10 dicembre 2022

Oricup Inverno: Torcegno

Dopo le bagatelle estive, è tornato il Grande Orienteering con la Ori Cup Inverno.

Teoricamente sono indietro di 3 giri, dato che la gara di Torcegno risale a 2 settimane fa, ma sabato scorso a Marter non ho corso (quella pineta mi è sempre fatto allergia, e ero altrove a fare la sauna...) e la gara di oggi è stata rinviata, ufficialmente per il maltempo, in realtà perché io ho male ad un tallone e non potevo correre. 

Quindi Torcegno. Poco paese, un po' di bosco e tanta campagna. 

Considerando che nella mia testa l'Oricup Inverno è in paese, e quando la mia testa è in paese qualsiasi boschetto mi sembra la giungla, e che in campagna di solito non vado mica tanto bene, e che mi riscaldo e concentro poco perché c'è coda in partenza e la coda è al freddo e Enrico continua a ciarlare, sarà un casino.

Così per sicurezza faccio due cazzate all'inizio e non ci pensiamo più: prima non taglio su dall'ovvio bosco invece di fare il giro del mondo dal prato,poi continuo su per il bosco invece di scendere alla strada come i normodotati.

Dalla 3 alla 5 metto le gambe in spalla e funziona abbastanza, poi pascolo fra i pascoli andando ala 6, un po' perché sul giallo non capisco mai una sega, un po' perché per distinguere un attraversabile da un non attraversabile ci vogliono più decimi di quelle che ho. Ma ancora peggio faccio alla 7, che sarebbe proprio elementare ma confondo i boschetti.

Per la 8 ho semplicemente meno fiato e meno gambe di quelli che ci mettono meno di me, per la 9 leggo la carta con troppa superficialità, per la 10 basta correre in discesa su asfalto e quello so farlo, per la 11 basta correre in salita su asfalto e so farlo ma un po' più lento dei primi 2, per la 12 idem, per la 13 invece corriamo proprio uguali uguali, e per la 14 forse anche, ma mi concentro sull'angolo della casa invece che sull'angolo del prato (vecchio errore di non fare abbastanza attenzione al centro del cerchietto, scegliendo solo l'oggetto che attira di più l'attenzione).

Per la 15, chiunque si ricordasse come è fatto il campo da calcio di Torcegno, o avesse dato un'occhiata all'arrivo prima di partire, o sia in grado di dire al volo se un baffo nero è un sentiero o una roccia, ha corso come un matto fino al cerchietto e poi è sceso dal sentiero. Io invece sono andato a cercare fortuna giù per il boschetto, trovandone poca.

Chiudo dietro a due giovincelli e davanti a tanti vecchietti.

8 dicembre 2022

A proposito di UTMB

Qualche giorno dopo (non) aver terminato l'Ultra trail del Monte Bianco, ho scritto questo articolo, che non è mai stato pubblicato.

Mi piacerebbe potesse diventare uno spunto di discussione.

 

“Mancano 5 minuti alla partenza, adesso vi invitiamo a mettere via per un attimo i vostri smartphone e a rivolgere i vostri occhi a colui senza il quale non saremmo qui oggi: il Monte Bianco. Contempliamolo assieme in silenzio per un minuto - … - Quello che abbiamo davanti agli occhi è un fantastico gigante ferito, mai nella storia i suoi ghiacci si sono sciolti tanto velocemente come in questo ultimo anno. E ciascuno e ciascuna di noi è un po’ responsabile della sua sofferenza. Oggi, insieme, promettiamogli che se ci darà la forza per concludere il grandioso giro attorno ai suoi piedi, che stiamo per cominciare, quando torneremo a casa ci impegneremo tutti e tutte a fare qualcosa di concreto per invertire la rotta, per permettere ai nostri figli e ai nostri nipoti di poter ancora godere della bellezza di cui possiamo godere noi oggi. Buona gara!”

Mi sarebbe piaciuto sentire qualcosa del genere prima del via dell’UTMB, ma invece no, in un’ora di introduzione, lui, il Monte Bianco, non l’hanno nominato neanche una volta. Eppure non deve essersi offeso, perché ci ha regalato un tempo splendido per due giorni e le migliori condizioni per corrergli intorno. Quello che un tempo era conosciuto come il Monte Maledetto è davvero un gigante maestoso e splendido, sia guardandolo dal lato francese, sia da quello italiano, come decisamente maestoso è l’Ultra Trail del Monte Bianco, quello DOC, che parte e arriva a Chamonix, lungo 170 km e 10.000 metri di dislivello. Splendido, sì e no.

È fuori discussione che il livello complessivo dell’organizzazione è di una qualità che nel trail europeo e forse mondiali non ha paragoni. Ma proprio per questo alcune cose saltano all’occhio ancora di più.

L’UTMB può essere suddivisa in tre parti, che sembrano tre corse diverse. 

La prima è una gara di trail da una trentina di chilometri, su terreni facili e un po’ noiosi, che gode però di una bellissima visuale della parte meridionale del Monte Bianco, e che si corre in un clima da Tour de France. Nei paesi dove si trovano i punti di ristoro, ma non solo, ci sono migliaia e migliaia di persone lungo il percorso, che applaudono, urlano, suonano campanacci e fanno un tifo indiavolato al passaggio di tutti i concorrenti, facendo sentire il primo come l’ultimo, come si deve sentire la maglia gialla del Tour sull’alpe d’Huez.

La seconda è una 100 km d’alta quota prevalentemente su sentiero, con una manciata di salite molto impegnative e tutto intorno dei panorami che non hanno nulla da invidiare a nessun angolo del mondo. La doppietta Val Veny – Val Ferret, che corre ai piedi italiani del Monte Bianco, potrebbe convertire al trail running anche il più convinto dei bituminovori, e quando arrivi in cima ai 2537 metri del Gran Col Ferret, che anche ai primi chiedono tutto quello che hanno nelle gambe e nei polmoni, potresti anche appendere le scarpe al chiodo. Però invece ti servono per la discesa entusiasmante fino a La Fouly e Praz de Fort, e per la risalita a Champex-Lac.

Da lì all’arrivo ci sono un’altra trentina di chilometri, con tre salite - La Giete, Vallorcine e La Tete aux vents – sulla cui estrema bruttezza io posso testimoniare di persona solo riguardo alla prima, ma ho raccolto abbastanza testimonianza anche riguardo alle altre due. Come detto, in una gara qualsiasi ci può stare di trovare un pezzo bruttarello, ma nella pizzeria migliore del mondo se i carciofini sulla capricciosa non sono buoni, ci rimani male parecchio.

E poi c’è un’altra questione. In quell’ambito della sostenibilità di cui tanto spesso gli organizzatori parlano, e di cui la grigia e screpolata pelle dei ghiacciai del Monte Bianco ricorda in modo impressionante l’importanza, la galassia UTMB per ora si limita a fare un po’ meglio quello che si è sempre fatto, ed oggi è davvero troppo poco.

È facile togliere i bicchieri usa e getta dai ristori, molto meno facile è per esempio aiutare noi trail runner ad ammettere che nei nostri cassetti ci sono già più magliette di quelle che potremmo usare se corressimo fino a 100 anni; che per ricordarci di una gara non ci serve una t-shirt con scritto il nome e la data; che la soddisfazione di essere arrivati in fondo ce la possiamo portare dentro senza avere addosso qualcosa con scritto finisher. Eppure sarebbe fondamentale aiutarci a farlo, perché con le risorse che servono a produrre i gadget per un singolo concorrente, di bicchieri usa e getta se ne produrrebbero abbastanza da fargliene portare a casa una fornitura anche per amici e parenti, e quindi il Monte Bianco lo abbiamo aiutato solo per finta a non finire sciolto. 

“Ma allora come diamo visibilità agli sponsor? Come promuoviamo la nostra gara? Come facciamo venire a tutti voglia di correrla?” si chiederà qualcuno. Ecco, è proprio qui che UTMB potrebbe e dovrebbe diventare un modello da seguire, coinvolgendo gli sponsor, i partner tecnici, le comunità territoriali, e perché no gli atleti stessi, nell’invenzione e sperimentazione di pratiche del tutto nuove, che costruiscano nuova cultura e nuove abitudini, che vadano molto al di là della settimana della gara. Perché è di questo che c’è enorme bisogno.

UTMB è un brand con un appeal e una credibilità tali, da essere ormai un punto di riferimento da seguire ed imitare, e, considerando anche tutte le gare dell’UTBM World Tour e il numero di atleti che coinvolge a livello mondiale, l’impatto di quello che potrebbe uscire da qui, sarebbe enorme, e quindi importantissimo.

1 novembre 2022

Finali Coppa Italia Orienteering 2022

Già che ci sono, scrivo anche di questo, così mi tolgo il pensiero e avrò qualche pagina in più da rileggermi quando sarò pensionato (???).

E' l'ultimo giorno di scuola, solo che contrariamente a quello vero, qui non abbiamo davanti le vacanze estive, ma un lunghissimo inverno senza gare nazionali in cui ritrovarci in pigiama in luoghi improbabili a cercare pezzi di tela in mezzzo ai boschi e alle case. Sigh.

Siamo in Val Belluna, il sabato si corre la finale di Coppa Italia "city" o come si chiama, la domenica quella "forest". Io fra il sabato e la domenica per fortuna torno a casa, perché il sabato ho dimenticato a casa la pozione per l'asma e ormai sono troppo master per correre senza.

Durante il riscaldamento del sabato, in forma breve perché con Chiara ci siamo persi come due pivelli nei dintorni di Mel, mi rendo conto che è una settimana che non corro, e l'ultima volta erano i 50 km dell'ultima tappa del Maira Occitan Trail: e cosa c'è di meglio che correre una sprint in centro storico senza gambe e senza polmoni?

Fortuna che sono giovane e illuso e penso di potermela cavare comunque. Talmente giovane e talmente illuso che quasi quasi mi va bene davvero. Già andando alla 1 è evidente che quel litro di aria in più mi mancherà un sacco, ma cerco di compensare con l'entusiasmo e alla 3 sono in testa con 8'' su Emiliano (facciamo finta che Davide Martignago, che fa PE alla penultima, dove era abbondantemente in testa, non sia neanche partito). 

4-5-6-7 non sono complicatissime, e non lo sarebbe neanche la 8, se non ce ne fosse lì una poco lontana che induce moltissimo in tentazione, e io ci casco, perdendo 14'' e il primo posto.  Per la 10 mi spolmono l'unico polmone disponibile e alla 11 l'ipossia cerebrale conclamata mi impedisce di vedere la scelta più sensata che scendeva ad ovest. Perdo 19'' e ciao ciao. Nel finale, dopo alcune lanterne corse di branchie, perdo il segno, un portico e 10'' alla 18, e concludo 2° a 24'' da Emiliano, che non sarebbe neanche male, se non fosse che la stupidaggine più grande l'ho commessa prima di partire da casa.

Il giorno dopo ho i polmoni in regola, ma la carta mi è decisamente meno favorevole. E' una carta bella e stranissima, con pochissimo dislivello, vegetazione ostica e tanti sassi, sul letto del torrente Piave o almeno quello che un tempo lo era. 

Faccio quello che posso con un warm-up molto prolungato e alla fine mi sembra pure di capirci qualcosa, ma mando tutto in vacca già alla 2, quando decido di andarci lungo i sentieri, ma non ho la pazienza di controllare bene i bivi e ben presto sono perso in mezzo alla jungla. Non sono neanche abbastanza audace da essere aiutato dalla fortuna, così quando incontro una lanterna non è una delle mie e quando arrivo in un prato apparentemente inconfondibile, non lo trovo in carta perché è segnato come semi aperto. Quando finalmente arrivo al sentierone a nord che era la mia ultima spaggia, sono passati secoli e ho perso 7 minuti abbondanti dai primi. 

Da lì alla fine tento di salvare il salvabile e mi comporto discretamente, strappando anche 3 migliori tempo e un paio di secondi e di terzi, ma Morara, Corona e Martignago sono di un altro pianeta, e chiudo sesto, a 10-13 minuti da loro, e dietro anche a Vivian e Neuhauser.

Buon inverno. Sigh.


Brenta da sud a nord

 

Ci pensavo da qualche anno, una volta ci avevo provato senza troppa convinzione, questa volta sono arrivato in fondo: traversata delle Dolomiti di Brenta dall'estremo sud all'estremo nord, partenza da San Lorenzo in Banale alle ore 3.29, arrivo a Cles alle 20.02, 63 km, 4.250 metri di dislivello, 16 ore e mezza di Bellezza, con una spolverata di brivido durante, e 4 giorni di mal di gambe poi.

Dopo il pernottamento a San Lorenzo in Banale (comodamente raggiungibile da Trento con i mezzi pubblici) e la colazione con il frontalino nella sala da pranzo dell'hotel, buia e deserta, salgo la Val d'Ambiez sotto un cielo limpido e stellato che promette benissimo. La notte è sempre la notte, ma procedo abbastanza spedito fino al Rifugio Cacciatori e poi quasi fino al Rifugio Agostini (perché manco la scorciatoia a destra che va diretta alla Forcolotta di Noghera).

Niente luna, ma la notte è luminosa e non riesco proprio a non tenere spenta la frontale, mi tocca andare un po' più piano, ma è molto più bello così. Nel traverso verso la Forcolotta metto giù male un piede, perdo leggermente l'equilibrio, e do una tibiata su una roccia, esattamente nello stesso punto in cui mi ci è caduta una panca una settimana prima. Si aggiungono stelle alle stelle.

Dopo la Forcolotta accendo la frontale per andare un po' più spedito, direzione rifugio Tosa - Pedrotti, prime luci dell'alba verso sud-est, bello bello bello.

Quando arrivo al Rifugio ci sarebbe l'alba, ma come mia tradizione ho una montagna davanti che me la nasconde, mi accontento dell'aurora sulla Tosa e dei primi raggi sulle cime attorno alla Bocca di Brenta (di cui non ricorderò mai il nome, non c'è niente da fare...) e scendo un po' per imboccare il Sentiero Orsi, che mi scodella nella superba Busa degli Sfulmini, dove mi concedo il primo autoscatto di giornata, davanti, e queste me le ricordo, al Campanil Basso, al Campanil Alto e agli Sfulmini. C'è una luce bellissima, delle montagne bellissime, un sentiero bellissimo, le mie gambe vanno benissimo, ogni tanto appaiono dei camosci: se avessi mai avuto dubbi sul fatto che sia stata una buona idea svegliarmi alle 2.40, si sarebbero già squagliati.

Piccolo errore di percorso prima della Bocca di Tucket (bivio invisibile), primo affaccio sull'altra parte del mondo (val Rendena con Adamello, Presanella, Carè Alto ecc. ecc. ecc.) e poi un po' di timori nello scendere verso il rifugio Tucket, dato che il sentiero fa ancora finta che ci sia la vedretta, ma quella si è squagliata molto prima dei miei dubbi sulla sveglia, e la discesa non è agevolissima.

Nella modesta risalita fra i sassoni verso il Grosté incontro la terza e ultima persona della giornata, mentre al rifugio Graffer incontro due cagnoni che vorrebbero coccole e cibo. Ho due barrette, un po' di cioccolato, bagigi con lo zucchero, mandorle, e gel in abbondanza, niente che gli faccia bene, né che io abbia voglia di condividere con loro. Si accontentino di due grattini, che io devo ripartire.

Sono all'inizio del Sentiero Alpinistico Costanzi, in piena tabella di marcia (se ne avessi veramente una) e molto desideroso di potermi fidare delle parole di Roberto Dalla Valle, che dice che è il suo giro preferito e che si può tranquillamente fare senza imbrago. Temo che lui abbia parecchio più pelo sullo stomaco di me, ma confido che ci sia un motivo se lo chiamano "sentiero alpinistico" invece di "via attrezzata". Fino alla Bocchetta dei Tre Sassi ci sono solo gran ghiaioni, di quelli che i sassi quando sbattono uno sull'altro fanno il rumore di monetine, particolare curioso che accomuna tutte le rocce calcaree, da qui al Carso (e magari a chissà dove, io queste conosco).

Da lì inizia "l'alpinistico", e per farsi un'idea di quanto alpinistico sia, potete dare un'occhiata a questo filmato, di due che hanno fatto il sentiero nel mio stesso verso, o in questo altro, fatto invece venendo nel verso contrario.

Da lì alla fine del Costanzi ci sono 52 cordini, una scala in metallo e alcuni pezzi attrezzati con staffe, niente di tecnicamente impegnativo, ma almeno un paio di km (compresi quelli senza cordino) in cui il margine di errore è zero, cioè, se cadi, ciaone. Per quanto mi riguarda, si tratta di mettere in fondo allo zainetto la tentazione di avere paura e fare attenzione ad ogni passo, senza distrarsi mai. E' molto più lento che correre e muscolarmente meno faticoso, ma alla fine stanca di più, ed è anche parecchio stimolante. Se poi il posto è bello come quello lì e il meteo continua a rimanere spettacolare, non si può chiedere molto di più alla vita, e grazie a Roberto per la spinta.

Continuo a galleggiare attorno ai 2.500 metri, seguendo i capricciosi su e giù del Sentiero Costanti, senza accenni di crisi e con tanta voglia di arrivare in fondo. Poi faccio il più classico degli errori, cioè penso di essere arrivato prima del tempo.

La mia cartina del Brenta termina a Malga Tassullo, alle pendici del Monte Peller. Da lì ho arbitrariamente deciso che Cles è ad un tiro di schioppo, e la strada è tutta in giù; invece è ad un tiro di mortaio a lunga gittata, con anche parecchio piano. E si sa che la fatica, quando pensavi di essere arrivato, si quadruplica.

Arrivo a Cles 15 km e due ore e mezza più tardi, piuttosto sfatto, ma orgogliosissimo di essere riuscito (per puro caso) ad arrivare in stazione con 6 minuti di anticipo sull'ultimo mezzo che mi può riportare a casa. 

Giro sicuramente da rifare, magari in compagnia.

Campionato Trentino Long

Del Campionato Trentino Long vengo a conoscenza quando sono già a metà del mio super-tour-del-Brenta: 65 km con 4200 metri di dislivello non erano forse il modo migliore per preparare una long, ma tanto ad una giornata così in mezzo alle Dolomiti di Brenta non ci avrei rinunciato comunque.

E poi tanto ormai a queste cose ci sono abituato e da quando ho iniziato ad usare gli aminoacidi il mal di gambe è solo un ricordo. Ricordo che però torna a bussare con insistenza la domenica mattina nella splendida cornice del Lago di Calaita: per cause non note (forse di aminoacidi ne ho presi troppo pochi?) nonostante siano già passati 4 giorni ho le cosce di mogano, i polpacci di tek e dolorini sparsi in tutto il resto del corpo.

Confidando che l'adrenalina da gara faccia passare tutto (Lorenzo Vivian mi parte 3' dopo e Michele Ausermiller su questi terreni è rognosissimo) mi presento alla mia partenza al minuto 1 con il minimo sindacale del riscaldamento. Lago di Calaita alla destra, giallo bosco autunnale alla sinistra, Pale di San Martino davanti e cielo azzurro sopra, con tanta bellezza intorno non ci sono DOMS che mi possono rallentare.

Nei libri si legge che la bellezza toglie il fiato, nella realtà a togliermi il fiato è il fatto che sono un pirla, e dopo due sole settimane ho rifatto lo stesso tragico errore: ho dimenticato di prendere la pozione anti asma. Quella che in una long non sia poi una cosa così tragica, si rivela una pia illusione già alla prima lanterna, dove arrivo ansimando nonostante io sia in gara solo da 1 minuto. 

Per chi non sapesse cosa è l'asma, provi a correre, all'apice della vostra forma fisica, con 4 mascherine una sopra l'altra o a 4.000 metri di altezza, o, meglio, le due cose insieme: le gambe urlano al cuore "mandaci più ossigeno che acceleriamo!", il cuore risponde "io sono già a tutta, parlatene con i polmoni", loro ribattono "ci stiamo già facendo un mazzo così ma c'è un ingorgo su nei bronchi", i bronchi non rispondono niente perché ne hanno piene le palle a non collassare. E il cervello, che dicono consumi da solo il 30% dell'ossigeno, avvisa che farà quello che può.

  

Morale della favola, dopo la campestre fino alla 3, che permette di contemplare le Pale facendo solo un po' di attenzione a non giocarsi un paio di caviglie fra le zolle, ho già preso 30'' da Vivian, che me ne dà altri 20 salendo alla 4,una riga diritta su per il bosco che faccio alla perfezione, ma in apnea. Sarebbe un giorno tecnicamente felice, prendo senza errori la 5 e la 6, faccio la scelta migliore (dalla strada) per la 7, sono chirurgico sulla 8-9-10-11, ma il ricordo del mal di gambe è stato sopraffatto dalla nostalgia per un polmone, e quando fra la 10 e la 11 Vivian mi supera a velocità non irresistibile, non riesco ad opporre la minima resistenza.

Fin lì sarei comunque addirittura ancora secondo, 2' davanti ad un certo Roberto Pradel, ma a quel punto il cervello getta la spugna, confessa che lui con quell'ossigeno lì può garantirmi al massimo le funzioni vitali, e mi porta (preciso) alla 14 e poi alla 13. E' prima di scendere alla 12 che, probabilmente grazie alla discesa che mi permette di investire un po' meno fiato nei muscoli, mi rendo conto di cosa è successo. Così dopo aver punzonato la 116 me ne torno sui miei passi, senza neanche alcuna velleità di poter recuperare qualcosa spingendo di più, perché un settantenne che fuma da una vita due pacchetti al giorno avrebbe più fiato di me in quel momento.

Ciliegina sulla torta, dato che "tanto alla 14 ci sono già stato", non mi preoccupo di pensare a come attaccarla, e vago lì intorno 4-5 minuti giocandomi le mie scarse residue possibilità di podio.

Da lì all'arrivo non sbaglio più niente, ma respiro come Roberto "Baffo" da Crema e chiudo quinto, a 21 minuti da Vivian, 12' da Pradel e 5' da Eddy.

Chissà se questa agonia sarà sufficiente a farmi ricordare di prendere la pozione la prossima volta. Ausermiller, par la cronaca, ha saltato la 6.





2 ottobre 2022

A volte resuscitano

Dopo i miei penosi campionati italiani middle e staffetta del fine settimana scorso (dei quali non so se un giorno avrò il coraggio di scrivere qualcosa), la mia fragilissima o-autostima è ai minimi storici e sono fortemente tentato di disertare la 2 giorni della Valsugana per andare a correre e meditare solitario in Brenta. Ma dovrei alzarmi troppo presto e il tempo è così così, quindi opto per la terapia alternativa del suicidio assistito.

Avendo deciso che in M35 non ci sono abbastanza avversari, mi iscrivo in M45, dove non conta il numero di avversasi, dato che c'è Cipriani, alias il Cip. Per chi non fosse un intenditore delle categorie master, basti dire che oltre ad essere stato per me "Il Rivale" fino a qualche anno fa, è attualmente campione italiano middle M50, campione italiano long M50, campione trentino sprint M45 (per mia gentile concessione alla penultima lanterna...), nonché vincitore delle ultime 10 gare da lui disputate, fra M45 e M50. Fra l'altro l'anno scorso mi ha battuto in 5 delle 6 gare che ha corso in Coppa Italia in M35 (nell'altra ha fatto PM...).

O la va o la spacca.

Intanto, il primo giorno la spacca.

Il Fato, o uno scherzo sadico di quelli del Crea Rossa, lo fa partire 1' prima di me. Riesco a limitare i danni nel solito parchetto delle Terme e ad uscirne con soli 10'' di ritardo, che si riducono a 3 nella prima lanterna in salita, la 9. Qui la salita è lunga assai, e mi immagino di intravvederlo lassù, invece di lui non c'è traccia. Scoprirò solo poi che lui opta per una probabilmente non legalissima scelta a destra, che a lui fa risparmiare 34'' e a me impedisce di avvistarlo e sputar sangue per prenderlo.

Peggioro la mia situazione alla 12, dove mi scapicollo senza pensare un granché a cosa sto facendo e arrivo alla fontana dopo, prima di capire che sono andato lungo, buttando 15'' nel cesso. E poi cado anche nel trabocchetto della 15, che induce a stare sotto la linea rossa, ma di là non si entra nel parchetto. Ci cade anche lui, ma in ogni caso alla fine è 44 secondi davanti a me (che sono comunque più di 34).

Quella del secondo giorno a Passo del Brocon è una cartina ostica, che assomiglia un po' a quella in val Gardena, dove ho buttato alle ortiche una ottima gara per eccesso di fiducia nei miei mezzi da metà in poi. Direi che al momento non corro il rischio di peccare di eccesso di fiducia, se mai il contrario. Stavolta niente Fati e niente scherzi, e il Cip parte a distanza più che di sicurezza, 8 minuti prima di me.

Io mi imploro di partire tranquillo per entrare in carta, ma la prima è facilina e le mie gambe non mi danno retta, così ci arrivo con il miglior tempo, 17'' più veloce del Rivale. Però almeno non penso "oh, che facile, dai che oggi va via liscia" e mi limito a pensare "per la 2 via in curva di livello e prato diritto come linea di arresto", e casco dritto dritto nella buca, guadagnando altri 5''.

Per la 3 con il senno di poi era meglio rimanere nel semiaperto (che era parecchio aperto) e strisciare su lungo le rocce, invece salgo subito nel bosco. Ma gli dei oggi sembrano propizi e faccio di nuovo il miglior tempo, mentre il Cip si incarta un po' fra le rocce e scivola a 105'' di distacco, dei quali ne recupera 14 alla 4 che io faccio giusta ma un po' troppo titubante. Titubo molto meno alla 5, dove facciamo lo stesso tempo spaccato, mentre alla 6 gli do 5'', e gliene darei di più se non leggessi male il codice e mi allontanassi di un paio di metri dalla lanterna prima di tornare lì a punzonare.

Per la 7 meglio lui, io forse sono troppo prudente e prima di scendere lungo le rocce sto in curva per un po' troppo, lasciandoci addirittura 30'', dei quali me ne riprendo 16 alla 8+9.

La 10 mi sembra la tipica lanterna dove perdere gara - faccia e voglia di continuare a fare orienteering, così decido deliberatamente di prenderla MOLTO prudente, passando dalla 6 che conosco già, scendendo alla bucona e poi andando via in curva. Ci arrivo perfetto, forse un pelo TROPPO prudente, dato che ci smeno un centinaio di secondi e il primo posto, però non mi sono perso e non ho intaccato il mio fragile equilibrio psico-fisico!! Alla 11 di nuovo stesso tempo (e lui rimane davanti di 23'') e poi il Cip fa quello che di solito faccio io, cioè cicca un banale azimut da 75 metri. Mentre io cado nella buca con la lanterna, lui ravana lì intorno e mi dona 2', ai quali ne aggiunge 3 abbondanti alla 13, che io centro chirurgicamente appoggiandomi ad alcune forme del terreno, e lui no. Già che sono lanciato mi prendo altri 20'' alla 14 e posso permettermi di preoccuparmi un pelo cercando nelle buche sbagliate alla 15, dove perdo gli unici 20'' veramente persi della giornata.

Dalla 16 all'arrivo mi prendo il lusso di rifilargli altri 24+3+4+4+2 secondi chiudendo con la bellezza di 5' e 20'' di vantaggio, che su una gara da 29'35'' non è male 😎.

Chiudo questa gloriosissima giornata (per aver fatto una gara quasi pulita più ancora che per aver battuto il Cip nella due giorni ed essermi portato a casa una cassetta di mele golden) con una corsetta con Roberto Dallavalle (che ha vinto l'Elite in 34''...) in Cima al Monte Agaro da cui c'è una vista splendida su Lagorai, Pale di San Martino, Cima d'Asta e pure Carè alto e Brenta.



21 settembre 2022

2 o-giorni del Primiero

A stretto giro di posta, dopo il racconto delle non entusiasmanti prestazioni del fine settimana in Valtellina, torno con il racconto delle solo un mini pelo più entusiasmanti prestazioni alla 2 giorni del Primiero.

Come tutti sanno il Primiero è la culla dell'orienteering come numero di praticanti, come carte, come entusiasmo delle società ecc. ecc. ecc. E' anche una figata di posto dove passare un fine settimana, quindi si va.

Primo giorno gara "promozionale" (con sistema di punzonatura air+...) in Val Canali, un paradiso un pelo sciupato da Vaia, che rimane però ai piedi delle Pale ed è quindi sempre uno spettacolo. Dalla fine del mio cambio di abito allo start con cartina in mano passano meno di 3' (pensavo che la partenza fosse più lontana e che ci fosse coda al punching start, invece no) e io ce ne metto almeno altri 15 a raccapezzarmi su cosa sto facendo. Per la 3 credo anche di dover fare il giro ad un dosso, che però è una bucona, ma io faccio davvero il giro ad un dosso. E poi scelta demenziale alla 4 e insensata alla 6, insomma, tragedie, almeno fino alla 9.

Poi, un po' la carta diventa parecchio più facile, un po' io entro un po' in gara e in carta grazie ad un non meglio precisato atleta con tuta Craft, che mi prende e battagliamo un po' prima che mi semini dopo la 16 (così io posso approfittarne per scendere a casaccio ala 17 e fare il peggior tempo alla 19 uscendo a caso dalla 18).

La domenica si è sciolta un po' della neve che è caduta il giorno prima a Passo Rolle, la giornata è bellina, il posto fantasmagorico, così mi esibisco subito in una delle mie migliori Partenze Alla Cazzo, e alla 1 sono già ottavo su 8 a 4' dal primo. Dovrei fare una buca nella neve e rimanere lì fino al disgelo 2023, ma il posto è troppo bello e ci sono ancora 9.5 kms per rimediare, proviamoci.

Tre minuti dietro di me partiva Roland Pin, che come al solito non si allena dal 1982, e che mi passa prima della 1. Lo avvisto in uscita dalla 3 e lo supero in uscita dalla 4, correndo come un disperato nei prati innevati (figata!!). Faccio una scelta migliore della sua per la 5, butto via un po' di secondi in zona punto alla 6, faccio bene la 7 (ma ci metto un minuto più di Ausermiller che probabilmente ha una motoslitta) e rivedo per l'ultima volta Roland attorno alla 8, dove io ho cincischiato parecchissimo in zona punto ma lui ci sta ancora arrivando.

Poi parto lungo il sentiero che è una distesa di paludine e zolle di erba, e, scongiurato il pericolo di tornare erroneamente alla 6, che con la cartina rovescia sembra un 9, galoppo con il miglior tempo alla 9 e con il migliorissimo alla 10. Qualcuno potrebbe dire che erano lanterne fisiche, ma ditelo ad Ausermiller, che è piuttosto fisico, e alla 10 perde 9 minuti e primato (quando lo raggiungo insieme ad Eddy, sta pascolando (in)felice troppo corto e troppo basso rispetto al punto).

Per la 11 ho le ali ai piedi, alla 12 mi sa che ci passo ad uno sputo ma non la vedo e procedo fino all'avvallamento successivo (1' buttato...e Ausermiller mi sorpassa, ma non in classifica)  e poi via di corsissima alla 13 - 14 - 15. Solo che ho sempre Ausermiller in vista e ovviamente mi distraggo, col risultato che in zona punto faccio una bestialità bestiale che mi costa 2'.

Fortunatamente avevo un discreto bottino, e riesco comunque a vincere la gara.

Eh, accontentiamoci.