16 aprile 2023

Trento - Bolzano per boschi e monti

Quando l'ho fatto nel 2020 c'era un tempo un po' schifoso e mi ero riproposto di rifarlo. Quando ci ho provato l'autunno scorso, prima mi è uscito un misterioso dolore al ginocchio (mai venuto prima, scomparso il giorno dopo e mai ritornato) a meno di metà strada, poi mi aveva bloccato la fascite un paio di giorni prima della data fissata per il secondo tentativo. Poteva venirmi il dubbio che fosse un percorso che porta sfiga, e invece no. Ci ho riprovato, e il cielo non mi è caduto sulla testa. 

Il percorso segue per gran parte il sentiero europeo E5, che a me risultava andare dal Lago di Costanza a Verona, e invece pare vada dall'oceano atlantico a Venezia (e la verità sta nel mezzo, perché sulla relativa pagina sul sito della Federazione Italiana Escursionismo dicono che "Attualmente il tratto Verona-Venezia non è definito, per cui il sentiero termina all’Arena di Verona"). Io in ogni caso ne ho fatto parecchio di meno, e contromano. Partenza prevista ore 4.00, ma poi mi sono svegliato un po' prima della sveglia, e sono partito alle 3.40. Si poteva partire anche parecchio dopo, che tanto di treni che tornano da Bolzano ce ne sono fino alle 23, ma io volevo riuscire ad andare a cena dai suoceri.

Come allenamento lungh(issim)issimo è fantastico, per la distribuzione del dislivello, per la varietà del fondo comunque per lo più sterrato, per la varietà degli ambienti e dei panorami, per l'abbondanza di punti ritiro o ristoro, nonostante per gran parte del tempo si sia fuori dal mondo. Lunghezza sui 95 km, dislivello sui 4.000, godimento complessivo 9+.

Per chi volesse dettagli sul percorso, rimando alla pagina su Strava, qui mi limito a qualche cenno ed agli highlights.

Rispetto alle altre volte sono partito verso Martignano invece che verso Villamontagna, aggirando il Calisio da ovest invece che da est. Come km e dislivello è praticamente identica, ma si fa parecchio meno asfalto.

Il tratto fino al lago di Santa Colomba e poi fino a Pian del Gac è al solito bellissimo, frontale spenta perché tanto ci si vede abbastanza ed è una buona scusa per andare un po' più piano.

Per scendere al lago di Lases invece dei soliti tornantoni sulla cava dismessa vado in cerca del sentiero che è indicato su fatmap. Più che un sentiero trovo all'inizio solo una vaga traccia, (scopro ora che il problema è stato non risalire abbastanza fino al bivio vero), in effetti poi il sentiero c'è.

La Val Freda fino a Lona sempre bellissima, e discesa sul fondo della valle di Cembra questa volta lungo la condotta forzata, con un risparmio di varie decine di metri.

A Cembra highlight#1: la Macelleria Gastronomia Pasticceria Zanotelli. Non chiedetevi perché mai abbiano messo insieme una macelleria e una pasticceria, limitatevi ad assaggiare le brioche che fanno loro (tipo la integrale vuota) e a commuovervi. Soprattutto se sono le 7 di mattina e avete già fatto 25 km e guadato il canyon della Val di Cembra.

Da Cembra, nel fallito tentativo dell'autunno scorso avevo trovato la strada giusta, nel 2020 ero andato su un po' a caso, mancando il lago Santo e ricollegandomi più avanti sulla retta via. Meglio la retta via. Che non è retta per niente, ma è bellissima, soprattutto quando si arriva in quota e ci sono 4 km quasi piani in mezzo ai faggi (ma converrebbe andarci a metà maggio per vederli al loro meglio).

Il tratto da Gfrill-Cauria a Kaltenbrunnen-Fontanefredde è un po' meno bello (cioè, è comunque molto bello, ma meno di quello di prima), sempre nel bosco (Vaia permettendo) ma non più di faggio, è più lungo di quello che ci si aspetta, ma a Truden-Trodena c'è l'highlight#2: superati i 50 km vi siete guadagnati il diritto ad un Apfelschorle, ad uno Skiwasser, o ad una banale birra (ma i dietologi sconsigliano in massa): un bar vale l'altro, ma il posto più adatto è l'Hotel Schönwies, perché è alla fine del paese, subito prima dell'inizio della discesa.

A Kaltenbrunnen-Fontanefredde, c'è la più grave carenza nella segnaletica, perché arrivati sulla provinciale che sale da Ora verso Cavalese non si capisce cosa si deve fare e io sono andato un po' a caso. A posteriori, mi pare di aver capito che bisogna attraversare la provinciale, arrivare sulla quasi parallela stradina successiva, proseguire a destra ignorando l'invitante sentiero per il campo sportivo, e al tornante prendere il bivio, sempre a destra, lungo una sterrata che potrebbe essere segnata come sentiero 7, forse con indicazioni per Unterradein-Redagno di Sotto.

In ogni caso, da lì spariscono le indicazioni per il sentiero E5 e bisogna seguire quelle per Weissenstein-Pietralba, sentiero 8. Perchè? Boh. Sempre per la serie "boh", qui cambia anche la stima dei tempi, perché normalmente di corsa io ci metto metà del tempo dei cartelli CAI-SAT in Trentino, e un terzo del tempo dei cartelli CAI-AVS in Alto Adige, ma per arrivare da Kaltenbrunnen-Fontanefredde a Weissenstein-Pietralba ce ne metto due terzi abbondanti, senza rallentare significativamente.

Decido di meritarmi comunque l'highlight#3: bevanda calda e torta al bar del santuario. Qui però mi sa che faccio un errore. Mi lascio tentare dalla Schwarzwald che accompagno con caffè americano, ma probabilmente era meglio lo strudel con la cioccolata calda con panna. Un po' perché secondo me il mattone di mele-pinoli e pasta frolla me lo sarei goduto di più, un po' perché la S.W. mi va su e giù per un qualche km. Errori di gioventù.

Dal santuario e da Deutschenhofen-Nova Ponente ci sarebbero anche gli highlights#4e5, ma non sono in formissima (loro). Dopo le nuvole sparse dalle 4 alle 8, e il cielo azzurro dalle 8 alle 9, il cielo si è ingrigito e Catinaccio e Latemar, che da qui sono belli assai, sono un po' appannati. Ne approfitto per non perdere troppo tempo a fotografarli e mi avvio verso Bolzano, che tanto è vicina. Ma non è vicina un corno, e dopo essermi sfiancato per un po' con l'illusione di riuscire a prendere l'ultimo treno buono per la cena dai suoceri, getto la spugna a Kohler-Colle, da cui la meta si vede là sotto, ma non trovo il sentiero per arrivarci, e comunque ormai è troppo tardi per il treno.

Dopo aver vagato un po' per il colle, finisco per fare un sentiero completamente diverso (quello a sinistra nella immagine)   da quello che ho fatto l'altra volta, ma sono convinto che in entrambi i casi ho seguito pedissequamente i cartelli E5 (nel frattempo ritornati) e quindi non capisco come sia stato possibile.

Arrivo al treno un po' cottarello, tanto da rinunciare all'highlight#6, il paio di würstel con senape + patatine fritte al baracchino davanti alla stazione (che invece i dietologi in massa osannano), che ho sognato da prima dell'alba, ma di cui a quel punto non ho più voglia per niente. Peccato, dovrò rifarlo.

30 marzo 2023

Ritornat-o

Dopo un tempo reale di un paio di mesi e un tempo percepito di un paio di decenni, torno ad una gara di orienteering dalla parte giusta dei nastri che delimitano la partenza, senza invidie a divorarmi lo stomaco come a Ve-Notte 2023 e Cristo Re 2023.

L'occasione è la prima gara della Coppa del Trentino, una sprint a Rovereto, alla quale partecipano pure le nazionali ITA e FIN (ma non gli anzianotti nordici, e pochi anche gli anzianotti italici). 

In M35, dove io anche quest'anno mi ostinerò a permanere, gli avversari più temibili pensavo fossero Michele Ausermiller e Francesco Raimondo, poi si è aggiunto Gabriele Iussig, una new entry del Trent-o, che si è preso lo sfizio di prendersi 2 migliori tempi di tratta e di rimanere in testa per due lanterne.

In tutte le altre lanterne (16) sono stato in testa io, Francesco ha fatto il miglior tempo alla 5, Michele alla 7 e alla 13, e in tutte le altre l'ho fatto io :-)

Insomma, un trionfo, ma certo, l'orienteering vero è quello nei boschi, e questa era "una gara da correre di quelle che piacciono a te", ecc. ecc. ecc. Però intanto altri hanno sbagliato, e io no :-)

Per la cronaca, nelle mie "non migliori" lanterne, ho lasciato in tutto 22'', dei quali ben 8 alla 14, alla quale non mi pare di aver fatto una scelta così pessima, ma evidentemente mi sono fermato troppo in uscita dalla 13 per interpretare il portico (anche se 8'' mi sembrano proprio tanti, mah). Per chi vuole rivedere la gara, c'è il fantastico livelox (ma non ci sono né Francesco né Gabriele).

Prossima gara a nord dell'equatore, addirittura dopo la metà di aprile, prima, solo un grande classico FISO degli ultimi anni, ovvero un paio di garette là dove il 99% dei partecipanti ha fatto fra i 500 e i 1000 km per arrivarci. Fortuna che con le riunioni on-line del direttivo hanno drasticamente ridotto le emissioni di CO2 della Federazione...

Quello nella fotografia è un giovane atleta francese, che ha tanto insistito per avere una foto con me. Pare che all'ombra della Torre Eiffel ci sia un giovane speaker, tale Stephàn Poulet, che lo chiama "il Pedrotti d'Oltralpe", e quando ha saputo che a Rovereto c'ero anch'io, ha voluto a tutti i costi farsi ritrarre con me.

Credo che il ragazzo sia anche piuttosto forte, dato che allena la nazionale finlandese.

26 marzo 2023

Ultrabericus 2023

Dall'arrivo alla palestra con borse-docce-spogliatoi c'è un km scarso. Sono le 18 e un po' quando lo percorro con Giorgia a farmi da badante, con lei che mi regge i bastoncini, lo zainetto e pure l'orologio e io che non riesco neanche a mantenere la posizione eretta, né tantomeno a parlare mentre cammino e respiro. Giunto in palestra e recuperata la mia borsa, mi serviranno 10' sul lettino del personale sanitario (ma senza il loro intervento) per riprendermi a sufficienza da affrontare l'immane sforzo di cambio&doccia. Forse ho un pelo esagerato.

Eppure tutto era iniziato così bene.

Dopo 3 mesi di quella che probabilmente era fascite plantare al piede sinistro, durante i quali avevo messo in fila la bellezza di 1 allenamento "progressivo", 0 ripetute, 4 allenamenti di fartlek e un totale di 80 km di lungo lento (più un po' di bici), avevo pensato che il modo migliore per festeggiare la mia guarigione fosse tornare là dove tutto era cominciato, nel lontano 2013, cioè all'Ultrabericus. Magari i puristi potevano pensare che 80 km in tre mesi fossero un po' pochi per preparare una 65 km, ma io ero certo che fosse vero che "i muscoli hanno memoria", e i miei si sarebbero sicuramente ricordati dei millanta km degli anni precedenti, e tutto sarebbe andato a meraviglia.

Motivo per cui non mi sembra neanche il caso di partire un po' prudente, e faccio la prima parte di gara a cannone, correndo spesso e volentieri con quella che avrebbe poi vinto la 42 km, e giungendo al 25° km in 25° posizione assoluta, impiegandoci 27' in meno che nel 2013, per una proiezione di tempo finale abbondantemente sotto le 7 ore (contro le 8h3' del 2013 e le 7h15' del 2017).

Magari il fatto di iniziare ad avere mal di gambe al 20° km poteva un attimo insospettirmi, ma comunque era già abbondantemente troppo tardi e la parabola discendente aveva all'inizio una pendenza così lieve, che non mi ero accorto di niente. Certo, la futura prima donna della 42 km se ne era andata, ma non mi sembrava tanto grave.

Ad arrivare a San Donato, il maxi ristoro di un po' oltre metà gara, fatico un po' più di quanto vorrei, hanno iniziato a superarmi un po' di persone, ma la situazione non pare ancora tragica: sono 40esimo, i minuti di vantaggio sul 2013 sono ancora 20 e la proiezione del tempo finale non è più da urlo, ma comunque è sotto quella del 2017. Mi fermo per un lauto pasto a base di pane e prosciutto, formaggio, dolcetto, banane, kiwi e caffè, e riparto con cautela, approfittando del fatto che il primo tratto è in salita e non si vede tanto che vado pianetto.

Poi arriva il famoso oste con il conto. Le brutte persone che mi superano diventano sempre più numerose, e nel famigerato piattone dopo il lago di Fimon molti e molte di loro sono bipedi con un ritmo, un'andatura e una postura imbarazzante, che, dato che mi passano, certificano che io lo sono molto di più. Per un paio di km decido di approfittare del fatto che una delle novità 2023 è l'introduzione del nordic walking, e mi ci dedico con entusiasmo, poi, dato che l'ultimo ristoro di Arcugnano non si decide ad arrivare, mi sdraio su un prato sperando in giorni migliori, e rifiutando gentilmente l'offerta di un altro concorrente di "chiamare i soccorsi".

Quando riesco a trovare energie e voglia per rialzarmi dal prato, e giungo al benedetto ristoro di Arcugnano, succede quello che in "Everything Everywhere All at Once" è descritto come il "trampolino elastico": se tu fai qualcosa di insolito riesci a connetterti con il te stesso di uno degli altri universi del multiverso, nel quale la tua storia è differente, lì rimbalzi, e quando torni in questo universo qui ti porti dietro le abilità che avevi in quell'universo lì. Io, bevendo un bicchiere di lemonsoda (che ai ristori non c'è praticamente mai) mi connetto con il me stesso che vive in un universo in cui negli ultimi 3 mesi mi sono allenato come si deve, e quando torno in questo universo qui, riparto dal ristoro come un atleta in forma invece che come quel bollito che ci era arrivato.

Per 5-6 km torno ad andare a cannone, spingendo in salita e correndo bene in pianura e in discesa, superando atleti su atleti, recuperando posizioni su posizioni, tornando a divertirmi e sentendomi un pochino meno pirla.  

In Everyecc. ecc. l'effetto del trampolino elastico dura solo per un po', per me all'Ultrabericus termina quando mi inciampo su una radice che sporgeva un paio di cm dal suolo e finisco a pelle di leone sul sentiero, rimediando, per puro culo, solo l'ennesima futura cicatrice sul ginocchio destro. Da lì alla fine torno ad arrancare, ma ormai manca davvero poco per portare all'arrivo le mie stanchissime membra. A dimostrare che non ne ho proprio più, ci sono le 3 posizioni che perdo nell'ultimo centinaio di metri prima del traguardo, del tutto incapace anche solo di ipotizzare uno sprint.

Chiudo in 8h3', 5' peggio del 2013 e 48' peggio del 2017, però chiudo!! (con un mal di gambe e una stanchezza globale che al confronto dopo il Tor ero un fiorellino).

22 febbraio 2023

Lagolo

"Correre sull’asfalto non mi piace, eppure paradossalmente è stato proprio per correre sull’asfalto che ho scoperto tutto il resto. Dove da piccolo trascorrevo l’estate in villeggiatura ogni anno organizzavano una gara di corsa intorno a un laghetto, 1 giro per i più piccoli, poi 2, e poi 3 per i più grandi. Era successo che alla mia prima partecipazione, totalmente impreparato ma pieno di entusiasmo, un certo numero di concorrenti arrivati prima di me avessero involontariamente tagliato il percorso, e la loro squalifica mi aveva catapultato al secondo posto. Il podio e la medaglia avevano fatto scoccare un grande amore, e la corsa di Lagolo era diventata un appuntamento imperdibile.

Così per anni la corsa mi ha chiamato nelle mattine estive con la voce dei sassolini che sbattevano sugli scuri chiusi della finestra della mia camera da letto. A lanciarli era Davide, che veniva a svegliarmi per andare a correre insieme nel bosco: almeno tre allenamenti a settimana per due mesi, per arrivare pronti all’appuntamento clou dell’estate.

Un’ora di corsa sui sentieri nel bosco, con qualche centinaio di metri di dislivello in su e poi in giù, non era certo il modo migliore per preparare una gara su asfalto che nella sua versione più lunga misurava un paio di chilometri, con una salita di venti metri ripetuta tre volte, e tutto il resto piatto. Ma fortunatamente nessuno ce lo aveva detto, e così noi scorrazzavamo felici per i boschi, con la spinta potente di arrivare prima possibile a fare colazione.

Fra me e Davide non c’era nessuna rivalità, per il semplice fatto che lui era troppo più forte di me. Lungo e secco io, piccolino e altrettanto secco lui, mi stracciava nella corsa su qualunque distanza e nella maggior parte degli altri sport. A Lagolo vinceva quasi sempre lui, e io vedevo il più delle volte i primi scomparire alla prima curva mentre ero ancora a metà del rettilineo di partenza".

Da "Confessioni di un runner d'alta quota - Ediciclo Editore"

Ebbene, 36 anni dopo averci corso l'ultima volta insieme (e 41 dopo la foto qui sopra...) sono tornato a Lagolo con Davide. Tre giri del lago come ai vecchi tempi, ma questa volta correndo insieme, chiacchierando dei tempi andati, e viaggiando alla scandalosa andatura media di 6'35''/km.

Ho pensato che fosse il rito migliore per dichiarare ufficialmente chiusa la mia fascite plantare. Speriamo sia d'accordo anche lei.



4 gennaio 2023

Voglia matta

Il 30 novembre ho ceduto al richiamo del mio Primo Grande Amore, con cui non ci eravamo lasciati mica tanto bene: il basket. Trovato fortunosamente un gruppo di atleti all'altezza del mio attuale talento, mi sono ripresentato su un parquet dopo una ventina d'anni di astinenza.

Una decina di giocatori, di cui io ero il "bocia", età massima 80 o forse più, età media attorno ai 55-60, e, fra gli altri, il mio allenatore di quando avevo 14 anni. Mi sono divertito come un bambino. Il 2 dicembre, al secondo "allenamento", ero già infortunato.

Niente di epico, in una azione qualsiasi ho sbattuto il tallone sinistro sul pavimento (vuoi vedere che le scarpe da corsa su strada non erano la calzatura migliore? è che con quelle da trail scivolavo troppo, e le chiodate in palestra sono vietate) e sono uscito un po' zoppicante. Reso saggio (?) dall'età ho deciso che era meglio sospendere e, dato  dopo la doccia ero MOLTO zoppicante, il giorno dopo sono perfino andato al pronto soccorso a farmi fare i raggi.

Dopo sole 4 ore di attesa, il medico mi ha detto "l'osso del tallone non è rotto, quindi fra 5-6 giorni sei a posto, perché qui facciamo scienza, non filosofia". Non so, forse avevo la faccia da no-vax. Comunque me ne sono tornato a casa tutto contento.

Ho continuato a lavorare, ma con tutte le cautele (compresa una "zeppa" di 1 cm dentro la scarpa per scaricare il peso sulla parte davanti del piede) e dopo 12 giorni (un po' di più di 5-6, per eccesso di prudenza) ho provato ad andare a correre. Forse ho esagerato (un'ora) fatto sta che sono tornato a casa dolorantissimo, e il giorno dopo mi sentivo da capo.

Allora mi sono armato di Santa Pazienza, e ho lasciato passare altre 3 settimane, e quando ho solo pensato "oggi potrei fare una corsetta di mezz'ora", il piede ha ricominciato a farmi male.

Domani vado da un osteopata, ma non ho molta fiducia: è un orientista che corre in M35, non ha NESSUN interesse a farmi guarire davvero.

Il bilancio di questo mese abbondante di stop è il seguente:

- record assoluto di giorni di inattività sportiva, almeno dal 2004

- aumento di peso di 3 kg (ci ho messo un po' a capire che se continuavo a mangiare come prima, e consumavo un terzo, era un problema)

- voglia di tornare a correre sui monti a livelli sconcertanti

- voglia di correre a VeNotte a fine mese a livelli preoccupanti

- preoccupazione sulle conseguenze del mio ritardato inizio della preparazione invernale in stand by 

- paura di non riuscire, per la prima volta da quando esiste, a correre VeNotte, in aumento

- dubbio di non riuscire ad essere al via alla Grande Corsa Bianca il 10 febbraio in fase di avanzata insinuazione

Non potendomi allenare, almeno rintuzzo con questo post il tentativo di Stegal di diventare l'ultimo Ori-blogger italiano in attività. 

E sì, a fine luglio mi piacerebbe tantissimo essere di nuovo lì. Ma proprio tanto tanto. Ma ci sarò.




10 dicembre 2022

Oricup Inverno: Torcegno

Dopo le bagatelle estive, è tornato il Grande Orienteering con la Ori Cup Inverno.

Teoricamente sono indietro di 3 giri, dato che la gara di Torcegno risale a 2 settimane fa, ma sabato scorso a Marter non ho corso (quella pineta mi è sempre fatto allergia, e ero altrove a fare la sauna...) e la gara di oggi è stata rinviata, ufficialmente per il maltempo, in realtà perché io ho male ad un tallone e non potevo correre. 

Quindi Torcegno. Poco paese, un po' di bosco e tanta campagna. 

Considerando che nella mia testa l'Oricup Inverno è in paese, e quando la mia testa è in paese qualsiasi boschetto mi sembra la giungla, e che in campagna di solito non vado mica tanto bene, e che mi riscaldo e concentro poco perché c'è coda in partenza e la coda è al freddo e Enrico continua a ciarlare, sarà un casino.

Così per sicurezza faccio due cazzate all'inizio e non ci pensiamo più: prima non taglio su dall'ovvio bosco invece di fare il giro del mondo dal prato,poi continuo su per il bosco invece di scendere alla strada come i normodotati.

Dalla 3 alla 5 metto le gambe in spalla e funziona abbastanza, poi pascolo fra i pascoli andando ala 6, un po' perché sul giallo non capisco mai una sega, un po' perché per distinguere un attraversabile da un non attraversabile ci vogliono più decimi di quelle che ho. Ma ancora peggio faccio alla 7, che sarebbe proprio elementare ma confondo i boschetti.

Per la 8 ho semplicemente meno fiato e meno gambe di quelli che ci mettono meno di me, per la 9 leggo la carta con troppa superficialità, per la 10 basta correre in discesa su asfalto e quello so farlo, per la 11 basta correre in salita su asfalto e so farlo ma un po' più lento dei primi 2, per la 12 idem, per la 13 invece corriamo proprio uguali uguali, e per la 14 forse anche, ma mi concentro sull'angolo della casa invece che sull'angolo del prato (vecchio errore di non fare abbastanza attenzione al centro del cerchietto, scegliendo solo l'oggetto che attira di più l'attenzione).

Per la 15, chiunque si ricordasse come è fatto il campo da calcio di Torcegno, o avesse dato un'occhiata all'arrivo prima di partire, o sia in grado di dire al volo se un baffo nero è un sentiero o una roccia, ha corso come un matto fino al cerchietto e poi è sceso dal sentiero. Io invece sono andato a cercare fortuna giù per il boschetto, trovandone poca.

Chiudo dietro a due giovincelli e davanti a tanti vecchietti.

8 dicembre 2022

A proposito di UTMB

Qualche giorno dopo (non) aver terminato l'Ultra trail del Monte Bianco, ho scritto questo articolo, che non è mai stato pubblicato.

Mi piacerebbe potesse diventare uno spunto di discussione.

 

“Mancano 5 minuti alla partenza, adesso vi invitiamo a mettere via per un attimo i vostri smartphone e a rivolgere i vostri occhi a colui senza il quale non saremmo qui oggi: il Monte Bianco. Contempliamolo assieme in silenzio per un minuto - … - Quello che abbiamo davanti agli occhi è un fantastico gigante ferito, mai nella storia i suoi ghiacci si sono sciolti tanto velocemente come in questo ultimo anno. E ciascuno e ciascuna di noi è un po’ responsabile della sua sofferenza. Oggi, insieme, promettiamogli che se ci darà la forza per concludere il grandioso giro attorno ai suoi piedi, che stiamo per cominciare, quando torneremo a casa ci impegneremo tutti e tutte a fare qualcosa di concreto per invertire la rotta, per permettere ai nostri figli e ai nostri nipoti di poter ancora godere della bellezza di cui possiamo godere noi oggi. Buona gara!”

Mi sarebbe piaciuto sentire qualcosa del genere prima del via dell’UTMB, ma invece no, in un’ora di introduzione, lui, il Monte Bianco, non l’hanno nominato neanche una volta. Eppure non deve essersi offeso, perché ci ha regalato un tempo splendido per due giorni e le migliori condizioni per corrergli intorno. Quello che un tempo era conosciuto come il Monte Maledetto è davvero un gigante maestoso e splendido, sia guardandolo dal lato francese, sia da quello italiano, come decisamente maestoso è l’Ultra Trail del Monte Bianco, quello DOC, che parte e arriva a Chamonix, lungo 170 km e 10.000 metri di dislivello. Splendido, sì e no.

È fuori discussione che il livello complessivo dell’organizzazione è di una qualità che nel trail europeo e forse mondiali non ha paragoni. Ma proprio per questo alcune cose saltano all’occhio ancora di più.

L’UTMB può essere suddivisa in tre parti, che sembrano tre corse diverse. 

La prima è una gara di trail da una trentina di chilometri, su terreni facili e un po’ noiosi, che gode però di una bellissima visuale della parte meridionale del Monte Bianco, e che si corre in un clima da Tour de France. Nei paesi dove si trovano i punti di ristoro, ma non solo, ci sono migliaia e migliaia di persone lungo il percorso, che applaudono, urlano, suonano campanacci e fanno un tifo indiavolato al passaggio di tutti i concorrenti, facendo sentire il primo come l’ultimo, come si deve sentire la maglia gialla del Tour sull’alpe d’Huez.

La seconda è una 100 km d’alta quota prevalentemente su sentiero, con una manciata di salite molto impegnative e tutto intorno dei panorami che non hanno nulla da invidiare a nessun angolo del mondo. La doppietta Val Veny – Val Ferret, che corre ai piedi italiani del Monte Bianco, potrebbe convertire al trail running anche il più convinto dei bituminovori, e quando arrivi in cima ai 2537 metri del Gran Col Ferret, che anche ai primi chiedono tutto quello che hanno nelle gambe e nei polmoni, potresti anche appendere le scarpe al chiodo. Però invece ti servono per la discesa entusiasmante fino a La Fouly e Praz de Fort, e per la risalita a Champex-Lac.

Da lì all’arrivo ci sono un’altra trentina di chilometri, con tre salite - La Giete, Vallorcine e La Tete aux vents – sulla cui estrema bruttezza io posso testimoniare di persona solo riguardo alla prima, ma ho raccolto abbastanza testimonianza anche riguardo alle altre due. Come detto, in una gara qualsiasi ci può stare di trovare un pezzo bruttarello, ma nella pizzeria migliore del mondo se i carciofini sulla capricciosa non sono buoni, ci rimani male parecchio.

E poi c’è un’altra questione. In quell’ambito della sostenibilità di cui tanto spesso gli organizzatori parlano, e di cui la grigia e screpolata pelle dei ghiacciai del Monte Bianco ricorda in modo impressionante l’importanza, la galassia UTMB per ora si limita a fare un po’ meglio quello che si è sempre fatto, ed oggi è davvero troppo poco.

È facile togliere i bicchieri usa e getta dai ristori, molto meno facile è per esempio aiutare noi trail runner ad ammettere che nei nostri cassetti ci sono già più magliette di quelle che potremmo usare se corressimo fino a 100 anni; che per ricordarci di una gara non ci serve una t-shirt con scritto il nome e la data; che la soddisfazione di essere arrivati in fondo ce la possiamo portare dentro senza avere addosso qualcosa con scritto finisher. Eppure sarebbe fondamentale aiutarci a farlo, perché con le risorse che servono a produrre i gadget per un singolo concorrente, di bicchieri usa e getta se ne produrrebbero abbastanza da fargliene portare a casa una fornitura anche per amici e parenti, e quindi il Monte Bianco lo abbiamo aiutato solo per finta a non finire sciolto. 

“Ma allora come diamo visibilità agli sponsor? Come promuoviamo la nostra gara? Come facciamo venire a tutti voglia di correrla?” si chiederà qualcuno. Ecco, è proprio qui che UTMB potrebbe e dovrebbe diventare un modello da seguire, coinvolgendo gli sponsor, i partner tecnici, le comunità territoriali, e perché no gli atleti stessi, nell’invenzione e sperimentazione di pratiche del tutto nuove, che costruiscano nuova cultura e nuove abitudini, che vadano molto al di là della settimana della gara. Perché è di questo che c’è enorme bisogno.

UTMB è un brand con un appeal e una credibilità tali, da essere ormai un punto di riferimento da seguire ed imitare, e, considerando anche tutte le gare dell’UTBM World Tour e il numero di atleti che coinvolge a livello mondiale, l’impatto di quello che potrebbe uscire da qui, sarebbe enorme, e quindi importantissimo.