Finito (quasi)

Ho finito il puzzle. Quasi. 


È evidentemente una profetica metafora della mia prossima stagione agonistica. Quando sarò quasi perfetto, ma alla fine il "quasi" peserà più del "perfetto". O dove anche quando mi sembrerà di essere finito, non sarò mai davvero finito. Chissà.

Per intanto, appiccico sotto il racconto di una gara dell'anno scorso, il Sellaronda Running, dove effettivamente ero (quasi) finito. L'avevo pubblicata su www.distanceplus.com, ma siccome quando sarò (più) anziano e vorrò rileggermelo seduto accanto al caminetto, loro probabilmente l'avranno già tolta, me la riporto anche qui. 56 km e 3650 metri di dislivello: solo per lettori molto motivati (per gli altri, meglio un'occhiata meno impegnativa al filmato).


14 settembre 2013 - III edizione Sellaronda Running 


Il cielo è limpidissimo e trapunto di stelle, ma basta provare ad avviarsi lungo quello che sarà il primo tratto di gara fuori dal paese, per capire che si riuscirà a correre anche senza frontale. È freddo, ma è un freddo bello, di quelli che basta iniziare a correre perchè passi, e il calore dentro vinca su quello fuori. Manca poco più di un'ora all'alba, e, se ho fatto bene i conti, prima che il sole inizi a toccare le cime più alte, io sarò lì davanti a guardarle.È il secondo motivo per cui sono qui. Il primo è che mi sono innamorato del gruppo di Sella. Sindrome di Stoccolma la chiamano, quando ti innamori del tuo rapitore. Io mi sono innamorato del massiccio che per primo mi ha fatto sputare l'anima in salita correndo la Dolomites Sky Race di qualche anno fa, e che mi ha concesso di smettere di correre quella gara, solo dopo essermi impegnato a farci tutto il giro in un giorno solo. Sellaronda lo chiamano: prima era solo un carosello sciistico dove in giù ti portavano gli sci e in su le seggiovie, poi hanno iniziato a farlo in bici sulle strade dei passi Pordoi, Sella, Gardena e Campolongo. Poi ci hanno organizzato una gara di scialpinismo, e in questi ultimi anni, quando la corsa ha conquistato spazi inaspettati, hanno pensato bene di farci anche una gara di corsa. E, dopo un anno da quando la gigantografia aerea del Sella campeggia nella mia cucina, ho deciso che quella gara non potevo perdermela.

Quest'anno la partenza è da Canazei, quindi si inizia con il passo Sella. A parte un breve tratto nel bosco, molto suggestivo correndoci immersi nell'oscurità, fino in cima è una strada forestale larga e non troppo pendente, dove viene voglia di spingere. C'è quella luce sospesa che precede l'alba e, quando nelle vicinanze non c'è un “racchettaro” che fa casino con i bastoncini che picchiano sui sassi, il silenzio è rotto solo dai passi di chi corre. Quando il panorama si apre, dietro di noi il ghiacciaio della “regina delle Dolomiti” è appena spolverato di rosa, e io rischio di cadere o di slogarmi il collo, a forza di girarmi a guardarla, la Marmolada. 
Poi non occorre più girarsi, perchè davanti compaiono il Sassolungo, il Sassopiatto e il Cinque Dita, con le cime arroventate dall'alba. Mille spaccature e mille guglie che proiettano mille ombre lasciandomi senza fiato. Potrei anche tornare a casa, ne è già valsa la pena. Invece siamo solo all'inizio, ed è già tempo della prima discesa lungo le piste che portano in val Gardena. E chi l'ha detto che una discesa non è bella se non è tecnica: con le Odle davanti, il Sassolungo e il Sella dalle parti, cosa c'è di meglio che lasciar andare le gambe senza preoccuparsi troppo di dove vanno i piedi?

A Selva sono poco dietro a quella che arriverà terza fra le donne, ma ancora non so che vuol dire che ho tirato un po' troppo sulla prima salita, messa lì apposta per punire i presuntuosi e gli sprovveduti. Passato il ristoro, dove lo speaker parla da solo, si torna a salire. Ancora strada forestale nel bosco, ma stavolta la pendenza è più impegnativa. Davanti corrono due donne carine con cui mi piacerebbe correre, ma che non posso permettermi di provare a raggiungere, dietro non si vede nessuno: sono da solo nel bosco e va bene così. Quando manca poco al passo, si vede lassù il sole, che mi riscalda per la prima volta solo una volta scollinato. Davanti si apre la val Badia inondata di luce e fra me e lei un pendio di gobbe erbose dove corre un bel sentiero, e corro anch'io. Due passi sono andati, ne mancano solo due, e penso ancora che sarà quasi una scampagnata.

Si arriva a Corvara senza quasi accorgersene, mentre il Pisciadù e la Val di Mezdì, le facce più belle del Sella verso la val Badia, hanno perso il colore dell'alba, ma rimangono uno spettacolo. Dopo il ristoro tre metri di piano, e poi si torna a salire, prima sulle piste, e poi su un sentiero che sale molto più ripido di quanto mi aspettassi e di quanto avrei desiderato. Comincio a pensare che i 56 km con 3650 metri di dislivello di questa gara non saranno la passeggiata di piacere che chissà perchè mi ero immaginato. In mezzo alla selva il tizio che mi sembrava attaccato alle mie natiche si rompe le palle della mia andatura da pensionato e mi stacca, però riesco ancora a correre dove la pendenza cala un po'. Quando ci affacciamo sulla pista da sci che parte da quello che io penso essere il passo, compaiono le Tofane, che sono bellissime, ma non bastano a spingermi ad una velocità dignitosa su per la rampa che mi aspetta. All'arrivo dell'impianto di risalita c'è il ristoro, ma la salita non è finita per niente e ci porta ancora su, fino a raggiungere un sentierino fra i sassi che finalmente scende verso Arabba. Gli ultimi tre che mi hanno superato in salita si allontanano agili, io faccio quello che posso, con nelle gambe i tre passi conquistati, e negli occhi il quarto, Porta Vescovo, che dall'altra parte della valle troneggia inequivocabilmente più in alto di dove mi trovo in quel momento.

Superato il ristoro del fondovalle di Arabba, l'amena stradina nel bosco lascia ben presto il posto ad un sentiero stretto e ripido, altrettanto ameno, ma che richiederebbe una dose di energie ben maggiore di quella che mi è rimasta. Non ho il coraggio di alzare gli occhi verso il Sella, perchè si vede troppo bene quanto in alto sta il punto da cui vedevo Porta Vescovo ancora più in su, ma mi vengono due ottime idee: la prima è di rallentare prima che siano le gambe ad obbligarmi a farlo, la seconda è di pensare ad altro per farmela passare un po' più in fretta. Quando il sentiero si apre di nuovo sulle Tofane, ho progettato uno spot radiofonico per la mia fiera di fine ottobre e pianificato un altro paio di cose, e il peggio sembra passato. Ad una svolta in mezzo alle trincee appare l'ultimo pezzo di pista che porta in cima, e che da lì sembra abbia una pendenza ragionevole. Una volta che ci arrivo si dimostra che in realtà non è ragionevole neanche un po', ma ormai sono lì e manco poco. Stringo i denti e, mentre mi sorpassa un altro più pimpante di me, mangio la prima neve di stagione: considerando che l'ultima della stagione scorsa l'ho mangiata poco più di due mesi fa, l'estate è stata un po' corta.
Il ristoro di Porta Vescovo è una specie di paradiso, e dicono anche le parole magiche: da qui solo pianura e discesa. Lì davanti troneggia la Marmolada, così vicina che pare di toccarla. Sarebbe uno spettacolo davvero incantevole, ma in questo momento l'unico panorama che desidero davvero vedere è la piazza di Canazei con l'arco di arrivo. Da lì a passo Pordoi c'è un bel sentiero largo e prevalentemente in discesa, e sarebbe davvero un piacere correrci se i 45 km già nelle gambe non si facessero sentire un po' troppo. È solo a 5 km dalla fine, e solo perchè sono tutti in discesa, che decido che ormai è fatta e lascio andare tutto, riuscendo anche a superare un concorrente con cui ci siamo passati e ripassati almeno 5 volte nel corso della gara.

Nessuno per centinaia di metri davanti e nessuno per centinaia di metri di dietro, il mio sarebbe un arrivo in solitaria da grande campione, se non fossero passate quasi otto ore dalla partenza e non ne fossero già arrivati 50 prima di me, di cui il primo ha già avuto il tempo di fare la doccia, pranzare e farsi anche un abbondante pisolino pomeridiano. Comunque, proprio bello il Sellaronda Running.

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