23 febbraio 2022

6 ore di Pastrengo

L'inverno è lungo e duro (anche quando non nevica e non fa mica tanto freddo) e bisogna temprare il carattere e mettere fieno in cascina per l'estate dei trail attorno al Cervino, dei trail sul lago di Lugano, e di chissà quale altro trail (qualche ideuzza ce l'ho, ma facciamo pure i superstiziosi e tacciamo). E per le gare di orienteering, ça va sans dire.

E cosa c'è di meglio, per temprare il carattere, di una 6 ore su circuito da 7 km, sotto un cielo bigissimo, su e giù per le colline di Pastrengo (VR)?

Io una 6 ore non l'avevo mai corsa, si tratta di partire e di vedere quanti giri riesci a fare in quel tempo, e se arrivi ad un'ora ragionevole ti lasciano anche finire il giro che hai iniziato, sforando un po' il tempo limite (e per chi pensa che sia una follia, sappia che c'è moooolto di peggio, tipo la Monte Prealba Up & Down, dove la 6 ore è la distanza per gli sfigati che non vogliono correre la 12,la 24 o la 36 ore...).

Dopo un po' di giri, anche se sei uno stordito come me, inizi a conoscere il percorso radice per radice e sasso per sasso, e cominci addirittura a divertirti e a ballare come un cretino salendo la infame salita del "Getsemani", dove i volontari ti bombardano gentilmente con musiche che vanno da "Don't stop me now" a "Io credo risorgerò" (la seconda non l'ho ballata). E ti divertiresti ancora di più se non lasciassi in macchina le pillole di aminoacidi (quei mattoncini a cui ormai i tuoi muscoli si sono assuefatti per evitare i malefici DOMS dopo gara e pure il male ai muscoli durante), e a casa i gel alle maltodestrine (quei cosi appiccicaticci con sapore rivoltante, che però funzionano tanto bene come benzina durante la gara).

Il tracciato è proprio carino, con quattro salite corte ma bastarde, una varietà di pendenze e fondi che te la fa passare proprio bene, e un clima molto caloroso fra i volontari e fra i concorrenti (molti dei quali si riscaldano ulteriormente accettando le generose offerte di birre e spritz lungo il percorso). E chissà come sarebbe stato se fosse stato anche bel tempo.

Nei fatti, la 6 ore di Pastrengo 2022 in realtà ne è durata solo 5, perché dopo la partenza alle 11 e il primo giro, hanno fermato tutto, dato che qualche "bontempone" aveva spostato o tolto un po' di balise e vari concorrenti erano arrivati alla fine del primo giro con 3 km in meno rispetto al percorso giusto. Dopo una mezzoretta a prendere freddo da sudati (ah, se mi vedeva mia mamma...) ci hanno fatto ripartire da capo, ma con 5 ore a disposizione invece di 6. 

Io arrivo in fondo al mio 6° giro in 4 ore e 59 minuti esatti, quindi non mi fanno partire per un altro giro (che avrei dovuto concludere in 30', decisamente pochetto, dato che ai primi ne erano serviti 33) piazzandomi in una onorevole 17° posizione. Ho il sospetto che con i mattoncini e i gel (e un po' di acqua in più, dato che arrivavo ad avere sete prima di trovare i ristori) avrei potuto andare pure un po' meglio (e magari, chissà riuscire a rimanere attaccato a Luca Guerini, che è stato dietro per 4 giri, mi ha raggiunto alla fine del 5°, mi ha staccato all'inizio del 6° ed è riuscito a fare pure il 7°).



6 febbraio 2022

Oricup Inverno: Rione Cristo Re

C'erano una volta le gare promozionali con la punzonatura manuale su cartoncini d'antan. Beh, non ci sono più, oggi le gare promozionali si corrono con "sistema elettronico di punzonatura SPORTIDENT, anche in modalità AIR" o "touch free" che dir si voglia, quello che fino a pochi anni fa c'era solo ai mondiali. E quindi anche ad una promozionale sembra di essere ai mondiali. 😎

Io corro sempre come Forrest Gump, ma non prendevo in mano una carta da mo', e quindi sono stato in grado di dare 6'' ad un Fabietto che ha 20 (venti) anni meno di me, alla 10, ma anche di non capire più come girare la cartina in uscita dalla 11 regalando 20'' a tutti. E poi non ci vedo mica più tanto bene, e quindi sono stato anche in grado di vedere una inesistente stradina che dalla 4 va dritta alla 5, e regalare un'altra quindicina di secondi a tutti, tornando mestamente sui miei passi dopo aver guadato un po' meglio la carta (e se decidermi o meno a mettermi un paio di occhiali almeno nelle sprint, sarà uno dei grandi dubbi della mia stagione 2022...).

Però a me mi hanno insegnato che non devo mica punzonare tutte le lanterne che incontro, e quindi se arrivo dalle parti della 2 e vedo una lanterna che invece di essere sul recinto 5 metri a destra della curva, è su un albero 10 metri a sinistra della curva, devo resistere alla tentazione di tuffarmici, e continuare a cercare la mia. Soprattutto se in quella gara il percorso nero, che io faccio, non prevede descrizioni punto e codice lanterna, e quindi non saprò mai se quella lanterna è la mia o no. E nonostante una parte del mio cervello mi dica che se per caso quella lì in quel posto evidentemente sbagliato è la mia lanterna, un Fabietto qualsiasi la punzonerà al volo senza farsi tante domande, e mi darà 50''.

In una gara dove per renderla più difficile, non vengono appunto fornite descrizioni punto e codici delle lanterne, si dovrebbe anche evitare di posare i punti in posti dove senza descrizione punto potrai solo tirare ad indovinare, tipo sugli angoli di recinto. Se no succede come alla 16, dove se hai culo arrivi dalla parte giusta, se non hai culo ma sei furbo arrivi dalla parte sbagliata ma metti il braccio oltre al muretto e grazie all'air punzoni alla cieca, se sei molto bravo hai già guardato andando alla 15 se la 16 è o meno in fondo alla stradina dove sembrerebbe essere, mentre se sei poco fortunato e poco furbo (come me) arrivi dalla parte sbagliata e ci smeni mezzo minuto per andare dall'altra.

E sarebbero magari da evitare anche passaggi tipo quello fra la 14 e la 15, dove se avevi 14 decimi vedevi che c'era una scaletta di passaggio e a quel punto

- se eri molto fortunato e un po' sciallo non incontravi nessuno, trovavi un cancello chiuso con l'aria molto privata, provavi lo stesso ad aprirlo, e passavi

- se eri fortunato e basta venivi placcato da un residente all'ingresso del portico, che ti costringeva a fare il giro, ma senza perdere tempo nel vicoletto

- se eri sfortunato e non sciallo, non incontravi nessuno, trovavi un cancello chiuso con l'aria molto privata, non provavi neanche ad aprirlo e tornavi indietro smenandoci assai secondi (tipo, chessò, me)

Per il resto, la cartina di Cristo Re, di proprietà della mia gloriosa società US San Giorgio (e questa volta mi sono almeno degnato di dare una mano a raccogliere le lanterne dopo la gara...) non è esattamente memorabile, ma cercare lanterne con l'acido lattico che ti invade il cervello è sempre divertente, e quindi mi sono divertito.

 

11 gennaio 2022

TransBondone

Se da qualche mese aspetti di andare a 

1) prendere (tanto) freddo

2) pestolare per un po' di km la neve

3) vedere l'alba

4) vedere il tramonto

5) vedere gran bei panorami

6) sfasciarti i piedi sulle rocce del Carso

7) perdere un po' di ore di sonno

8) fare un bellissimo viaggio agli ordini del GPS 

all'Ipertrail Corsa della Bora 2022, non è che per un banale contatto ravvicinato con un positivo a sto cavolo di Covid19, 3 giorni prima della gara, puoi rinunciare a tutto questo. Però non mi andava neanche di giurare il falso dichiarando agli organizzatori che non ero venuto a contatto con qualcuno di positivo, né di rischiare di passare qualcosa a tutta la gente che avrei incontrato via per là.

Così ho deciso che la maggior parte delle cose che andavo a cercare sul Carso, potevo trovarle anche più vicino a casa, rischiando al più di contagiare un camoscio o una lepre, ammesso che io fossi mai riuscito ad avvicinarmici tanto da metterli a rischio, e mi sono lanciato nella TransBondone, uscita autogestita di 16 ore e rotti, sulla montagna sopra Trento. 

Alla fine, ho dovuto rinunciare completamente solo al punto 8, dato che farmi guidare dal GPS su una montagna che conosco praticamente palmo a palmo, sarebbe stata dura; gli altri, bene o male, li ho portati a casa.

7) perdere un po' di ore di sonno - Vero, alla Bora ne avrei perse parecchie di più, ma la sveglia alle 3.05 è stata comunque una bella botta in testa. Del resto, se si vuol vedere l'alba e si abita in mezzo alle montagne, c'è poco da fare. Fosse stato luglio invece di gennaio, avrei dovuto svegliarmi pure molto prima.

3) vedere l'alba - antefatti: le previsioni del tempo erano splendide; alle 3.05 il cielo era tutto sereno; lo è rimasto almeno fino alle ore 6, mentre mi inerpicavo lungo una delle più lunghe salite che io abbia fatto nella mia vita (Tor compreso) ovvero la salita alla Cima Palon dal fondo valle via Ravina, e anche mentre passavo in alcuni punti che con la neve, insomma, facevano un po' di strizza (ma con ramponi e bastoncini erano tutto sommato sicuri). Poi ha iniziato a rannuvolarsi, e una volta arrivato in cima, esattamente all'ora dell'alba, mi sono infilato in una nuvola fatta su misura, che ha reso l'alba un pelo meno spettacolare del solito.

1) prendere (tanto) freddo - mentre contemplavo l'alba, il termometro fissato lassù (metri 2099 s.l.d.m.) segnava - 11°C. Quando sono tornato lassù alla fine del mio giro (che ha previsto 2 passaggi dalla Cima Palon, uno in apertura e uno in chiusura) il medesimo termometro segnava i medesimi - 11° C. Io però a dire il vero non ho sentito freddo, forse perché non era umido, o perché ero vestito a sufficienza, o perché mi muovevo sempre. Comunque è la prima volta che mi si congela TUTTA l'acqua della borraccia...

5) vedere gran bei panorami - dal Bondone hai verso ovest il Brenta davanti al naso e Carè Alto e Adamello poco più in là, verso est hai un bel po' di Dolomiti, lontanine ma in vista, a nord vedi le cime sul confine con l'Austria, a sud volendo hai le piccole Dolomiti e lo Stivo (ma visto quello che hai sugli altri lati, mica ci guardi a sud). Ok, dal Carso si vede anche il mare, ma a me tanto il mare non piace

2) pestolare per un po' di km la neve & 6) sfasciarti i piedi sulle rocce del Carso - alla fine di neve ne ho pestolata parecchia, praticamente ci ho tenuto dentro i piedi dalle 5 di mattina alle 7 di sera, e con il mio calzino sottile di lana e quello grosso impermeabile mi sembrava anche di starci benone, anche se mi si era formata una specie di cintura di ghiaccio intorno alla caviglia. Però invece i piedi sembra non abbiano apprezzato moltissimo, perché dopo 3 giorni sono ancora gonfietti, e la punta dell'alluce sinistro ha come l'aria di una che ha preso quasi troppo freddo. Ma pare si rimetterà. Comunque, sono riuscito a sfasciarmi i piedi più di quanto fossi stato capace di fare sul Carso nelle gare degli anni scorsi.

4) vedere il tramonto - e almeno questa missione è stata compiuta con tutti i sacri crismi. Stavo ancora arrancando sull'ultima salita, ma una volta nella vita (come non mi è MAI successo al TOR) ero su un versante girato dalla parte giusta e me lo sono goduto minuti per minuto (anche se, a fare proprio i pignoli, quello che mi sono goduto io è stato il crepuscolo, perché quando il sole è andato giù, era coperto dalle nuvole).

 

Alla fine sono venuti fuori poco meno di 50 km, 4.400 metri di dislivello e un gran bel giro, leggermente rovinato, a livello di disegno del percorso, dall'impossibilità di raggiungere la cima del Cornet e da lì il resto delle Tre Cime del Bondone (o meglio, la possibilità c'era, ma il traverso strapiombante sul nulla, con neve fresca dalla tenuta incertissima, mi ha per una volta indotto alla scelta più conservativa). Avendo però ancora tempo e gambe, sceso dal Cornet, prima di salire in Palon dal versante sud, sono salito anche sulla Cima Verda, tornando poi giù dalla stessa parte, con rinuncia al Doss d'Abramo ma un bel po' di bonus di km e dislivello.







11 novembre 2021

IOF e CO2 e FISO

Giunge dalla FISO il seguente lieto messaggio

 

------ Messaggio Originale ------
Da: info@fiso.it
Inviato: giovedì 11 novembre 2021 12:50
Oggetto: Carbon Budget 2020

Ai Presidenti di Società

Ai Presidenti e Delegati Regionali

Sperando di fare cosa gradita, si informa che la IOF ha pubblicato il proprio bilancio del carbonio per il 2020 comprendente le attività di Consiglio, Commissioni e Ufficio.

Una riduzione delle emissioni dell’87% rispetto al 2019 riflette le limitazioni dovute al COVID-19 ma alcune innovazioni introdotte con la pandemia, quale l’uso delle videoconferenze per le riunioni di Consiglio e Commissioni, permetteranno anche per il futuro di mantenere basse le emissioni di CO2 che sono, in misura preponderante, dovute ai trasporti.

Link: https://orienteering.sport/the-iof-releases-carbon-emissions-data-for-2020/

Un cordiale saluto

Simonetta Malossini


E a me, che sono moooolto sensibile a queste tematiche e anche piuttosto impegnato in merito, girano le balle a manetta. 

Perché consiglio e commissioni della IOF si vedono on line e risparmiano la CO2, mentre in Italia da qualche anno si organizzano assurde gare nel sud del sud Italia, dove gli atleti per la maggiorissima parte del nord Italia, devono andarci IN AEREO.

Ora, se, chessò, fra Puglia - Calabria - Sicilia - Basilicata, mettiamoci pure anche Campania e Molise, ci fossero anche solo il 30% dei partecipanti alle coppe Italia, magari ogni tanto avrebbe pure senso andare laggiù.

Solo che non è così. I bene informati, che si sono andati a spulciare i dati, dicono che nelle ultime due gare nazionali svoltesi in Puglia, la situazione è stata questa

Iscritti: 232 e 226

Iscritti delle società del Sud Italia: 19 e 24

Iscritti di società pugliesi: 11 e 15

Il che vuol dire che sono state gare ridicole (232 partecipanti in una COPPA ITALIA???) e che gli iscritti del sud Italia erano meno del 10% dei partecipanti.

E l'anno prossimo le prime gare saranno in Sicilia, Alla faccia del carbon budget e di qualsiasi logica sportiva.

Sigh.





19 settembre 2021

Il mio TOR a caldo

Credo che per digerire e metabolizzare il Tor de Geants ci voglia molto più tempo di quello che serve per correrlo, e io sono arrivato al traguardo di Courmayeur da poco più di una cinquantina di ore, contro le 115 che sono stato a spasso per la Val d'Aosta. Però avevo voglia di buttare giù due righe a caldo, e quindi eccovele.

Tutti mi chiedono "come stai?" e la risposta è "bene grazie". Non ho il minimo dolorino ai muscoli, i piedi sembrano quelli di una principessa (con il 45 di numero...), e potrei tranquillamente andare a fare una corsa (e addirittura ne avrei quasi voglia). Immagino che tutto questo sia dovuto al fatto che ero allenato e mi sono alimentato a dovere, al fatto che aminoacidi&gel servano effettivamente a qualche cosa, al fatto che tentare di tenere i piedi più asciutti possibile è stato utile, e al fatto che ho avuto culo.

Perché di solo culo non si arriva alla fine del Tor, ma senza non ci si arriva di sicuro, chiedere a Lisa Borzani (già varie volte vincitrice), Michele Graglia (già vincitore di altre gare più massacranti di questa) ecc. ecc. ecc. Per dire, se al Bivacco Rosaire Clermont, quasi in cima al Col de Vessonaz, verso le due di notte i volontari vedendo in che condizioni ero non mi avessero lasciato svenire per un'ora (o forse due) su un letto a castello con una calda coperta sopra (il tutto contrarissimo al regolamento anti-covid), non so mica come sarebbe andata a finire. 

E del resto le notti sono state in tutte la gara le mie principali nemiche, dato che in crisi di sonno la mia testa va in corto circuito e mi fa pensare cose strane. Menzione d'onore alla quarta notte, nella quale ho iniziato e incartarmi in ragionamenti (che lì per lì filavano benissimo) sulla gara e su quanto fosse malefica, che paradossalmente mi hanno spinto a non ritirarmi: non volevo infatti essere accusato di essere solo invidioso dei finisher, quando avessi scritto la Mirabolante Lettera Aperta Al Tor con cui ne avrei denunciato al mondo tutte le storture. Di questi grandiosi ragionamenti, all'arrivo dell'alba metà non me li ricordavo più, e l'altra metà mi sembravano minchiate...

In totale ho dormito 7-8 ore, con un massimo di non si sa bene quanto al famoso bivacco, alcuni sonni da 30 o 60 minuti, e molti micro sonni da 10' (fatti per lo più per terra avvoltolato nel telo termico) che hanno funzionato benissimo. Il problema dei micro-sonni è che dopo due ore ne hai bisogno di nuovo, e non è detto che ci sia sempre un posto adatto dove farli, quindi una dormita più lunga in base vita credo convenga farla. In generale, credo che la mia gestione del sonno non sia stata malissimo, ma la mia gestione del tempo in base vita sia stata deficitaria, e mentre ero sempre contento di come stavo correndo, uscivo dalle basi vita sempre con l'impressione di averci buttato via del tempo. In ogni caso, credo che stare sotto le 100 ore, che era il mio sogno prima di partire, sia assolutamente la di fuori della mia portata.

Mi sono divertito? Ne è valsa la pena? Provo una grande soddisfazione? Boh.

Senza ombra di dubbio alcune parti del TOR sono fantastiche (tipo tutta la prima parte fino a Val Grisanche (sia per i posti sia per il clima della gara che inizia), il Col Loson, il panorama dal Rifugio Coda, la valle del Grand Tournalin, la salita al Frassati, il mitico Malatrà e chissà quante altre cose mi sono perso perché era buio), e senza ombra di dubbio alcune parti del TOR sono orribili (tipo la eterna discesa verso Donnas, la risalita da Donnas a Sassa, la discesa verso Oyace). Detto questo, ho passato gran parte della prima notte a chiedermi perché ero lì, senza trovare una risposta, e anche alle tre domande qui sopra non mi viene una riposta di quelle che ti saltano fuori prima ancora che te ne accorga. 

Sicuramente dopo il ritiro prima di metà del 2019 avevo un conto in sospeso che avevo voglia di chiudere e sicuramente il TOR è un evento molto affascinante, ma mi sento piuttosto lontano dalla retorica di chi definisce "eroi" quelli che arrivano in fondo: nonostante la lunghezza e il dislivello, si tratta pur sempre di seguire delle bandierine che qualcuno ti ha gentilmente piantato davanti, di mangiare quello che gentilmente ti viene offerto nei ristori, e di dormire nelle brande che ti vengono messe a disposizione, facendo pure doccia e massaggi, se ti va. Certamente impegnativo, ma è più un "unisci i puntini" che un "disegna un'opera d'arte". 

Probabilmente parte del suo fascino è dovuto al fatto  che si tratta della cosa più "estrema" che un atleta non professionista possa permettersi di fare, senza rischiare troppo la pelle, e senza dedicare gran parte delle sue giornate a prepararcisi. Io non mi sento sicuramente una persona migliore perché sono arrivato in fondo al TOR, ma se ad altri succede, buon per loro.

5 settembre 2021

Cim35sprint

 

In quel piacevolissimo libro che è "Born to Run", l'autore Christopher McDougall la chiama "caccia di persistenza".

Lui dice che qualche svagonata di anni fa, prima di inventarsi i fucili e forse pure gli archi, e prima di imparare che allevarsela vicino a casa era più comodo, gli esseri umani si procuravano la carne correndo dietro ai grossi mammiferi per ore e ore e ore. I nostri stra-bis-nonni erano un po' scarsetti quanto a velocità massima, ma erano "persistenti" ed erano in grado di sudare. Così, pare, puntavano un bestione, gli correvano dietro pian pianino per svariatissime ore, e a quello, nell'impossibilità di far scendere la sua temperatura sudando copiosamente come facevano i suoi inseguitori, a forza di scatti, ad un certo punto gli veniva un coccolone.

E i nostri stra-bis-nonni avevano pranzo e cena per tutta la famiglia per un po'.

La caccia di persistenza è la strategia che ho utilizzato io per diventare campione italiano sprint categoria M35. Invece di ore e ore e ore, io gli ho corso dietro per 12 anni.

La prima volta che corsi i campionati italiani sprint correva l'anno 2010 e colsi una fantastica medaglia d'argento, alle spalle di The King Carlo Rigoni e davanti a The Cip Andrea Cipriani. Sul podio della gara (allora premiavano sul podio, sigh...) in realtà ero sul terzo gradino, perché sul secondo c'era un signore che si chiamava Stefano Maddalena. Rigoni 14'56'', Maddalena 16'13'', Pedrotti 16'43'', Cipriani 16'58''. Quel giorno, io, che avevo cominciato mica tanti anni prima in MC, e che in bosco mai e poi mai avrei potuto ambire ad un oro, cominciai a sognare di poter un giorno vincere il titolo italiano sprint in categoria M35, e a desiderarlo fortissimamente.

Da allora, ci ho provato altre 9 volte, collezionando 3 argenti (di cui uno particolarmente sanguinoso, benché letterariamente apprezzato, a Caoria...)(disponibile anche nella pratica versione audio sul podcast di Galletti & Della Vedova), due medaglie di legno, un 5° e un 7° posto e un PM.

Ebbene, quest'anno il bestione finalmente si è stancato di scappare, e l'ho preso.
 
Non è stata un'epica battaglia, dato che non si può far finta che non mancassero tutti gli (altri) migliori sprinter del mondo orientistico master (ma c'erano pur sempre Ingemar Neuhauser, che non sbaglia quasi mai e ogni volta che ho sbagliato io mi ha fregato, e Francesco Raimondo, che in sprint mi aveva piallato l'anno scorso a Mantova quando ero riuscito per la prima volta a mettermi dietro Emiliano Corona). E rimane il fatto che, in una gara di orienteering, anche se sulla carta sei il favorito (come Della Vedova si è gentilmente preoccupato di ricordarmi prima del via, così tanto per mettermi un altro po' di pressione addosso...) bisogna trovare tutte le lanterne, trovare quelle giuste, e farlo più in fretta degli altri.

Ebbene, questa volta l'ho fatto e mi sono laureato campione italiano m35 sprint.

Non una gara perfetta la mia (per la 2 ho infilato misteriosamente il tunnel sbagliato, senza neanche accorgermene, lasciandoci 10'', per la 7 ho continuato a non vedere le barriere artificiali finendo per fare un giro del cavolo, lasciandocene più o meno altrettanti, e alla 11 probabilmente conveniva tornare giù dalle scalette dopo la barriera invece di proseguire fino in cima) comunque ho fatto 11 migliori tempi su 18, ho vinto con 2 minuti sul secondo e 3 minuti sul terzo, e avrei vinto anche la W Elite :-) (cosa che, a parità di percorso, non mi riesce quasi mai...).

Questo risultato non sarà probabilmente sufficiente a farmi cambiare categoria (io mi sento M35 dentro...) ma adesso posso finalmente cambiare una serie di password di ingresso in siti internet & affini.

2 settembre 2021

Verso il Tor de Geants

Fra 10 giorni sarò di nuovo in centro a Courmayeur per iniziare quella follia che si chiama Tor de Geants, e non vedo l'ora.

Il pensiero di ritrovarmi di nuovo lassù dove le cose non sono andate proprio benissimissimo nel 2019 (come abbondantemente narrato qui, qui, qui, qui, qui, qui e qui) mi mette addosso anche una certa strizza, ma prevale la sfregola di essere di nuovo in Val d'Aosta sul far dell'autunno a galleggiare notte e giorno attorno ai 2000 metri con intorno alcune delle montagne più belle del globo. In mezzo a tanti/e altri/e spostati/e come me, e ad altri/e apparentemente ancora più spostati, che si faranno un mazzo così per aiutarci a farlo in mille modi (grazie!).

Allenato, mi sono allenato, ed essere arrivato in fondo ai 315 km dello Swiss Peaks dell'anno scorso (qui, qui e qui), mi fa sicuramente partire un po' meno impreparato del 2019. Ma in una esperienza del genere può succedere qualsiasi cosa, quindi vedremo.

Nel rito di avvicinamento mi sono anche letto praticamente tutto quello che è stato scritto in proposito (i libri, nessuno memorabile, Elogio del Limite di Pistoni, La grande corsa di Prossen, Tra i giganti del Tor de Geants di Dalmasso, Sulle alte vie del Tor des Géants di Lombardo, Magical Mystery Tor di Macchiavello, e i diari on-line, decisamente migliori, di Luca Molinari e di Michele Rosati), ma soprattutto mi sono consumato gli occhi sullo splendido libro fotografico di Stefano Torrione Tor des Géants: Valle d'Aosta. Naturalmente come mi succede sempre mi sono dimenticato ogni parola dieci minuti dopo averla letta, ma è comunque un modo per fare riscaldamento.

Sperando che gli dei del meteo ci siano propizi, vediamo se stavolta riesco ad arrivare in fondo.