11 maggio 2020

Facciamoci il giro

Ante-antefatto: quando ho iniziato ad appassionarmi alla corsa in montagna avevo pensato che mi sarebbe piaciuto salire di corsa tutte le montagne attorno a Trento partendo da casa, e così ho fatto. Quanto la malattia è peggiorata, ho pensato che mi sarebbe piaciuto salire di corsa tutte le montagne intorno a Trento, partendo da casa, nello stesso giorno. E così ho tentato di fare.

Antefatto: dopo due mesi "chiuso" in città, mi era sembrato che fare proprio ora il giro delle montagne qui intorno, fosse altamente simbolico e una parte di me desiderava moltissimo farlo. Un'altra parte di me non ne aveva nessuna intenzione, ma sapevo che la seconda era quella che cerca di sabotarmi ogni volta che programmo delle cose un po' assurde che poi, quando le faccio, mi piacciono tantissimo, così cerco di fregarla sbilanciandomi pubblicamente con un post su FB: "Per la serie "farci il giro", dato che per due mesi siamo rimasti "rinchiusi" in città, qualcuno ha voglia di venire a farle il giro sulle cime, in senso orario? Il programma è Calisio - Marzola - Vigolana - Bondone - Paganella. Molto "a panza", un centinaio di km e 8000 metri di dislivello. Partenza alle 21 di venerdì sera. Arrivo più o meno 24 ore dopo". In meno di due giorni ho 59 interazioni e 12 messaggi (contro una media di circa 0,1 a post) e una proposta di compagnia fino al Calisio. Ok, devo andare sul serio.

ore 20 - ho meno voglia di partire che di lavare i piatti di un cenone di capodanno con 60 invitati. Chiedo seriamente alla moglie perché io non mi sia appassionato agli scacchi o al modellismo. Che idea del ca**o.

ore 21 - Silvano arriva a casa mia puntuale come la morte. Partiamo.

ore 22 - In piena salita verso il Calisio ci intratteniamo con discorsi sportivi il cui apice è "Per vincere una medaglia alle Olimpiadi devi fare una vita di merda - figurati se poi non la vinci". Penso che sono a 1/24 dell'uscita, e che la voglia non mi è ancora venuta.

ore 22.30 - dalla cima del Calisio (1097 m) si vede una bella luna arancio e quasi piena, dai che forse il peggio è passato.

ore 23.45 - sosta a casa di amici che abitano alla base della Marzola, non hanno uno straccio di bibita dolce, ma mi offrono due fette di ciambella, due bicchieri di acqua gasata e un po' di atmosfera da ristoro in gara.

ore 00.30 - spengo la frontale e procederò così per varie ore. Il cielo è un po' velato e la luce diretta della luna è un po' fiacca, ma in compenso la sparge per il cielo rendendo tutta la notte più chiara, e correre nel bosco al buio è una delle cose belle della vita. Prima di spegnere la frontale ho anche visto una volpe e un capriolo, che mi guardavano tutti e due un po' perplessi.

ore 02.00 - in cima alla Marzola (1738 m), luci di Trento da una parte, luci della Valsugana + laghi dall'altra, aria fredda in faccia, luna quasi piena sopra la testa, ch illumina il profilo della Vigolana. Sì, adesso non vorrei essere in nessun altro posto al mondo.

ore 03.30 - sosta con pizza fredda su una panchina di Vigolo Vattaro. Fino a qui la tabella oraria è stata perfetta. Riparto per la Vigolana con la speranza di riuscire a vedere l'alba.

ore 05.43 - sono in un bellissimo bosco di faggi e la mia tabella oraria comincia a mostrare le prime imperfezioni. Quando è ormai certo che per vedere l'alba dalla cima o almeno da lì vicino sono partito troppo tardi, dato che mi si chiudono gli occhi decido di concedermi uno di quei micro sonni che al Tor ho scoperto funzionare così bene. Metto la sveglia alle 06.00.

ore 05.56 - mi sveglio 4 minuti prima della sveglia e mi sembra di aver dormito tutta la notte. Quando un quarto d'ora dopo il mio corpo torna anche ad una temperatura accettabile, mi concedo una colazione a base di pizza fredda e gel alle maltodestrine e riparto circondato dai camosci e dai tronchi dei mughi bruciati in un incendio di tanti anni fa. Come tutte le salite per la Vigolana, anche questa che passa dal Rifugio Casarotta è veramente bastarda.

ore 08.00 - sono sul Becco di Filadonna (2150 m), la cima più alta del gruppo della Vigolana, cielo con qualche nuvola ma vista stupenda verso l'Adamello e il Brenta. Sto bene e anche se Bondone e Paganella da qui sembrano in un altro continente, sono convinto di poterci arrivare.

ore 9.45 - la neve in cresta mi ha creato qualche problema e nella traversata per raggiungere il Becco di Ceriola, da dove inizia la discesa verso la Val d'Adige impiego più tempo del previsto. Mi aspettano 1900 metri D- su un sentiero che, come tutte le discese dalla Vigolana, è veramente infame.

ore 11.15 - seduto su una panchina della piazza di Mattarello mi "godo" l'ennesimo gel dopo varie abluzioni in tutte le fontane che ho incontrato, in valle fa caldino. Mi aspettano 2 km di pianura prima di iniziare la salita verso il Bondone. Sulla mia infallibile tabella oraria sono ormai in ritardo di un paio d'ore.

ore 14.30 - seduto su un sasso in un punto imprecisato del sentiero 693, probabilmente il più brutto fra tutti quelli che salgono sul Bondone. Bosco brutto e pieno di sassi, visuale scarsa o nulla, sentiero ripido e apparentemente infinito. Le gambe e la testa tengono ancora bene ma non vedo l'ora di arrivare in cima e mi prometto di concedermi una sosta su un bel prato. Ho ancora voglia di Paganella, e soprattutto di serata e tramonto da lassù verso il Brenta, quindi forse meglio tagliare il Palon (2100) e accontentarsi delle Viote (1600) e poi scendere da lì.

ore 16.00 - finalmente sdraiato sul prato promesso, facendo due conti è chiaro che in Paganella ci arriverei solo a notte fonda, altro che tramonto verso il Brenta. Sono in ritardo di 4 ore sulla tabella di marcia, e non ci sono motivi per pensare che da qui in poi sarà più precisa, il che vuol dire che riuscirei a tornare in val d'Adige ad un'ora a cui chiedere a mia moglie di venirmi a prendere in macchina sarebbe veramente disdicevole. Sono ancora convinto che di gambe ce la farei, ma sarebbe tutto da dimostrare. Dato che ormai non c'è fretta mi concedo altri 10 minuti di microsonno prima di ripartire per il Palon, dal quale a questo punto non posso esimermi.

ore 17.45 - un'ora e mezza non sono esattamente un tempo da favola per salire 500 metri, ma un po' è calata la motivazione, un po' mi incastro fra i mughi, un po' forse le gambe, anche se non mi dicono niente, cominciano ad essere un po' stanche. Comunque arrivo in cima, piuttosto sfatto e ormai a corto di potenti motivazioni per sorreggere il mio sforzo. Vedo casa mia 1900 metri sotto e mi sa che sarà una cosa lunga.

ore 18.45 - ultima sosta in un bel prato con vista Brenta, su cui probabilmente oggi non si vedrà in ogni caso nessun tramonto, perché si stanno addensando un po' di nuvole. Avrei voglia di rimanere qui a lungo, ma poi sarebbe troppo complicato convincere le gambe a ripartire, così dopo 5 minuti riparto.

ore 20.30 - arrivo a casa, stanco ma felice, con mezzora di anticipo sulla tabella di marcia, ma con circa 20-30 km e 2000 metri di dislivello in meno del previsto (e probabilmente il "previsto" quanto a km era sbagliato alla grande"). Il numero esatto non lo saprò mai perché il mio gps è impazzito un paio di volte e dice che ho fatto 322 km, comprese due capatine a Malles Venosta e Marilleva. Inoltre la versione "ultra risparmio energetico" mi ha tagliato tutti gli infiniti tornantini che ho fatto per scendere dalla Vigolana, e tutti quelli che ho fatto per salire in Bondone, e, ciliegina sulla torta, nell'ultima discesa me lo sono dimenticato spento per una mezzora. Credo di aver fatto 80 km e 6100 metri di dislivello, più o meno...



8 maggio 2020

Quel che si pu-O

Dopo un doveroso minuto di silenzio per i campionati italiani sprint 2020 (pace all'anima loro), che erano in programma per sabato prossimo a Feltre (e che in assenza di qualsiasi riscontro posso dire che avrei vinto a mani basse in M35), eccovi un breve racconto dell'orienteering possibile ora come ora.

Auto-garetta ai Bindesi, sulla carta made in Cavazzani, dove si è corso qualche anno fa. Carta piuttosto bastarda, con molto dislivello, un po' di rocce, scala al 5.000, e una vegetazione che in maggio comincia a disturbare un po'; il che, unito ad una certa ruggine nei miei automatismi orientistici (??) e ai primi innegabili segni di abbassamento della vista, mi occupa per un bel po'.

L'orienteering di oggi prevede avvicinamento rigorosamente a piedi, il che vuol dire nella fattispecie che dal ritrovo (casa mia) alla partenza, ci sono 5 chilometri e mezzo con 450 metri di dislivello, forse un po' tantini, dovrò dirlo al tracciatore.

Mi faccio religiosamente il minuto di attesa al -3, quello al -2 e quello davanti alla carta, appoggiata su un tavolino in mancanza delle cassettine regolamentari, mi canticchio i bip regolamentari, e poi parto, soffrendo un po' per il mancato tratto fettucciato fino al triangolo. Da lì in poi è più o meno vero orienteering, con la sola piccola differenza che mancano le lanterne, ma in fondo Stegal sono anni che corre le gare senza lanterne (e quando dalle parti della 18 ne trovo una fissa, lì da chissà quando, mi commuovo pure un po').

Già lì per lì mi pareva di averci messo un po' di più dell'altra volta, ma il cronometro dice che ci ho messo addirittura il doppio, ed è vero che nel 2015 ero 5 anni più giovane, che allora dichiarai "Gara pulita la mia, una delle più precise e concentrate della mia carriera" e che allora non avevo fatto 5,6 km di avvicinamento, però è proprio un po' troppo.
Quello sulla carta è il mio percorso di allora, quello nella foto quello di quest'anno: un po' più a spasso alla 3, MOLTO più a spasso alla 7, dove non ho proprio capito una mazza di dove ero arrivato e ci ho messo un bel po' a rilocalizzarmi, troppo alto alla 8, e per il resto non malissimo, per quanto lento ed esitante.

Ho vinto, ma quando c'è qualcun altro è più divertente...

Ah, poi naturalmente un'altra decina di km di defa, come dicono i giovani d'oggi.




30 aprile 2020

Ri(n)corsa

Ebbene, l'ho fatto. Come ogni bravo invasato che si rispetti ho approfittato del primo momento autorizzato per tornare a correre in montagna e nel bosco e ieri alle ore 6.35 ero già fuori di casa. Ne avevo bisogno? No, ne avevo solo voglia.

Dato che, fra tutte le leggi scientifiche, quella di gran lunga più infallibile è quella di Murphy, su 4 ore di uscita ha piovuto per almeno due, ma almeno non faceva freddo, e comunque il bosco sotto la pioggia fa sempre la sua figura (un po' meno la cima del Doss De la Cros, obiettivo della mia uscita, da cui normalmente si gode di una bellissima vista sul Brenta e varie altre montagne, e da cui ieri mattina non si godeva di un tubo, se non del piacere di essere là in cima in mezzo alle nebbie).
Confesso anche di non essermi commosso fino alle lacrime per la prima uscita dopo un paio di mesi, cosa che credo dipenda dal fatto che due mesi sono pur sempre due mesi, che non sono stato immobilizzato in un letto di ospedale ma solo "chiuso" in una casa con giardino, che nel suddetto giardino c'erano erba che cresceva alberi che mettevano le foglie e fiori che fiorivano e quindi che è arrivata la primavera lo sapevo già, e che ho comunque sempre potuto correre.

Ho anche potuto verificare che gli intensi, o quantomeno costanti, allenamenti chez mois hanno dato i loro frutti (ma confesso che per i fartleck mi sono spinto anche 100 metri a destra e 150 metri a sinistra del cancello di entrata del nostro cortile) e le gambe hanno risposto a 4 ore con 26 km e 1600 metri di dislivello praticamente come avrebbero fatto due mesi fa.

È stata sicuramente una ri-corsa, quanto alla ri-n-corsa, chissà, dato che al momento non è ancora chiaro se esiste qualcosa o qualcuno da rincorrere a breve-medio periodo. Delle gare di trail oltre giugno nulla si sa, del Tor de Geants tanto meno, e di gare di orienteering neanche. Sarebbe bello fossero vere le voci secondo le quali qualcuno sta cercando di organizzare, non si sa come e non si sa dove, una gara il 2 giugno.

A proposito di ricorrenze civili, bei tempi quelli in cui il 1 maggio potevo perdermi regolarmente e ignominiosamente in qualche paradisiaco bosco dell'Alto Adige, come nel 2011, o nel 2013, o nel 2014, o nel 2015, o nel 2017 con qualche giorno di ritardo.

Segue immagine a beneficio di un anonimo e anziano lettore, che troverà comunque modo per lamentarsi...





25 aprile 2020

pOdcast

Assolutamente IMPERDIBILE!!!
Lettura di un capitolo del mio libro, lettura di uno dei post più immortali di questo blog, e scaramucce in diretta con il Perfido Ruggiero: cosa potete chiedere di più????

https://anchor.fm/storiediorienteering/episodes/GUEST-STORY-Dario-Pedrotti--Mario-e----Sara-ed70hp

30 marzo 2020

ric-O-mincerà, prima O pOi


Tanti anni fa anche in Italia, come nel resto del mondo vicilizzat-O, si correva una gara in notturna, che tradizionalmente era la prima gara di Coppa Italia. Sul far delle tenebre, più o meno in questo periodo, dopo che decine e decine di frontali si erano accese tutte insieme sulla linea di partenza, in un clima spesso rigidino, la voce stentorea di Stegal, dopo aver recitato il countdown con ieratica solennità, proclamava "È iniziata la Coppa Italia duemila-e-quel-che-era". E via nel bosco, con il cuore in gola.

Poi, per motivi che rimasero oscuri ai più, le notturna di inizio anno venne cancellata dal calendario orientistico italiano. Però almeno era rimasta una gara di inizio del Campionato Italiano, in un bel prato o nel parco di qualche cittadina, ma comunque con quel profumo fantastico di primo giorno di scuola, di inverno che stava finendo, di primavera che stava iniziando, di giovani un po' meno giovani dell'anno prima e master un po' più master dell'anno prima, di smania di ritornare a correre con un brichetto una bussola e una cartina, di sollievo per la fine della astinenza da tutto quel micr-O-cosmo di cui tutti si chiedevano come avessero fatto a rimanere senza per tutti quei mesi.

Ecco, in questo periodo in cui i veri problemi sono ben altri, io mi permetto il lusso di avere nostalgia della Prima di Coppa Italia. Probabilmente non ci saranno più il profumo dell'inverno che finisce e della primavera che comincia, ma il resto sarà ancora più bello del solito. Addirittura più bello di quella prima di Coppa Italia del 2014, a Clusone.

2 aprile 2014 - That's O!

L'orienteering è passare un fine settimana a Clusone, un paese del bergamasco fra le montagne in Val Seriana, dove un trentino medio non metterebbe mai piede di suo. E fa male, perché è un gran bel posto.
L'orienteering è dormire in palestra con il sacco a pelo come se avessi ancora vent'anni, e dormire da cani perché invece di anni ne hai il doppio e sul materassino a dormire non ci riesci mica più tanto bene.
L'orienteering è Corrado Arduini, che alla sua ottomillesima trasfera orientistica si prende cura di ciascuno dei giovani dell'Interflumina come se fosse figlio suo, e si preoccupa anche di sapere se hanno portato da fare i compiti per il lunedì e se hanno lavato i denti.
L'orienteering è una gara che sembra tanto facile dove Andrea Gobber, che l'anno scorso è arrivato secondo in classifica generale di Coppa Italia M40 e ha vinto l'argento agli italiani long, non riesce mai ad entrare in carta e prende 6' dal primo.
L'orienteering è correre in discesa veloci come il vento evitando i rovi e superando atleti di altre categorie che ti intralciano la strada, andando ad appoggiarsi su una forma del terreno non poi così invisibile, che ti deposita sulla lanterna 2 con il miglior tempo.
L'orienteering è Christine Kirchlechner che arriva seconda in WA invece di vincere la WE perché è parecchio incinta, ma non abbastanza da non aver voglia di farsi una corsa nel bosco a caccia di lanterne.
L'orienteering è la lanterna 3 che ti pare persino banale per il naso con il sentiero e la voragine che ti indica dove non andare, ma che mangia 40'' a Mario Ruggiero, 1'15'' a Simone Grassi e 1'30'' a Ingemar Neuhauser.
L'orienteering è Sara Di Furia che arriva sorridente al traguardo con la creatura insalamata nella fascia attorno alla pancia, probabilmente che dorme.
L'orienteering è la lanterna 8 dove Roland, Mario e Simone, senza assolutamente farla insieme, ci mettono tutti e tre esattamente 22 secondi. E tu un secondo di più.
L'orienteering è Stegal che parla ininterrottamente per 3 ore senza perdere mai il filo e riconosce il 90% degli atleti a 500 metri di distanza guardando come corrono, e se ti conosce dice un sacco di cose imbarazzanti su di te, ma tanto chissenefrega.
L'orienteering è la fretta nel guardare la descrizione punto che ti fa leggere "radura" dove c'è scritto "gruppo di sassi", e ti fa ignorare una lanterna vicino ad un sasso alla ricerca di quella nella radura, facendoti perdere 39'' su una tratta da un minuto.
L'orienteering è la salita per la 12 dove Roland - che "ha corso tranquillo perché ha uno strappo e non si sta allenando" - ti dà 3'' nonostante tu da inizio novembre ti alleni regolarmente 3 volte a settimana.

L'orienteering è Dalla Valle che per fare defaticamento dopo la gara va di corsa sul montarozzo dietro la zona di arrivo (e anche Edo Cortellazzi che fa la stessa cosa con una maglia gialla fluorescente che si vede da 4 km di distanza).

L'orienteering è correre come i disperati sui trattoni finali di prato, chiedendoti poi come cavolo ha fatto Manuel Negrello a metterci 47'' mentre tu ce ne hai messi 60, e quanti ce ne avrebbero messi Buselli e Rigoni.

L'orienteering è buttarsi per terra subito dopo il finish, assaporando il piacere di essere sdraiato su un prato e di aver tirato fuori tutto quello che hai cercato di costruire in mesi di allenamenti.

L'orienteering (alle volte) è vincere la prima prova di Coppa Italia con 1'17'' su Roland Pin e 2'42'' su Simone Grassi, due che pochi anni fa ti davano dieci minuti a gara, e che magari te li daranno anche alla prossima.

L'orienteering è un grande uomo, nonché mio affezionato lettore, che ieri è stato operato di tumore alla tiroide, e che domenica era a correre a Clusone, "perché così non ci pensava". Tantissimi auguri!

6 marzo 2020

Il mio TOR(mentato) X – settima (e ultima) puntata

Il mio Tor 2020 finisce a Donnas, più o meno dopo 150 km e 44 ore. Mentre cerco di decidermi a tornarmene a Courmayeur, mi aggiro per la base vita come uno che è lì per caso. Ho appena abbandonato un sogno che rincorrevo da mesi, ma sembra che la cosa non mi riguardi. Guardandomi da fuori tutto sembra funzionare alla perfezione, non ho un dolorino che sia uno, non zoppico, non ho l'aria stravolta, sembro fresco come una rosa e pronto a ripartire. Ma da dentro non funziona niente.

Quando finalmente mi decido ad andarmene è troppo tardi per riuscire a prendere la corriera (che perdo per pochi secondi, vedendola passarmi davanti quando sono a qualche centinaio di metri dalla fermata) e mi imbarco in un lunghissimo autostop, aiutato dalla famosa "borsa gialla del Tor" che mi pende mesta da un lato.

È martedì e i giorni successivi li passo a Courmayeur, in attesa dell'arrivo dei miei compagni trentini, senza nulla da fare lì, ma senza neanche la voglia di tornare prima a casa.

Nella mia bolla di solitudine mi guardo indietro: al posto di un appassionato di corsa in montagna che rimpiange per aver lasciato, c'è una "Volpe-e-l'uva" travestita da Leopardi in fase di pessimismo cosmico, che scrive così: "Questa mattina nessuna prospettiva di vedere il Rosa, il Cervino o il Bianco è riuscita a convincermi a ricominciare a salire da Donnas. Mentre mi è sempre molto chiaro quanto sia sottile il filo che ti tiene sospeso, la notte, al freddo, lassù. È vero che essere là a quell'ora era uno dei motivi per cui volevo fare questa gara. Ma forse a quell'ora è meglio che là non ci vada più, e lasci che la Montagna vada a letto e si svegli senza nessuno che la disturba. In uno zainetto ci sta il minimo indispensabile, nulla di più. E se hai freddo alle dita non è che riesci a fare molto per tirarti fuori da un guaio. E anche questa notte sui colli farà molto freddo e sarà tutto un vestirsi e spogliarsi e rivestirsi. No grazie. Felice di esserci stato per un po', ma no grazie. Fra me e il Tor credo che qualcosa non abbia funzionato. È stato bello assaggiarlo. Credo mi basterà".

Sono giorni strani, in un posto dove tutto e tutti parlano di Tor e con un cielo finalmente terso che dovrebbe farmi venir voglia di mangiarmi le mani fino al gomito per quello che ho fatto, ma non ci riesce. Però tutto quel cielo azzurro e tutto quel Bianco che ogni minuto mi guarda con i suoi ghiacciai e le sue creste, evidentemente alla fine riescono a sciogliere almeno qualche pezzo del ghiaccio che c'è dentro di me, perché il giorno dopo scrivo: "E inaspettato, quasi a tradimento, mi si insinua dentro il desiderio di essere di nuovo qui fra un anno. Per finirlo. Per viverlo davvero". 

La strada per stare davvero meglio è ancora lunghissima, ma almeno riesco a scollare il culo dal lettino dell'unico hotel ad una sola stella del centro di Courmayeur e dalle panchine del centro, e a tornare "lassù", sugli ultimi km del Tor, fatti in senso contrario, andando incontro a quelli che lo stanno finendo, mentre io forse l'ho appena iniziato.

Vai alla puntata precedente.

 


3 marzo 2020

Il mio TOR(mentato) X – sesta puntata

Eravamo arrivati a Cogne, dove mi sembrava quasi che fosse tutto a posto e da dove ero ripartito dopo una breve sosta ai volontari "abusivi" che offrivano il caffè a tutti i partecipanti. I successivi 5 km di quasi pianura avevo tentato di correrli, sebbene con scarso successo, e quando la salita era ricominciata, avevo di nuovo bisogno di dormire.

I volontari della successiva "base non ufficiale" si erano rifiutati di darmi un posto dove farlo, per mettersi su un prato cominciava a fare troppo freddo, così avevo continuato ad addentrarmi nel vallone verso il Col Fenetre di Champorcher con la testa avvolta in pensieri sempre più cupi. Iniziavo a chiedermi non solo chi lo facesse fare a me, ma anche chi lo facesse fare a tutti gli altri, arrivando, nel mio delirio da anima depressa, a dirmi che il fatto che nessuno si fosse fermato a mangiare i mirtilli lungo il sentiero, dimostrava che gli atleti del Tor non erano dei veri amanti della natura...

Il posto, come al solito, è stupendo, ma io non me ne accorgo. Fa sempre più freddo, il sole è tramontato, mi fermo a vestirmi e mi raggiungono altri concorrenti, con cui cerchiamo la strada giusta in mancanza di segnali visibili. La forza del gruppo ci fa ritrovare la retta via e arriviamo al rifugio Sogno di Berdzé, dove mi ficco immediatamente sotto le coperte di uno dei letti al piano di sopra. 

E' il momento più brutto del mio periodo più brutto. Mi assale il terrore, non riesco ad immaginarmi fuori da quelle coperte e tantomeno sul sentiero verso il passo. Mi metto 4 coperte e tutti i vestiti che ho nello zaino, compreso il piumino, ma ho freddo comunque. Mi immagino a raccontare ai volontari quello che mi sta succedendo, che ho avuto un attacco di panico e che ho bisogno di essere riportato a valle. Non capisco neanche se sto dormendo o sono sveglio. Vorrei solo stare rannicchiato sotto le coperte nel mio letto a casa mia, e non potrei essere più lontano da lì.

Dopo un po', senza che di fatto sia successo niente, inizio a tranquillizzarmi, a pensare che forse ho sognato tutto, ad avere meno freddo. Riesco ad immaginarmi fuori di lì senza provare il panico, a pensare di poter uscire e ripartire per il passo. In effetti non ho nessuno dei sintomi dei veri attacchi di panico e quando riparto non solo l'ultima salita non mi terrorizza quanto mi era sembrato poco prima, ma mi siedo per un po' su un sasso, a luce spenta, a ragionare fra me e me su quello che mi sta succedendo, in quel momento e nella vita. Poi riparto.

E' notte fonda, al passo non si vede nulla, e ancor di meno si vede ad inizio discesa, dato che scende la nebbia. Raggiungo un concorrente che affronta i sassi molto prudente e che conosce questo tratto per averlo già provato. Scendiamo insieme chiacchierando, e come al solito è un grande aiuto, almeno fino a quando non gli chiedo che tempo pensa di metterci andando di questo passo, e lui (uno che ha fatto la Milano - San Remo di corsa, non proprio l'ultimo arrivato) mi dice un numero che vuol dire una notte intera in più di quello che speravo di metterci io. 

La nebbia che non c'è più sul percorso, cala di nuovo nella mia testa, e accelero di colpo abbandonando il mio compagno: dopo quello che ho sofferto nelle prime due notti, l'idea di doverne fare altre tre mi è inaccettabile. Tengo una buona andatura fino a Champorcer, dove chiedo qualcosa contro l'asma e i medici mi fanno una serie di verifiche per capire se autorizzarmi a ripartire (come se il problema più serio fosse ai polmoni, ma loro mica lo sanno). 

Riparto con un paio di bronchi in più (nonostante stupidamente abbia chiesto una sola spruzzata di broncodilatatore invece delle solite due) e anche se il sentiero è un po' infame riesco a procedere discretamente fino a Pont Boset, dove azzardo un microsonno sdraiato su una panchina di legno nel tendone illuminato del punto di ristoro. Addormentarmi mi addormento, ma quando mi risveglio non va molto meglio di prima, e nel prosieguo del sentiero infame vengo raggiunto da tutti i fantasmi che mi inseguivano, e getto la spugna. 

Comincio a camminare, nonostante il sentiero permetta tranquillamente un minimo di corsa, e vedendo che continua a non raggiungermi nessuno, mi sento l'ultimo degli ultimi, nonostante la mia testa sappia benissimo che dietro di me ci sono almeno altri 6-700 concorrenti. Continuo così, lentissimo, anche quando arrivo sul fondovalle, dove continuo a camminare, in pianura sull'asfalto, per tutto l'abitato di Hone, poi su per il forte di Bard, poi sulla strada romana, poi lungo le strade di Donnas fino alla base vita. 

Avrei tutto il tempo del mondo, potrei dormire 12 ore, mangiare e ripartire abbondantemente entro i tempi dei cancelli orari, ma non c'è più nessuna cellula del mio corpo che ha voglia di farlo né alcun frammento della mia mente o del mio cuore che desideri farlo. Non riesco a vedere alcuna ragione per proseguire, fisicamente sto bene, ma tutto dentro di me è spento. Dormo un po', mangio, mi guardo intorno e mi infastidisce tutto. Ci metto un po' a decidermi a fermare definitivamente il mio gps e a comunicare il ritiro ai volontari, ma non ho il minimo dubbio sul fatto di farlo. Il mio Tor finisce qui e non riesco neanche ad essere dispiaciuto.

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