltre metà gara, fatico un po' più di quanto vorrei, hanno iniziato a superarmi un po' di persone, ma la situazione non pare ancora tragica: sono 40esimo, i minuti di vantaggio sul 2013 sono ancora 20 e la proiezione del tempo finale non è più da urlo, ma comunque è sotto quella del 2017. Mi fermo per un lauto pasto a base di pane e prosciutto, formaggio, dolcetto, banane, kiwi e caffè, e riparto con cautela, approfittando del fatto che il primo tratto è in salita e non si vede tanto che vado pianetto.

Poi arriva il famoso oste con il conto. Le brutte persone che mi superano diventano sempre più numerose, e nel famigerato piattone dopo il lago di Fimon molti e molte di loro sono bipedi con un ritmo, un'andatura e una postura imbarazzante, che, dato che mi passano, certificano che io lo sono molto di più. Per un paio di km decido di approfittare del fatto che una delle novità 2023 è l'introduzione del nordic walking, e mi ci dedico con entusiasmo, poi, dato che l'ultimo ristoro di Arcugnano non si decide ad arrivare, mi sdraio su un prato sperando in giorni migliori, e rifiutando gentilmente l'offerta di un altro concorrente di "chiamare i soccorsi".

Quando riesco a trovare energie e voglia per rialzarmi dal prato, e giungo al benedetto ristoro di Arcugnano, succede quello che in "Everything Everywhere All at Once" è descritto come il "trampolino elastico": se tu fai qualcosa di insolito riesci a connetterti con il te stesso di uno degli altri universi del multiverso, nel quale la tua storia è differente, lì rimbalzi, e quando torni in questo universo qui ti porti dietro le abilità che avevi in quell'universo lì. Io, bevendo un bicchiere di lemonsoda (che ai ristori non c'è praticamente mai) mi connetto con il me stesso che vive in un universo in cui negli ultimi 3 mesi mi sono allenato come si deve, e quando torno in questo universo qui, riparto dal ristoro come un atleta in forma invece che come quel bollito che ci era arrivato.

Per 5-6 km torno ad andare a cannone, spingendo in salita e correndo bene in pianura e in discesa, superando atleti su atleti, recuperando posizioni su posizioni, tornando a divertirmi e sentendomi un pochino meno pirla.  

In Everyecc. ecc. l'effetto del trampolino elastico dura solo per un po', per me all'Ultrabericus termina quando mi inciampo su una radice che sporgeva un paio di cm dal suolo e finisco a pelle di leone sul sentiero, rimediando, per puro culo, solo l'ennesima futura cicatrice sul ginocchio destro. Da lì alla fine torno ad arrancare, ma ormai manca davvero poco per portare all'arrivo le mie stanchissime membra. A dimostrare che non ne ho proprio più, ci sono le 3 posizioni che perdo nell'ultimo centinaio di metri prima del traguardo, del tutto incapace anche solo di ipotizzare uno sprint.

Chiudo in 8h3', 5' peggio del 2013 e 48' peggio del 2017, però chiudo!! (con un mal di gambe e una stanchezza globale che al confronto dopo il Tor ero un fiorellino).

22 febbraio 2023

Lagolo

"Correre sull’asfalto non mi piace, eppure paradossalmente è stato proprio per correre sull’asfalto che ho scoperto tutto il resto. Dove da piccolo trascorrevo l’estate in villeggiatura ogni anno organizzavano una gara di corsa intorno a un laghetto, 1 giro per i più piccoli, poi 2, e poi 3 per i più grandi. Era successo che alla mia prima partecipazione, totalmente impreparato ma pieno di entusiasmo, un certo numero di concorrenti arrivati prima di me avessero involontariamente tagliato il percorso, e la loro squalifica mi aveva catapultato al secondo posto. Il podio e la medaglia avevano fatto scoccare un grande amore, e la corsa di Lagolo era diventata un appuntamento imperdibile.

Così per anni la corsa mi ha chiamato nelle mattine estive con la voce dei sassolini che sbattevano sugli scuri chiusi della finestra della mia camera da letto. A lanciarli era Davide, che veniva a svegliarmi per andare a correre insieme nel bosco: almeno tre allenamenti a settimana per due mesi, per arrivare pronti all’appuntamento clou dell’estate.

Un’ora di corsa sui sentieri nel bosco, con qualche centinaio di metri di dislivello in su e poi in giù, non era certo il modo migliore per preparare una gara su asfalto che nella sua versione più lunga misurava un paio di chilometri, con una salita di venti metri ripetuta tre volte, e tutto il resto piatto. Ma fortunatamente nessuno ce lo aveva detto, e così noi scorrazzavamo felici per i boschi, con la spinta potente di arrivare prima possibile a fare colazione.

Fra me e Davide non c’era nessuna rivalità, per il semplice fatto che lui era troppo più forte di me. Lungo e secco io, piccolino e altrettanto secco lui, mi stracciava nella corsa su qualunque distanza e nella maggior parte degli altri sport. A Lagolo vinceva quasi sempre lui, e io vedevo il più delle volte i primi scomparire alla prima curva mentre ero ancora a metà del rettilineo di partenza".

Da "Confessioni di un runner d'alta quota - Ediciclo Editore"

Ebbene, 36 anni dopo averci corso l'ultima volta insieme (e 41 dopo la foto qui sopra...) sono tornato a Lagolo con Davide. Tre giri del lago come ai vecchi tempi, ma questa volta correndo insieme, chiacchierando dei tempi andati, e viaggiando alla scandalosa andatura media di 6'35''/km.

Ho pensato che fosse il rito migliore per dichiarare ufficialmente chiusa la mia fascite plantare. Speriamo sia d'accordo anche lei.



4 gennaio 2023

Voglia matta

Il 30 novembre ho ceduto al richiamo del mio Primo Grande Amore, con cui non ci eravamo lasciati mica tanto bene: il basket. Trovato fortunosamente un gruppo di atleti all'altezza del mio attuale talento, mi sono ripresentato su un parquet dopo una ventina d'anni di astinenza.

Una decina di giocatori, di cui io ero il "bocia", età massima 80 o forse più, età media attorno ai 55-60, e, fra gli altri, il mio allenatore di quando avevo 14 anni. Mi sono divertito come un bambino. Il 2 dicembre, al secondo "allenamento", ero già infortunato.

Niente di epico, in una azione qualsiasi ho sbattuto il tallone sinistro sul pavimento (vuoi vedere che le scarpe da corsa su strada non erano la calzatura migliore? è che con quelle da trail scivolavo troppo, e le chiodate in palestra sono vietate) e sono uscito un po' zoppicante. Reso saggio (?) dall'età ho deciso che era meglio sospendere e, dato  dopo la doccia ero MOLTO zoppicante, il giorno dopo sono perfino andato al pronto soccorso a farmi fare i raggi.

Dopo sole 4 ore di attesa, il medico mi ha detto "l'osso del tallone non è rotto, quindi fra 5-6 giorni sei a posto, perché qui facciamo scienza, non filosofia". Non so, forse avevo la faccia da no-vax. Comunque me ne sono tornato a casa tutto contento.

Ho continuato a lavorare, ma con tutte le cautele (compresa una "zeppa" di 1 cm dentro la scarpa per scaricare il peso sulla parte davanti del piede) e dopo 12 giorni (un po' di più di 5-6, per eccesso di prudenza) ho provato ad andare a correre. Forse ho esagerato (un'ora) fatto sta che sono tornato a casa dolorantissimo, e il giorno dopo mi sentivo da capo.

Allora mi sono armato di Santa Pazienza, e ho lasciato passare altre 3 settimane, e quando ho solo pensato "oggi potrei fare una corsetta di mezz'ora", il piede ha ricominciato a farmi male.

Domani vado da un osteopata, ma non ho molta fiducia: è un orientista che corre in M35, non ha NESSUN interesse a farmi guarire davvero.

Il bilancio di questo mese abbondante di stop è il seguente:

- record assoluto di giorni di inattività sportiva, almeno dal 2004

- aumento di peso di 3 kg (ci ho messo un po' a capire che se continuavo a mangiare come prima, e consumavo un terzo, era un problema)

- voglia di tornare a correre sui monti a livelli sconcertanti

- voglia di correre a VeNotte a fine mese a livelli preoccupanti

- preoccupazione sulle conseguenze del mio ritardato inizio della preparazione invernale in stand by 

- paura di non riuscire, per la prima volta da quando esiste, a correre VeNotte, in aumento

- dubbio di non riuscire ad essere al via alla Grande Corsa Bianca il 10 febbraio in fase di avanzata insinuazione

Non potendomi allenare, almeno rintuzzo con questo post il tentativo di Stegal di diventare l'ultimo Ori-blogger italiano in attività. 

E sì, a fine luglio mi piacerebbe tantissimo essere di nuovo lì. Ma proprio tanto tanto. Ma ci sarò.




10 dicembre 2022

Oricup Inverno: Torcegno

Dopo le bagatelle estive, è tornato il Grande Orienteering con la Ori Cup Inverno.

Teoricamente sono indietro di 3 giri, dato che la gara di Torcegno risale a 2 settimane fa, ma sabato scorso a Marter non ho corso (quella pineta mi è sempre fatto allergia, e ero altrove a fare la sauna...) e la gara di oggi è stata rinviata, ufficialmente per il maltempo, in realtà perché io ho male ad un tallone e non potevo correre. 

Quindi Torcegno. Poco paese, un po' di bosco e tanta campagna. 

Considerando che nella mia testa l'Oricup Inverno è in paese, e quando la mia testa è in paese qualsiasi boschetto mi sembra la giungla, e che in campagna di solito non vado mica tanto bene, e che mi riscaldo e concentro poco perché c'è coda in partenza e la coda è al freddo e Enrico continua a ciarlare, sarà un casino.

Così per sicurezza faccio due cazzate all'inizio e non ci pensiamo più: prima non taglio su dall'ovvio bosco invece di fare il giro del mondo dal prato,poi continuo su per il bosco invece di scendere alla strada come i normodotati.

Dalla 3 alla 5 metto le gambe in spalla e funziona abbastanza, poi pascolo fra i pascoli andando ala 6, un po' perché sul giallo non capisco mai una sega, un po' perché per distinguere un attraversabile da un non attraversabile ci vogliono più decimi di quelle che ho. Ma ancora peggio faccio alla 7, che sarebbe proprio elementare ma confondo i boschetti.

Per la 8 ho semplicemente meno fiato e meno gambe di quelli che ci mettono meno di me, per la 9 leggo la carta con troppa superficialità, per la 10 basta correre in discesa su asfalto e quello so farlo, per la 11 basta correre in salita su asfalto e so farlo ma un po' più lento dei primi 2, per la 12 idem, per la 13 invece corriamo proprio uguali uguali, e per la 14 forse anche, ma mi concentro sull'angolo della casa invece che sull'angolo del prato (vecchio errore di non fare abbastanza attenzione al centro del cerchietto, scegliendo solo l'oggetto che attira di più l'attenzione).

Per la 15, chiunque si ricordasse come è fatto il campo da calcio di Torcegno, o avesse dato un'occhiata all'arrivo prima di partire, o sia in grado di dire al volo se un baffo nero è un sentiero o una roccia, ha corso come un matto fino al cerchietto e poi è sceso dal sentiero. Io invece sono andato a cercare fortuna giù per il boschetto, trovandone poca.

Chiudo dietro a due giovincelli e davanti a tanti vecchietti.

8 dicembre 2022

A proposito di UTMB

Qualche giorno dopo (non) aver terminato l'Ultra trail del Monte Bianco, ho scritto questo articolo, che non è mai stato pubblicato.

Mi piacerebbe potesse diventare uno spunto di discussione.

 

“Mancano 5 minuti alla partenza, adesso vi invitiamo a mettere via per un attimo i vostri smartphone e a rivolgere i vostri occhi a colui senza il quale non saremmo qui oggi: il Monte Bianco. Contempliamolo assieme in silenzio per un minuto - … - Quello che abbiamo davanti agli occhi è un fantastico gigante ferito, mai nella storia i suoi ghiacci si sono sciolti tanto velocemente come in questo ultimo anno. E ciascuno e ciascuna di noi è un po’ responsabile della sua sofferenza. Oggi, insieme, promettiamogli che se ci darà la forza per concludere il grandioso giro attorno ai suoi piedi, che stiamo per cominciare, quando torneremo a casa ci impegneremo tutti e tutte a fare qualcosa di concreto per invertire la rotta, per permettere ai nostri figli e ai nostri nipoti di poter ancora godere della bellezza di cui possiamo godere noi oggi. Buona gara!”

Mi sarebbe piaciuto sentire qualcosa del genere prima del via dell’UTMB, ma invece no, in un’ora di introduzione, lui, il Monte Bianco, non l’hanno nominato neanche una volta. Eppure non deve essersi offeso, perché ci ha regalato un tempo splendido per due giorni e le migliori condizioni per corrergli intorno. Quello che un tempo era conosciuto come il Monte Maledetto è davvero un gigante maestoso e splendido, sia guardandolo dal lato francese, sia da quello italiano, come decisamente maestoso è l’Ultra Trail del Monte Bianco, quello DOC, che parte e arriva a Chamonix, lungo 170 km e 10.000 metri di dislivello. Splendido, sì e no.

È fuori discussione che il livello complessivo dell’organizzazione è di una qualità che nel trail europeo e forse mondiali non ha paragoni. Ma proprio per questo alcune cose saltano all’occhio ancora di più.

L’UTMB può essere suddivisa in tre parti, che sembrano tre corse diverse. 

La prima è una gara di trail da una trentina di chilometri, su terreni facili e un po’ noiosi, che gode però di una bellissima visuale della parte meridionale del Monte Bianco, e che si corre in un clima da Tour de France. Nei paesi dove si trovano i punti di ristoro, ma non solo, ci sono migliaia e migliaia di persone lungo il percorso, che applaudono, urlano, suonano campanacci e fanno un tifo indiavolato al passaggio di tutti i concorrenti, facendo sentire il primo come l’ultimo, come si deve sentire la maglia gialla del Tour sull’alpe d’Huez.

La seconda è una 100 km d’alta quota prevalentemente su sentiero, con una manciata di salite molto impegnative e tutto intorno dei panorami che non hanno nulla da invidiare a nessun angolo del mondo. La doppietta Val Veny – Val Ferret, che corre ai piedi italiani del Monte Bianco, potrebbe convertire al trail running anche il più convinto dei bituminovori, e quando arrivi in cima ai 2537 metri del Gran Col Ferret, che anche ai primi chiedono tutto quello che hanno nelle gambe e nei polmoni, potresti anche appendere le scarpe al chiodo. Però invece ti servono per la discesa entusiasmante fino a La Fouly e Praz de Fort, e per la risalita a Champex-Lac.

Da lì all’arrivo ci sono un’altra trentina di chilometri, con tre salite - La Giete, Vallorcine e La Tete aux vents – sulla cui estrema bruttezza io posso testimoniare di persona solo riguardo alla prima, ma ho raccolto abbastanza testimonianza anche riguardo alle altre due. Come detto, in una gara qualsiasi ci può stare di trovare un pezzo bruttarello, ma nella pizzeria migliore del mondo se i carciofini sulla capricciosa non sono buoni, ci rimani male parecchio.

E poi c’è un’altra questione. In quell’ambito della sostenibilità di cui tanto spesso gli organizzatori parlano, e di cui la grigia e screpolata pelle dei ghiacciai del Monte Bianco ricorda in modo impressionante l’importanza, la galassia UTMB per ora si limita a fare un po’ meglio quello che si è sempre fatto, ed oggi è davvero troppo poco.

È facile togliere i bicchieri usa e getta dai ristori, molto meno facile è per esempio aiutare noi trail runner ad ammettere che nei nostri cassetti ci sono già più magliette di quelle che potremmo usare se corressimo fino a 100 anni; che per ricordarci di una gara non ci serve una t-shirt con scritto il nome e la data; che la soddisfazione di essere arrivati in fondo ce la possiamo portare dentro senza avere addosso qualcosa con scritto finisher. Eppure sarebbe fondamentale aiutarci a farlo, perché con le risorse che servono a produrre i gadget per un singolo concorrente, di bicchieri usa e getta se ne produrrebbero abbastanza da fargliene portare a casa una fornitura anche per amici e parenti, e quindi il Monte Bianco lo abbiamo aiutato solo per finta a non finire sciolto. 

“Ma allora come diamo visibilità agli sponsor? Come promuoviamo la nostra gara? Come facciamo venire a tutti voglia di correrla?” si chiederà qualcuno. Ecco, è proprio qui che UTMB potrebbe e dovrebbe diventare un modello da seguire, coinvolgendo gli sponsor, i partner tecnici, le comunità territoriali, e perché no gli atleti stessi, nell’invenzione e sperimentazione di pratiche del tutto nuove, che costruiscano nuova cultura e nuove abitudini, che vadano molto al di là della settimana della gara. Perché è di questo che c’è enorme bisogno.

UTMB è un brand con un appeal e una credibilità tali, da essere ormai un punto di riferimento da seguire ed imitare, e, considerando anche tutte le gare dell’UTBM World Tour e il numero di atleti che coinvolge a livello mondiale, l’impatto di quello che potrebbe uscire da qui, sarebbe enorme, e quindi importantissimo.

1 novembre 2022

Finali Coppa Italia Orienteering 2022

Già che ci sono, scrivo anche di questo, così mi tolgo il pensiero e avrò qualche pagina in più da rileggermi quando sarò pensionato (???).

E' l'ultimo giorno di scuola, solo che contrariamente a quello vero, qui non abbiamo davanti le vacanze estive, ma un lunghissimo inverno senza gare nazionali in cui ritrovarci in pigiama in luoghi improbabili a cercare pezzi di tela in mezzzo ai boschi e alle case. Sigh.

Siamo in Val Belluna, il sabato si corre la finale di Coppa Italia "city" o come si chiama, la domenica quella "forest". Io fra il sabato e la domenica per fortuna torno a casa, perché il sabato ho dimenticato a casa la pozione per l'asma e ormai sono troppo master per correre senza.

Durante il riscaldamento del sabato, in forma breve perché con Chiara ci siamo persi come due pivelli nei dintorni di Mel, mi rendo conto che è una settimana che non corro, e l'ultima volta erano i 50 km dell'ultima tappa del Maira Occitan Trail: e cosa c'è di meglio che correre una sprint in centro storico senza gambe e senza polmoni?

Fortuna che sono giovane e illuso e penso di potermela cavare comunque. Talmente giovane e talmente illuso che quasi quasi mi va bene davvero. Già andando alla 1 è evidente che quel litro di aria in più mi mancherà un sacco, ma cerco di compensare con l'entusiasmo e alla 3 sono in testa con 8'' su Emiliano (facciamo finta che Davide Martignago, che fa PE alla penultima, dove era abbondantemente in testa, non sia neanche partito). 

4-5-6-7 non sono complicatissime, e non lo sarebbe neanche la 8, se non ce ne fosse lì una poco lontana che induce moltissimo in tentazione, e io ci casco, perdendo 14'' e il primo posto.  Per la 10 mi spolmono l'unico polmone disponibile e alla 11 l'ipossia cerebrale conclamata mi impedisce di vedere la scelta più sensata che scendeva ad ovest. Perdo 19'' e ciao ciao. Nel finale, dopo alcune lanterne corse di branchie, perdo il segno, un portico e 10'' alla 18, e concludo 2° a 24'' da Emiliano, che non sarebbe neanche male, se non fosse che la stupidaggine più grande l'ho commessa prima di partire da casa.

Il giorno dopo ho i polmoni in regola, ma la carta mi è decisamente meno favorevole. E' una carta bella e stranissima, con pochissimo dislivello, vegetazione ostica e tanti sassi, sul letto del torrente Piave o almeno quello che un tempo lo era. 

Faccio quello che posso con un warm-up molto prolungato e alla fine mi sembra pure di capirci qualcosa, ma mando tutto in vacca già alla 2, quando decido di andarci lungo i sentieri, ma non ho la pazienza di controllare bene i bivi e ben presto sono perso in mezzo alla jungla. Non sono neanche abbastanza audace da essere aiutato dalla fortuna, così quando incontro una lanterna non è una delle mie e quando arrivo in un prato apparentemente inconfondibile, non lo trovo in carta perché è segnato come semi aperto. Quando finalmente arrivo al sentierone a nord che era la mia ultima spaggia, sono passati secoli e ho perso 7 minuti abbondanti dai primi. 

Da lì alla fine tento di salvare il salvabile e mi comporto discretamente, strappando anche 3 migliori tempo e un paio di secondi e di terzi, ma Morara, Corona e Martignago sono di un altro pianeta, e chiudo sesto, a 10-13 minuti da loro, e dietro anche a Vivian e Neuhauser.

Buon inverno. Sigh.


Brenta da sud a nord

 

Ci pensavo da qualche anno, una volta ci avevo provato senza troppa convinzione, questa volta sono arrivato in fondo: traversata delle Dolomiti di Brenta dall'estremo sud all'estremo nord, partenza da San Lorenzo in Banale alle ore 3.29, arrivo a Cles alle 20.02, 63 km, 4.250 metri di dislivello, 16 ore e mezza di Bellezza, con una spolverata di brivido durante, e 4 giorni di mal di gambe poi.

Dopo il pernottamento a San Lorenzo in Banale (comodamente raggiungibile da Trento con i mezzi pubblici) e la colazione con il frontalino nella sala da pranzo dell'hotel, buia e deserta, salgo la Val d'Ambiez sotto un cielo limpido e stellato che promette benissimo. La notte è sempre la notte, ma procedo abbastanza spedito fino al Rifugio Cacciatori e poi quasi fino al Rifugio Agostini (perché manco la scorciatoia a destra che va diretta alla Forcolotta di Noghera).

Niente luna, ma la notte è luminosa e non riesco proprio a non tenere spenta la frontale, mi tocca andare un po' più piano, ma è molto più bello così. Nel traverso verso la Forcolotta metto giù male un piede, perdo leggermente l'equilibrio, e do una tibiata su una roccia, esattamente nello stesso punto in cui mi ci è caduta una panca una settimana prima. Si aggiungono stelle alle stelle.

Dopo la Forcolotta accendo la frontale per andare un po' più spedito, direzione rifugio Tosa - Pedrotti, prime luci dell'alba verso sud-est, bello bello bello.

Quando arrivo al Rifugio ci sarebbe l'alba, ma come mia tradizione ho una montagna davanti che me la nasconde, mi accontento dell'aurora sulla Tosa e dei primi raggi sulle cime attorno alla Bocca di Brenta (di cui non ricorderò mai il nome, non c'è niente da fare...) e scendo un po' per imboccare il Sentiero Orsi, che mi scodella nella superba Busa degli Sfulmini, dove mi concedo il primo autoscatto di giornata, davanti, e queste me le ricordo, al Campanil Basso, al Campanil Alto e agli Sfulmini. C'è una luce bellissima, delle montagne bellissime, un sentiero bellissimo, le mie gambe vanno benissimo, ogni tanto appaiono dei camosci: se avessi mai avuto dubbi sul fatto che sia stata una buona idea svegliarmi alle 2.40, si sarebbero già squagliati.

Piccolo errore di percorso prima della Bocca di Tucket (bivio invisibile), primo affaccio sull'altra parte del mondo (val Rendena con Adamello, Presanella, Carè Alto ecc. ecc. ecc.) e poi un po' di timori nello scendere verso il rifugio Tucket, dato che il sentiero fa ancora finta che ci sia la vedretta, ma quella si è squagliata molto prima dei miei dubbi sulla sveglia, e la discesa non è agevolissima.

Nella modesta risalita fra i sassoni verso il Grosté incontro la terza e ultima persona della giornata, mentre al rifugio Graffer incontro due cagnoni che vorrebbero coccole e cibo. Ho due barrette, un po' di cioccolato, bagigi con lo zucchero, mandorle, e gel in abbondanza, niente che gli faccia bene, né che io abbia voglia di condividere con loro. Si accontentino di due grattini, che io devo ripartire.

Sono all'inizio del Sentiero Alpinistico Costanzi, in piena tabella di marcia (se ne avessi veramente una) e molto desideroso di potermi fidare delle parole di Roberto Dalla Valle, che dice che è il suo giro preferito e che si può tranquillamente fare senza imbrago. Temo che lui abbia parecchio più pelo sullo stomaco di me, ma confido che ci sia un motivo se lo chiamano "sentiero alpinistico" invece di "via attrezzata". Fino alla Bocchetta dei Tre Sassi ci sono solo gran ghiaioni, di quelli che i sassi quando sbattono uno sull'altro fanno il rumore di monetine, particolare curioso che accomuna tutte le rocce calcaree, da qui al Carso (e magari a chissà dove, io queste conosco).

Da lì inizia "l'alpinistico", e per farsi un'idea di quanto alpinistico sia, potete dare un'occhiata a questo filmato, di due che hanno fatto il sentiero nel mio stesso verso, o in questo altro, fatto invece venendo nel verso contrario.

Da lì alla fine del Costanzi ci sono 52 cordini, una scala in metallo e alcuni pezzi attrezzati con staffe, niente di tecnicamente impegnativo, ma almeno un paio di km (compresi quelli senza cordino) in cui il margine di errore è zero, cioè, se cadi, ciaone. Per quanto mi riguarda, si tratta di mettere in fondo allo zainetto la tentazione di avere paura e fare attenzione ad ogni passo, senza distrarsi mai. E' molto più lento che correre e muscolarmente meno faticoso, ma alla fine stanca di più, ed è anche parecchio stimolante. Se poi il posto è bello come quello lì e il meteo continua a rimanere spettacolare, non si può chiedere molto di più alla vita, e grazie a Roberto per la spinta.

Continuo a galleggiare attorno ai 2.500 metri, seguendo i capricciosi su e giù del Sentiero Costanti, senza accenni di crisi e con tanta voglia di arrivare in fondo. Poi faccio il più classico degli errori, cioè penso di essere arrivato prima del tempo.

La mia cartina del Brenta termina a Malga Tassullo, alle pendici del Monte Peller. Da lì ho arbitrariamente deciso che Cles è ad un tiro di schioppo, e la strada è tutta in giù; invece è ad un tiro di mortaio a lunga gittata, con anche parecchio piano. E si sa che la fatica, quando pensavi di essere arrivato, si quadruplica.

Arrivo a Cles 15 km e due ore e mezza più tardi, piuttosto sfatto, ma orgogliosissimo di essere riuscito (per puro caso) ad arrivare in stazione con 6 minuti di anticipo sull'ultimo mezzo che mi può riportare a casa. 

Giro sicuramente da rifare, magari in compagnia.