30 marzo 2020

ric-O-mincerà, prima O pOi


Tanti anni fa anche in Italia, come nel resto del mondo vicilizzat-O, si correva una gara in notturna, che tradizionalmente era la prima gara di Coppa Italia. Sul far delle tenebre, più o meno in questo periodo, dopo che decine e decine di frontali si erano accese tutte insieme sulla linea di partenza, in un clima spesso rigidino, la voce stentorea di Stegal, dopo aver recitato il countdown con ieratica solennità, proclamava "È iniziata la Coppa Italia duemila-e-quel-che-era". E via nel bosco, con il cuore in gola.

Poi, per motivi che rimasero oscuri ai più, le notturna di inizio anno venne cancellata dal calendario orientistico italiano. Però almeno era rimasta una gara di inizio del Campionato Italiano, in un bel prato o nel parco di qualche cittadina, ma comunque con quel profumo fantastico di primo giorno di scuola, di inverno che stava finendo, di primavera che stava iniziando, di giovani un po' meno giovani dell'anno prima e master un po' più master dell'anno prima, di smania di ritornare a correre con un brichetto una bussola e una cartina, di sollievo per la fine della astinenza da tutto quel micr-O-cosmo di cui tutti si chiedevano come avessero fatto a rimanere senza per tutti quei mesi.

Ecco, in questo periodo in cui i veri problemi sono ben altri, io mi permetto il lusso di avere nostalgia della Prima di Coppa Italia. Probabilmente non ci saranno più il profumo dell'inverno che finisce e della primavera che comincia, ma il resto sarà ancora più bello del solito. Addirittura più bello di quella prima di Coppa Italia del 2014, a Clusone.

2 aprile 2014 - That's O!

L'orienteering è passare un fine settimana a Clusone, un paese del bergamasco fra le montagne in Val Seriana, dove un trentino medio non metterebbe mai piede di suo. E fa male, perché è un gran bel posto.
L'orienteering è dormire in palestra con il sacco a pelo come se avessi ancora vent'anni, e dormire da cani perché invece di anni ne hai il doppio e sul materassino a dormire non ci riesci mica più tanto bene.
L'orienteering è Corrado Arduini, che alla sua ottomillesima trasfera orientistica si prende cura di ciascuno dei giovani dell'Interflumina come se fosse figlio suo, e si preoccupa anche di sapere se hanno portato da fare i compiti per il lunedì e se hanno lavato i denti.
L'orienteering è una gara che sembra tanto facile dove Andrea Gobber, che l'anno scorso è arrivato secondo in classifica generale di Coppa Italia M40 e ha vinto l'argento agli italiani long, non riesce mai ad entrare in carta e prende 6' dal primo.
L'orienteering è correre in discesa veloci come il vento evitando i rovi e superando atleti di altre categorie che ti intralciano la strada, andando ad appoggiarsi su una forma del terreno non poi così invisibile, che ti deposita sulla lanterna 2 con il miglior tempo.
L'orienteering è Christine Kirchlechner che arriva seconda in WA invece di vincere la WE perché è parecchio incinta, ma non abbastanza da non aver voglia di farsi una corsa nel bosco a caccia di lanterne.
L'orienteering è la lanterna 3 che ti pare persino banale per il naso con il sentiero e la voragine che ti indica dove non andare, ma che mangia 40'' a Mario Ruggiero, 1'15'' a Simone Grassi e 1'30'' a Ingemar Neuhauser.
L'orienteering è Sara Di Furia che arriva sorridente al traguardo con la creatura insalamata nella fascia attorno alla pancia, probabilmente che dorme.
L'orienteering è la lanterna 8 dove Roland, Mario e Simone, senza assolutamente farla insieme, ci mettono tutti e tre esattamente 22 secondi. E tu un secondo di più.
L'orienteering è Stegal che parla ininterrottamente per 3 ore senza perdere mai il filo e riconosce il 90% degli atleti a 500 metri di distanza guardando come corrono, e se ti conosce dice un sacco di cose imbarazzanti su di te, ma tanto chissenefrega.
L'orienteering è la fretta nel guardare la descrizione punto che ti fa leggere "radura" dove c'è scritto "gruppo di sassi", e ti fa ignorare una lanterna vicino ad un sasso alla ricerca di quella nella radura, facendoti perdere 39'' su una tratta da un minuto.
L'orienteering è la salita per la 12 dove Roland - che "ha corso tranquillo perché ha uno strappo e non si sta allenando" - ti dà 3'' nonostante tu da inizio novembre ti alleni regolarmente 3 volte a settimana.

L'orienteering è Dalla Valle che per fare defaticamento dopo la gara va di corsa sul montarozzo dietro la zona di arrivo (e anche Edo Cortellazzi che fa la stessa cosa con una maglia gialla fluorescente che si vede da 4 km di distanza).

L'orienteering è correre come i disperati sui trattoni finali di prato, chiedendoti poi come cavolo ha fatto Manuel Negrello a metterci 47'' mentre tu ce ne hai messi 60, e quanti ce ne avrebbero messi Buselli e Rigoni.

L'orienteering è buttarsi per terra subito dopo il finish, assaporando il piacere di essere sdraiato su un prato e di aver tirato fuori tutto quello che hai cercato di costruire in mesi di allenamenti.

L'orienteering (alle volte) è vincere la prima prova di Coppa Italia con 1'17'' su Roland Pin e 2'42'' su Simone Grassi, due che pochi anni fa ti davano dieci minuti a gara, e che magari te li daranno anche alla prossima.

L'orienteering è un grande uomo, nonché mio affezionato lettore, che ieri è stato operato di tumore alla tiroide, e che domenica era a correre a Clusone, "perché così non ci pensava". Tantissimi auguri!

6 marzo 2020

Il mio TOR(mentato) X – settima (e ultima) puntata

Il mio Tor 2020 finisce a Donnas, più o meno dopo 150 km e 44 ore. Mentre cerco di decidermi a tornarmene a Courmayeur, mi aggiro per la base vita come uno che è lì per caso. Ho appena abbandonato un sogno che rincorrevo da mesi, ma sembra che la cosa non mi riguardi. Guardandomi da fuori tutto sembra funzionare alla perfezione, non ho un dolorino che sia uno, non zoppico, non ho l'aria stravolta, sembro fresco come una rosa e pronto a ripartire. Ma da dentro non funziona niente.

Quando finalmente mi decido ad andarmene è troppo tardi per riuscire a prendere la corriera (che perdo per pochi secondi, vedendola passarmi davanti quando sono a qualche centinaio di metri dalla fermata) e mi imbarco in un lunghissimo autostop, aiutato dalla famosa "borsa gialla del Tor" che mi pende mesta da un lato.

È martedì e i giorni successivi li passo a Courmayeur, in attesa dell'arrivo dei miei compagni trentini, senza nulla da fare lì, ma senza neanche la voglia di tornare prima a casa.

Nella mia bolla di solitudine mi guardo indietro: al posto di un appassionato di corsa in montagna che rimpiange per aver lasciato, c'è una "Volpe-e-l'uva" travestita da Leopardi in fase di pessimismo cosmico, che scrive così: "Questa mattina nessuna prospettiva di vedere il Rosa, il Cervino o il Bianco è riuscita a convincermi a ricominciare a salire da Donnas. Mentre mi è sempre molto chiaro quanto sia sottile il filo che ti tiene sospeso, la notte, al freddo, lassù. È vero che essere là a quell'ora era uno dei motivi per cui volevo fare questa gara. Ma forse a quell'ora è meglio che là non ci vada più, e lasci che la Montagna vada a letto e si svegli senza nessuno che la disturba. In uno zainetto ci sta il minimo indispensabile, nulla di più. E se hai freddo alle dita non è che riesci a fare molto per tirarti fuori da un guaio. E anche questa notte sui colli farà molto freddo e sarà tutto un vestirsi e spogliarsi e rivestirsi. No grazie. Felice di esserci stato per un po', ma no grazie. Fra me e il Tor credo che qualcosa non abbia funzionato. È stato bello assaggiarlo. Credo mi basterà".

Sono giorni strani, in un posto dove tutto e tutti parlano di Tor e con un cielo finalmente terso che dovrebbe farmi venir voglia di mangiarmi le mani fino al gomito per quello che ho fatto, ma non ci riesce. Però tutto quel cielo azzurro e tutto quel Bianco che ogni minuto mi guarda con i suoi ghiacciai e le sue creste, evidentemente alla fine riescono a sciogliere almeno qualche pezzo del ghiaccio che c'è dentro di me, perché il giorno dopo scrivo: "E inaspettato, quasi a tradimento, mi si insinua dentro il desiderio di essere di nuovo qui fra un anno. Per finirlo. Per viverlo davvero". 

La strada per stare davvero meglio è ancora lunghissima, ma almeno riesco a scollare il culo dal lettino dell'unico hotel ad una sola stella del centro di Courmayeur e dalle panchine del centro, e a tornare "lassù", sugli ultimi km del Tor, fatti in senso contrario, andando incontro a quelli che lo stanno finendo, mentre io forse l'ho appena iniziato.

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3 marzo 2020

Il mio TOR(mentato) X – sesta puntata

Eravamo arrivati a Cogne, dove mi sembrava quasi che fosse tutto a posto e da dove ero ripartito dopo una breve sosta ai volontari "abusivi" che offrivano il caffè a tutti i partecipanti. I successivi 5 km di quasi pianura avevo tentato di correrli, sebbene con scarso successo, e quando la salita era ricominciata, avevo di nuovo bisogno di dormire.

I volontari della successiva "base non ufficiale" si erano rifiutati di darmi un posto dove farlo, per mettersi su un prato cominciava a fare troppo freddo, così avevo continuato ad addentrarmi nel vallone verso il Col Fenetre di Champorcher con la testa avvolta in pensieri sempre più cupi. Iniziavo a chiedermi non solo chi lo facesse fare a me, ma anche chi lo facesse fare a tutti gli altri, arrivando, nel mio delirio da anima depressa, a dirmi che il fatto che nessuno si fosse fermato a mangiare i mirtilli lungo il sentiero, dimostrava che gli atleti del Tor non erano dei veri amanti della natura...

Il posto, come al solito, è stupendo, ma io non me ne accorgo. Fa sempre più freddo, il sole è tramontato, mi fermo a vestirmi e mi raggiungono altri concorrenti, con cui cerchiamo la strada giusta in mancanza di segnali visibili. La forza del gruppo ci fa ritrovare la retta via e arriviamo al rifugio Sogno di Berdzé, dove mi ficco immediatamente sotto le coperte di uno dei letti al piano di sopra. 

E' il momento più brutto del mio periodo più brutto. Mi assale il terrore, non riesco ad immaginarmi fuori da quelle coperte e tantomeno sul sentiero verso il passo. Mi metto 4 coperte e tutti i vestiti che ho nello zaino, compreso il piumino, ma ho freddo comunque. Mi immagino a raccontare ai volontari quello che mi sta succedendo, che ho avuto un attacco di panico e che ho bisogno di essere riportato a valle. Non capisco neanche se sto dormendo o sono sveglio. Vorrei solo stare rannicchiato sotto le coperte nel mio letto a casa mia, e non potrei essere più lontano da lì.

Dopo un po', senza che di fatto sia successo niente, inizio a tranquillizzarmi, a pensare che forse ho sognato tutto, ad avere meno freddo. Riesco ad immaginarmi fuori di lì senza provare il panico, a pensare di poter uscire e ripartire per il passo. In effetti non ho nessuno dei sintomi dei veri attacchi di panico e quando riparto non solo l'ultima salita non mi terrorizza quanto mi era sembrato poco prima, ma mi siedo per un po' su un sasso, a luce spenta, a ragionare fra me e me su quello che mi sta succedendo, in quel momento e nella vita. Poi riparto.

E' notte fonda, al passo non si vede nulla, e ancor di meno si vede ad inizio discesa, dato che scende la nebbia. Raggiungo un concorrente che affronta i sassi molto prudente e che conosce questo tratto per averlo già provato. Scendiamo insieme chiacchierando, e come al solito è un grande aiuto, almeno fino a quando non gli chiedo che tempo pensa di metterci andando di questo passo, e lui (uno che ha fatto la Milano - San Remo di corsa, non proprio l'ultimo arrivato) mi dice un numero che vuol dire una notte intera in più di quello che speravo di metterci io. 

La nebbia che non c'è più sul percorso, cala di nuovo nella mia testa, e accelero di colpo abbandonando il mio compagno: dopo quello che ho sofferto nelle prime due notti, l'idea di doverne fare altre tre mi è inaccettabile. Tengo una buona andatura fino a Champorcer, dove chiedo qualcosa contro l'asma e i medici mi fanno una serie di verifiche per capire se autorizzarmi a ripartire (come se il problema più serio fosse ai polmoni, ma loro mica lo sanno). 

Riparto con un paio di bronchi in più (nonostante stupidamente abbia chiesto una sola spruzzata di broncodilatatore invece delle solite due) e anche se il sentiero è un po' infame riesco a procedere discretamente fino a Pont Boset, dove azzardo un microsonno sdraiato su una panchina di legno nel tendone illuminato del punto di ristoro. Addormentarmi mi addormento, ma quando mi risveglio non va molto meglio di prima, e nel prosieguo del sentiero infame vengo raggiunto da tutti i fantasmi che mi inseguivano, e getto la spugna. 

Comincio a camminare, nonostante il sentiero permetta tranquillamente un minimo di corsa, e vedendo che continua a non raggiungermi nessuno, mi sento l'ultimo degli ultimi, nonostante la mia testa sappia benissimo che dietro di me ci sono almeno altri 6-700 concorrenti. Continuo così, lentissimo, anche quando arrivo sul fondovalle, dove continuo a camminare, in pianura sull'asfalto, per tutto l'abitato di Hone, poi su per il forte di Bard, poi sulla strada romana, poi lungo le strade di Donnas fino alla base vita. 

Avrei tutto il tempo del mondo, potrei dormire 12 ore, mangiare e ripartire abbondantemente entro i tempi dei cancelli orari, ma non c'è più nessuna cellula del mio corpo che ha voglia di farlo né alcun frammento della mia mente o del mio cuore che desideri farlo. Non riesco a vedere alcuna ragione per proseguire, fisicamente sto bene, ma tutto dentro di me è spento. Dormo un po', mangio, mi guardo intorno e mi infastidisce tutto. Ci metto un po' a decidermi a fermare definitivamente il mio gps e a comunicare il ritiro ai volontari, ma non ho il minimo dubbio sul fatto di farlo. Il mio Tor finisce qui e non riesco neanche ad essere dispiaciuto.

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29 febbraio 2020

Allenamenti orientistici in FVG (???)

I punti di domanda del titolo sono relativi al fatto che IO abbia fatto degli allenamenti orientistici, non al Friuli Venezia Giulia. Nella mia "carriera orientistica" tardiva, se ho messo insieme 20 allenamenti di tecnica in tutto, è tanto. Così il fatto che io ne abbia fatti 4 in due giorni è un mezzo evento.

E' successo che Emiliano Corona ha postato sul suo profilo FB le info su un ritiro in FVG legato al Progetto Regioni, che io abbia frainteso pensando che fosse rivolto a tutti (mentre era solo per giovincelli), che mi abbiano detto che potevo partecipare lo stesso e che anzi gli serviva un autista da Trento, e mi sono ritrovato a Prosecco (TS) con un una ventina di giovincelli, probabilmente quasi tutti più forti di me, a giocare per due giorni al mio gioco preferito.

I giorni avrebbero dovuto essere tre, ma il misterioso Corona Virus (poco più di una influenza? minaccia globale? boh) ci ha rimandati a casa prima, per divieto assoluto del Governatore del FVG di organizzare qualsiasi iniziativa al chiuso, all'aperto, pubblica, privata, ecc. ecc. ecc a partire da lunedì 24 marzo.

Nell'ordine abbiamo fatto (grazie al gran lavoro di Emiliano, di Clizia e di un altro manipolo di friulani che oltre a posare e ritirare lanterne ci hanno pasciuto come piccioni all'ingrasso):

- una notturna (in cui mi sono clamorosissimamente perso alla 4) sulla carta di Bosco San Primo proprio alle spalle del nostro ostello

- un allenamento "corridoi e finestre" sulla ostica cartina di Gropada (in cui mi sono perso solo moderatamente alla 8)

- uno "curve di livello" sulla più potabile carta di Sgonico (in cui sono sceso 14 curve di livello dopo aver trovato una lanterna che poteva forse essere la mia, ma poi si è capito che non era e sono dovuto tornare su di altre 12) 

- un altro allenamento notturno sullo stesso tracciato dove nella prima notturna avevamo fatto il secondo giro (Replay), ma corso con in mano la carta disegnata da qualche"collega" (in cui non mi sono neanche perso!)

Tutti questi test mi avevano portato ad attendere con terrore l'allenamento mass-start dell'ultimo giorno, che avrebbe certificato in modo drammaticamente inappellabile quanti di quei giovincelli molto giovincelli erano davvero più forti di me. Ma fortunatamente il Corona Virus (non parente di Corona Emiliano, almeno stando alle parole di quest'ultimo) mi ha tolto dall'imbarazzo.

Nel complesso, proprio bello. Unico rammarico, non averlo fatto quando avevo l'età di quei giovincelli molto giovincelli, che credo si siano divertiti un casino.

21 febbraio 2020

Trento - Val d'Ambiez

Ormai da qualche anno, per potermi permettere di affrontare con un minimo di preparazione gli ultra trail che mi hanno rapito il cuore (e fottuto la ragione) cerco di fare almeno un allenamento al mese sopra i 60 km, un'uscita di tutto il giorno per macinare km, metri di dislivello, ore da solo fra i monti. Spesso è una figata. Come questa.

Il momento più duro in assoluto di solito arriva ancora prima di accendere il gps, ed è quello in cui devo mettere il primo piede fuori dal piumone e appoggiarlo a terra: ore 4.30, temperatura percepita fuori dal letto -10 C°, notte fonda, voglia a 1000 di ignorare la sveglia e tornare a dormire. Ma anche questa volta sono riuscito a pensare a quanto sarei stato contento "poi", e sono riuscito a buttare fuori entrambi i piedi, fare colazione, prepararmi e partire.

La settimana prima un amico che ha il brevetto per la guida degli areoplani da turismo mi aveva portato a fare un giro, e io lo avevo convinto ad andare dalle parti del Brenta. In uno dei rari momenti in cui le nuvole ci hanno concesso tregua, mi è apparsa la Val d'Ambiez e mi ha fatto pensare che sarebbe stato molto bello tornarci di corsa. Con l'areoplanino, da Trento all'imbocco della valle ci sono voluti una decina di minuti. Di corsa, partendo da Piedicastello e seguendo il sentiero di San Vili passando per Vela, Laghi di Lamar, Covelo, Margone, Ranzo e San Lorenzo in Banale, ci sono volute 6 ore e tre quarti. (e alla terza ora, dalle parti di Covelo, la contrattura al polpaccio di una settimana prima mi era tornata a fare male e avevo pensato di fermarmi . Ma poi ho pensato "provo ad arrivare fino a Margone", e poi la contrattura si è dimenticata di esistere).

Come riscaldamento è stato un po' lunghetto, ma la partenza ad ora indecente mi ha permesso di arrivare ad ora decente ad iniziare quella bellissima valle che entra in Brenta da sud. Ad entrare ci mette un sacco, ma è uno spettacolo, anche se pare non andare d'accordo con il mio gps, che ci tira una riga dal km 40 al km 46 della mia uscita, come se in mezzo non fosse riuscito a capire cosa succedeva. 

Il tempo mi accompagna splendidamente, la neve è del tutto assente fino ai 1500 o giù di lì, e poi è bella dura, quindi, ramponcini ai piedi, ci si procede spediti piacevolmente.

Poco dopo che è rinvenuto il mio gps, vado in crisi io: dopo 8 ore e mezzo dalla partenza mi sdraio a occhi chiusi in un pezzo di prato e inizio a pensare che dovrò tornare in giù a San Lorenzo, perché mi pare di non averne più, nonostante abbia provato a mangiare, bere e farmi di maltodestrine in gel. Ma non prima di arrivare fino al Rifugio Cacciatori, che era l'obiettivo minimo di giornata.

Al Cacciatori riposo un po' e provo a proseguire, perché il tempo è splendido e il posto di più, e il Passo Forcolotta di Noghera che mi separa dalla discesa verso Molveno, non sembra poi così lontano (e che saranno mai 500 metri di dislivello...). Inizialmente va un po' di merda: le gambe non ripartono e la neve si mette a non tenere più così tanto e a farmi fare ancora più fatica, ma il posto è proprio Troppo Bello per non provarci ancora un po', e alla fine neve e gambe si ripigliano e inizio a salire abbastanza spedito. Spedito ma preoccupato, perché i ramponcini tengono alla grande, la neve non si muove, ma sono comunque sul ripido e in mezzo al deserto (ad esclusione dei camosci, dai quali però non mi aspetto grandi aiuti) e procedo quindi con la massimissima attenzione.

Un'ora e mezza dopo, ancora abbondantemente in tabella di marcia per una discesa ad orario congruo, la mia ombra si staglia su quella del profilo della montagna, proiettata sulla valle oltre il passo. Fisicamente ormai del tutto ripreso e orgoglioso di aver superato il momento di impasse, mi butto dall'altra, sempre con la massima attenzione, anche se in teoria adesso che sono sul versante nord est la neve dovrebbe tenere ancora meglio. Lei è moderatamente d'accordo, e per lo più è bella dura, ma ogni tanto ha dei cedimenti, di non molti cm, ma abbastanza da non permettermi mai di procedere in tranquillità.

Dopo aver proseguito per lo più in piano fino alla grandiosa vista delle cime Brenta Alta e Brenta Bassa, con il rifugio Pedrotti in mezzo, è ora di cominciare la discesa, e saranno cavoli. La direzione più o meno la so, la cartina ce l'ho, ma trovare il sentiero non è per niente facile, e va bene che con la neve si può scendere un po' dove si vuole, ma non vorrei trovarmi sopra uno strapiombo e dover tornare in su per cambiare direzione. Morale della favola, ci metto almeno un'ora e mezza di discesa guardinga e preoccupatina, ad arrivare su un sentiero conclamato e ben percorribile, tempo nel quale mi gioco anche una dei momenti migliori della giornata, con il rosso del tramonto che colora le cime delle Dolomiti di Brenta, mentre io ho altro di cui preoccuparmi.

Quando finalmente arrivo a Molveno mi sono goduto anche un bel pezzo di corsa sulla neve al chiaro di luna, che fa sempre la sua porca figura, ma non era esattamente nei programmi. L'ultima corriera è partita da un'oretta e solo Santa Sorella mi salva dal dover implorare gli albergatori della zona di ospitarmi a credito per una notte.

Comunque, una figata (da 14 ore, 62 km e 4064 metri di dislivello).

16 febbraio 2020

Oricup Inverno Piedicastello & Levico

Due Oricup Inverno al prezzo di una, che su queste garette non si può mica scrivere poemi (ma benedetto chi le organizza!) e poi mi sa che queste due avevano anche lo stesso tracciatore. Con il quale ho avuto un piccolo screzio dopo la prima, dato che l'idea di fare una "farfalla muta" ma proprio muta muta, mi pare che non abbia senso (ok rendermi più difficile possibile arrivare alla lanterna, ma quando sono lì me lo devi pur dare un modo per capire se sono nel posto giusto o no).

Comunque, la prima è organizzata dalla mia gloriosa società, l'US San Giorgio, meno il solito paraculo che si limita a giocare e basta (cioè io): non fosse che sono il genero del Presidente, mi avrebbero già cacciato da mò (anche perché nel 2019 non ho neppure portato a casa risultati tali da potermi permettere di dormire sugli allori...).

La carta è quello che è, perché il quartiere è quello che è. Attorno al Doss Trento c'è solo da correre, così come bisogna correre per arrivarci in cima e tornarci giù (magari ragionando un po' su strada o scalini, ma mi sa che c'è poco da ragionare). In cima invece bisogna fare un po' di attenzione. Io mi ci sono perso TUTTE le volte che ci ho corso, questa volta è andata meglio del solito, forse perché la Farfalla Molto Muta mi incuteva un certo rispetto e quindi me la sono presa con calma. Unico vero errore alla 10, che imponeva un improbabile azimut con un museo in mezzo, e sulla quale sono rimasto cortino e ho ravanato un po', prima di capire che ero cortino. Poi ho corso quanto potevo, un pelo appesantito dall'allenamento in Brenta del giorno prima, e alla fine battuto da un giovincellissimo (Rizzà) e un giovincelletto (Daves Junior). C'è stata anche la prima sfida dell'anno con Ausermiller, che avrei vinto io, però lui non era mai stato sul Doss Trento, e quindi non vale (e sulle prime due in salita mi ha dato 25''...).


Niente postumi post Brenta a Levico, organizzazione Crea Rossa su una cartina decisamente più interessante di quella della settimana prima, e con la formula, nel nero, della knock out sprint: prima gara di "smistamento" e poi finali con partenza in linea a gruppi di 8.

Nella prima gara, dopo una partenza al cloroformio (17esimo tempo, 8'' di ritardo dal primo, su una lanterna elementare da 15''...) mi metto a correre decentemente e, salvo una indecisione per andare alla 4 (che mi costa 4-5'') e un problema cromatico in uscita dalla 14 (che lì dentro ci fosse del giallo, è difficile da capire anche seduti alla scrivania, ma la sfumatura mi costa 7'') faccio del mio meglio. Chiudo terzo, a un minuto e mezzo dai giovani forti (Ferrari e Tait), una manciata di secondi davanti ai giovanissimi che lo stanno diventando (Rizzà e Grisenti), e 12'' davanti all'acerrimo rivale Cip.

Ma questo è solo l'antipasto. 

Nel pranzo vero e proprio le cose vanno un pelo peggio. Io sbaglio solo la scelta dalla 8 alla 9 (lo scalone davanti alla chiesa si rivela meno scorrevole del previsto e chi è passato dalla scaletta prima ci ha messo di meno), ma il "problema cromatico" di cui sopra (nella stampa della finale il giallo era leggermente più visibile, ma per me era verde da prima, quindi mica mi sono messo a guardare se era cambiato qualcosa) mi è fatale: un'altra manciata di secondi più lento di quelli che escono dal sottopasso giusto invece di tornare indietro, fra cui il Cip. 

Che punzona la 10 un paio di secondi davanti a me, arriva alla 11 (da scelta diversa) un paio di secondi prima di me, e al finish un paio di secondi prima di me. :-(







12 febbraio 2020

Il mio TOR(mentato) X – quinta puntata

Questa "foto panoramica", l’effetto che mi fa questa foto, è una delle dimostrazioni più lampanti del fatto che al TOR non ci fossi proprio "io io". Da settembre, ogni volta che la guardo  penso che darei qualsiasi cosa per essere al posto di chi l’ha scattata, con quella vista tutto intorno, quelle rocce fra le mani, quel sentiero che si snoda su quell’altipiano prima di sprofondare in quella valle da cui chissà come ne verrà fuori. Solo che quella foto l’ho scattata io, e lassù, sul Col Loson, a 3.300 metri, il Lassù più Lassù di tutto il TOR, il Lassù più Lassù della mia “carriera” di trail runner e probabilmente uno dei Lassù più Lassù che mi capiterà di raggiungere in gara in tutta la mia vita, in Quel Lassù, io ero solo appena appena contento.

Ma torniamo alla notte in Valgrisenche, dove era tanto freddo e tanto buio, l’alba era tanto lontana, e io ero tanto solo.

Qualcuno in realtà lì in giro c’era, ma io non ero in vena di socializzare. Non ero in vena di niente, per la precisione, e quella notte mi sembrava nera come la pece, e non saprei proprio dire se lo fosse davvero o fosse una stellata clamorosa. Le notti a inizio gara, quelle che cominciano prima di te, mi sono sempre pesate tantissimo, ma nelle notti in gara, quelle che vedi nascere e accompagni mente diventano grandi e poi vecchie, ho vissuto alcuni dei momenti più belli della mia vita, e sono uno dei motivi che mi spingono ad andare ad allenarmi anche quando non ne ho proprio voglia. Ma questa, forse perché mi ero fermato a dormire, forse solo perché io non ero davvero io, è stata pesantissima. Non ricordo un metro della salita a Col Fenetre, e della incredibile serie di zeta che da lì scende a Rhemes Notre Dame ho solo l’immagine delle foto viste nei libri. Giù a Rhemes mi fermo poco, ci sono altri 1300 metri di dislivello in salita che aspettano lì fuori nella notte, come tutte le luci che ho visto scendendo dal Fenetre sull’altro lato della valle mi hanno spietatamente fatto capire.

Anche della salita al Col Entrelor non ricordo un solo metro. Quella che invece ricordo benissimo è la voglia sempre più grande di mollare, sconfitta solo prima dalla mancanza di un posto dove farlo davvero e poi dall’aurora a tradimento dietro il Gran Paradiso, uno dei Geants del Tor: una carezza con la potenza di una sberla, che mi richiama alla vita e mi regala le energie per lanciarmi pieno di insperato entusiasmo giù per i pascoli e poi i boschi che conducono al ristoro di Eaux Russes. Ho fretta di ripartire, mangio qualcosa e mi avvio su per il Col Loson, il Lassù più Lassù di tutto il Tor. Mi serviranno 4 ore per guadagnarmelo: suppergiù 12 km e 1600 metri di dislivello, conditi dal tempo più bello che si potesse desiderare, da un abbiocco concluso in gloria con un microsonno da 10 minuti che mi rimette in piedi (ma che mi costringe ad abbandonare tre compagni di viaggio), e dal primo incontro (da lontano) con gli stambecchi.

Sopra i 3.000 poi, dove comincia la neve e finisce l’ossigeno, diventa dura sul serio: alterno dieci passi e dieci secondi fermo a respirare come un mantice, pensando che sono un cretino perché un asmatico come me forse era meglio se si prendeva qualcosa, e che Killian probabilmente non era ridotto così neanche sull’Everest. Chissà se con un po’ più di ossigeno al cervello, sul Lassù più Lassù del TOR, sarei riuscito ad essere un po’ più felice.

La discesa è bella ma comincio ad essere stanco e decido arbitrariamente che è meglio camminare, così il rifugio non arriva mai. Quando il mai finisce, prima di mangiare un po’ mi concedo un altro microsonno da 10 minuti in un vero letto, ed è incredibile come quando mi tiro su, un paio di minuti prima che suoni la sveglia, non solo la mente è tornata lucida, ma anche le gambe sembra si siano riposate per qualche ora. Alla base vita di Cogne mancano 8 km, che corro dal primo all’ultimo, come fossi appena partito.

Arrivato a Cogne sono in gara da 28 ore e mezza, in base vita c’è poca gente e tutto il tempo e lo spazio per fare come meglio si crede. Mi fermo poco più di un’ora: mi faccio una doccia, mi faccio fare i massaggi, mi cambio maglietta e canottiera (pessima idea…), ricarico un po’ telefono e orologio, mangio un po’. Con il solito senno di poi, butto via un sacco di tempo, perché l’unico modo per riposare davvero è dormire, ma io ho dormito da troppo poco tempo e il clima da Villaggio Valtur della Base Vita, alla fine mi fa più male che bene: ovvio che non si può rimanere concentrati per 100 e rotte ore, ma se sei al TOR devi andare a riposarti con le aquile e i camosci, perché là dove dormono passeri e i caprioli non è il tuo posto, anche se ci hanno messo una comoda palestra con un mucchio di lettini e di gente pronta a esaudire ogni tuo desiderio.

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