21 settembre 2017

Campionato Italiano Long Cansiglio

Un lettore mi scrive "ma com'è che il commento alla gara CSI di Villazzano compare in un baleno, mentre quella del Campionato Italiano tarda ad essere pubblicato?" insinuando in questo modo che sono più rapido nel pubblicare sulle mie vittorie farlocche che sulle mie batoste epocali.

Ovviamente tutto ciò è falso e offensivo. Anche perché, sebbene alla fine io abbia concluso con un imbarazzante undicesimo posto, anche quest'anno (come in TUTTI gli italiani long corsi in M35) ho corso per una parte di gara con una medaglia al collo, l'argento, per la precisione.

Il solito lettore puntualizzerà certamente che questa volta ho corso con l'argento al collo solo fino alla prima lanterna, ma queste sono insignificanti particolari da azzeccagarbugli.

Se Tenani, che di italiani long ne ha fatti (e vinti) qualcuno più di me, dice che questo è stato il più bello di tutti, non sarò certo io a contraddirlo. Era bello, duro e molto difficile. E io non sono stato all'altezza. Diciamo che mi sono mancate una decina di ore in carta, possibilmente in zone come questa, e mi poteva andare anche molto peggio. Perché in effetti complessivamente non sono andato malissimo, e se avessi evitato due crimini evitabilissimi, non sarei stato lontano dal podio.

Eccovi una cronaca sprint della gara long.

1 parto bene, ma proprio bene, senza foga, concentrato, facendo una scelta tranquilla, che porto a termine nel migliore dei modi, tanto che sono secondo dietro a Pagliari.

2 è talmente facile che sbaglio: basta seguire i sentieri fino alla lanterna. Solo che sbaglio bivio. Mi salva un recinto, ma da lì sono molto meno sicuro, e forse la carta in quella zona non è neanche perfetta. Fatto sta che la trovo un po' di culo, perdendo 3'.

3 scelta lunga, con opzione da pavidi. Mi ci butto senza remore. C'è chi ci mette molto meno di me, ma la strada mi permette di non rischiare più di tanto.

4 crimine numero 1. Uscendo dalla 3 trovo Cristellon, partito 2' dopo di me, ma un po' disperso in zona. Sta andando alla 4. Lo seguo a distanza, cercando di non seguirlo. Dopo un bel po' mi pare che sia passato troppo e che stia andando alla 5. In un modo che non ho capito lui ha punzonato la 4 senza che io me ne sia accorto, e sta davvero andando la 5, e io sto andando in mona: 5' persi.

6 non ci sono scelte pavide, mi butto sotto la linea rossa, contando tutto il contabile. Arrivo al ristoro e al collinone, ma poi non riconosco le forme e vado troppo a destra.

7-8-9-10 non sono un fulmine ma non faccio danni, mi sa che sono finalmente entrato in carta

11 altro trattone, ma la carta non mi fa più paura. Riconosco buche e dossi e ci arrivo perfetto. Un minuto peggio del primo, ma va benissimo così.

12 crimine numero 2. Bisogna fare molta attenzione: io mi sento ormai in confidenza con la carta, e non la faccio. Giro come un pirla 3 volte, prima di prenderla con la dovuta calma e trovarla facilmente. 8' persi.

13-14-15-16 ormai è andata, cerco solo di non fare troppa brutta figura

17 non riesco a non fare troppa brutta figura: ho raggiunto di nuovo Bezzi, che come al solito mi esorta a fare attenzione. E invece supero la lanterna di 10 metri e mi giro a vederlo punzonare alle mie spalle, prima di me. 

18-19-finish in qualche modo arrivo in fondo.

L'epica battaglia fra il Perfido e don Pedrotte si conclude anche questa volta in favore del primo, solo che questa volta vale a lui il nono posto, e a me l'undicesimo. Che vergogna...

 


7 settembre 2017

Garette e garona

Le garette sono le due sprint a cui ho partecipato nel fine settimana scorso, Villazzano (trofeo CSI) e Merano (Campionato Trentino - Alto Adige sprint), di contenuto tecnico non eccelso, ma che mi sono servite almeno un pochino per togliere le ragnatele dalla mia bussola e per portare a casa un po' di cibo. E comunque vincere fa sempre bene al morale (anche se Zonato dice che non bisogna vincere prima degli italiani, ma (purtroppo) non sono gli italiani di long in centro storico).

A Villazzano ho rischiato di travolgere una scivolando sul fango verso la 1, non ho visto la scorciatoia per la 5, ho fatto la scelta più facile e forse più lunga per la 7, mi sono infilato sulla scala che saliva al secondo piano per la 14, e non ho visto la scelta più furba per la 17. Per il resto, ordinaria amministrazione.

Più divertente la gara di Merano, più che altro perché Merano è più bella di Villazzano. Come ha detto qualcuno, era tracciata un po' da long ma in effetti non c'era molto di più da sfruttare. Meno male che Michele ha sbagliato già alla prima (mentre alla 2 evidentemente ha fatto una scelta molto più furba, perché mi ha dato 15'' su una lanterna che non ho sbagliato). Poi io ero leggermente più veloce, così ho potuto anche sbagliare la scelta dalla 8 alla 9 (mi pareva si potesse salire dal primo ponte...) e anche cincischiare un pochino alla 11.

La garona invece è quella degli italiani long di sabato prossimo in Cansiglio. Avrebbe potuto essere la Garissima, ma questa stupida idea di fare anche la M40 ha sparpagliato i possibili vincitori in 35, su due categorie. Così in 35 ci sono Pagliari, Grassi S, Neuhauser, Ausermiller, il Perfido, Cristellon C&S, Fiocca e Rusconi, mentre in 40 ci saranno Rigoni, Grassi PM, Gottardi, Bianchi.
Peccato, sarebbe stato molto bello giocare tutti insieme.

In M35 la griglia è questa sotto, che dimostra come alcuni abbiano pagato più di altri, o come non sia stata fatta secondo nessuna logica logia. Io sono spiaccicato fra Pagliari e Cristellon C, non un posto bellissimo.

Leggendo la griglia un noto poeta lombardo ha composto la ode sotto riportata. E buoni italiani a tutti!


Eh fischia il treno,
e il treno fischia,
e Denni è il macchinista.
E poi c'è Simone capostazione
e Dario che è sul vagone.
Carlo è il più elegante
nel vagone ristorante.
e Mario birichino
fa ciao ciao dal finestrino!
Dalla capitale è salito anche Fiocca,
...che paura che ci fa se la gara imbrocca

Ciuf ciufffffffffffffffffffffffffffffffff

5 settembre 2017

Me - Bo

Sulla via per l'Adamello (per il quale sto coltivando attivamente tutti i miei migliori sentimenti, struggendomi su foto e filmati stupendi) ho pensato di ricominciare da dove avevo finito, agonisticamente parlando. Negli ultimi 30 km della Südtirol Ultra Sky Race, quelli dove ignobilmente strisciato, avevo pensato che erano dei gran bei posti dove correre, in condizioni più decenti di quelle in cui ci ero arrivato.

Così domenica, visto che ero a Merano per i campionati trentini sprint di orientamento (una formalità da 17' di cui parlerò altrove...) ho deciso di salire alla Meraner Hütte e da lì andare a Bolzano ripercorrendo appunto quegli ultimi 30 km. Come la Me-Bo, la superstrada Merano-Bolzano.

L'idea non era male, e effettivamente mi sono goduto molto di più il tracciato, dove c'erano ancora i bollini gialli per cui non dovevo star lì a guardare la cartina a ogni bivio. Ho solo un pelo sottovalutato il tempo che mi sarebbe servito per salire da Merano alla Meraner, un po' perché di fatto non mi ero mai messo lì davvero a cercare ci calcolarlo, un po' perché all'ultimo momento vedendo su il profilo sexi dell'Ifinger Spitze, non ho resistito alla tentazione di andare almeno fino alla forcella lì a fianco, allungando parecchio la strada (ma il posto effettivamente valeva lo sforzo).

Ho iniziato i famosi "ultimi 30" (qualcosa di meno in realtà, 27 km e qualcosa) con nelle gambe 20 km e 1900 metri di dislivello, che non sono pochissimi, ma sono parecchio meno dei 90 e 7000 e rotti con cui ci arrivavano i concorrenti della SUS. Infatti ho battuto tutti! Io allora ci avevo messo 4h42', il primo ci aveva messo 3h11', la mia amica francese 3h18': io questa volta ci ho messo 3h4'. Il che vuol dire che con soli 70 km in meno di lui nelle gambe, potrei essere competitivo con Daniel Jung.

Durante la discesa mi sono fermato qualche secondo in più su quel cocuzzolo molto suggestivo dove ci sono gli "Stoanernen Mandln", cioè gli omini di pietra. Naturalmente proprio lì la batteria della mia (nuova) macchina fotografica ha deciso che era stanca, e che più di una foto ogni mezzora non l'avrebbe fatta. Così addio autoscatti fra gli omini, e ringraziare che sono riuscito a farne una con Sciliar e Sassolungo innevati sullo sfondo. Sarebbe stato da fermarsi lì a sognare un po', ma mi hanno fatto girare le scatole l'ammutinamento della macchina fotografica e la presenza di un ciclista.



Ancora di più mi avrebbe fatto girare le scatole non riuscire ad immortalare "le mie allucinazioni", ma la fotocamera ha avuto pietà di me e mi ha concesso un paio di "selfie". I tre amici nella foto qui a lato fanno parte di una serie installazioni artistiche poste su una forestale poco prima di San Genesio. Solo che io sono passato di là all'inizio della seconda notte di gara, quella in cui capita spesso che il cervello faccia un po' di casino e veda cose che non ci sono. Così quando ho iniziato a vedere cose tipo i tre in piedi vestiti da contadini in piedi vicino ad un albero di notte, mi dicevo che quello che vedevo non era reale, salvo poi scoprire che invece lo era, e andare ancora più in crisi. Come se non fossi già in crisi abbastanza.

Comunque, sta volta niente crisi, in tutto 48 km e 2400 metri di dislivello, un altro mattoncino verso questo (lungo) paradiso qui sotto...









2 settembre 2017

La Professoressa e il Palestrato

Dato che la Gazzetta di oggi non ne parla, dovrò farlo io.

Alla faccia degli US Open, dell'Ultra Trail del Monte Bianco, dell'infortunio a Valentino Rossi,  della chiusura del mercato per le squadre di calcio, il più importante evento sportivo di ieri a livello mondiale è stata la sfida fra la Professoressa e il Palestrato.

Nonostante qualche becero parruccone abbia insinuato che il nome della sfida facesse pensare al "titolo di un film di un certo genere degli anni settanta", l'iniziativa era in realtà una delle attività di fund raising messe in campo per sostenere l'ennesimo nuovo progetto (top secret) di mia moglie.

Abbandonata la vendita di torte davanti alla parrocchia e la produzione di centrini all'uncinetto, questa volta ha deciso di buttarsi in prima persona, e di mettere a frutto le sue doti sportive, lanciandosi in quella che ai più sembrava una sfida temeraria. Come dice il titolo, la tenzone era infatti fra l'Anto (la Professoressa) e Joe (il Palestrato). Il nome "Joe" è di fantasia, dato che visto l'andamento dell'incontro ha chiesto di conservare l'anonimato (ma è comunque questo il nome che metterà sul passaporto falso con il quale nei prossimi giorni varcherà la frontiera per andare a rifugiarsi nella Legione Straniera...). Non è invece di fantasia il suo soprannome.

Joe infatti è da molti anni dedito ad una intensa attività fisica in palestra, con la quale ha costruito un fisico a dir poco scultoreo, grazie al quale riteneva di poter fare un sol boccone, tennisticamente parlando, della Professoressa. Il poveretto ha però da una parte sottovalutato gli ultimi due anni di lezioni di tennis e la determinazione a raggiungere i propri risultati, della Professoressa, e dall'altra, a detta degli esperti presenti sulle tribune, sopravvalutato decisamente le sue doti tennistiche.

Della partita in sè c'è purtroppo pochissimo da dire. Iniziata con fortissimo ritardo per un presunto incidente in tangenziale (stando a Joe) e in forse fino all'ultimo per le condizioni atmosferiche che sembravano dover precipitare da un momento all'altro, si è risolta con un punteggio imbarazzante, che ha messo fin troppo in evidenza la disparità di valori in campo. 

Visto il poco tempo a disposizione, la formula scelta era quella al meglio dei 5 game giocati con la formula al tie break, fino all'11, e il risultato è stato un perentorio 

11-3, 11-3, 11-2 

A voler cercare a tutti i costi una chiave tecnica del match, si può dire che la Valer ha dimostrato una certa lentezza nello scendere a rete e uno smash non brillantissimo, ma ha surclassato Joe in tutti gli altri fondamentali del tennis.


Il folto pubblico presente, che pure ad onor del vero era inizialmente schierato prevalentemente a sostegno della Professoressa, ha cercato in tutti i modi di sostenere il Palestrato, ma non c'è stato davvero nulla da fare. Anzi, alla fine gli stessi iniziali sostenitori di Joe hanno chiesto di essere cancellati dalla foto ricordo, per non poter essere in futuro collegati in nessun modo a lui.
In ogni caso, oltre a permettere la raccolta di un po' di fondi per il progetto, la partita ha scolpito nei cuori dei presenti una lezione fondamentale: 



22 agosto 2017

Skyrunning sull'Alta Via n°2

Dato che l'anno scorso mi era piaciuto un sacco fare di corsa l'Alta Via n° 1 delle Dolomiti durante la Dolomiti Sky Run, scoperto che c'era pure la 2 (e anche varie altre) e che attraversava dei posti clamorosi, ho pensato che, in mancanza di gare da quelle parti, potevo organizzarmi per andarmi da solo.

La via completa va da Bressanone a Feltre, io inizialmente avevo pensato di prendermi tre giorni e farla tutta, poi ho ripiegato sui 2 per andare da Bressanone al Primiero o giù di lì.

Una delle mie specialità è fare abbastanza per tempo un progetto di massima, e poi non farne mai uno esecutivo, affidandomi all'ultimo momento a quello di massima, che non mi ricordo neanche tanto bene perché è passato un po' di tempo. Dato che ho fatto così anche questa volta, quando sono partito di corsa dalla stazione di Bressanone, non mi ricordavo se le 20 ore a piedi le avevo contate da lì oppure dal Rifugio Plose in cima alla prima montagna. Inoltre pensavo di riuscire a partire molto prima, ma il primo treno utile era quello che arrivava lì alle 7.04. L'idea era di arrivare al Rifugio Piz Boè: dato che in media ci metto la metà del tempo previsto per chi cammina, se il conteggio era dalla stazione ci stavo quasi comodo, in caso contrario era un problema. Cedo quasi alla tentazione di fare un pezzo in autobus, ma quello che mi serve è partito alle 7.02, quindi parto. Tanto per complicarmi ancora un po' a vita, salendo sulla Plose invece di seguire il ripido ma breve sentiero 17, seguo la forestale che fanno quelli della Brixen Marathon, che allunga un sacco inutilmente. E che ad un certo punto mi abbandona in mezzo al bosco. Mi decido a leggere decentemente la cartina, e arrivo alla stazione a monte della funivia in 2h45': i primi 1500 sono andati, adesso c'è un po' di quasi piano fino alla base della Forcella Putia.

Da quelle parti sono stato con l'Anto mesi fa (è sempre colpa sua se poi mi viene voglia di tornarci di corsa...) e le Odle sono un po' coperte, quindi non mi dilungo troppo a guardare i panorami. La salita alla Forcella di Putia è piena di gente che supero agilmente guadagnandomi sguardi ammiratissimi. In cima panino e poi via verso l'ignoto, che da lì in poi non la conosco. 

Il sentiero verso il Rifugio Genova è molto piacevole, il posto è bellissimo, il tempo decente, c'è molta gente in giro, e non ho neanche la macchina fotografica che mi rallenta. Qualche bel traverso, una forcella gentile, un pezzo di cordino non banalissimo, un mare di gente al Rifugio Puez, altri panorami bellissimi (ma questo smetto di dirlo, perché per due giorni sarà ininterrottamente così) e un fantastico bagno nel laghetto di Crespina (quello di questa foto non mia), non molto prima di Passo Gardena. Al passo mi concedo una limonata, dato che sono abbondantemente in tabella e mi manca solo la salita al gruppo del Sella. 

Gli ulteriori cordini prima del Rifugio Pisciadù sono ragionevoli, quelli dopo anche, e allo scoccare delle 11 ore sono al rifugio Boè, ore 18.15, in tempo per la cena servita alle 18.30. Mi faccio immortalare da una gentile rifugista che poi mi manda la foto, e dopo cena salgo sulla cima, che le previsioni per il giorno dopo sono brutte e magari non riesco ad andarci. Non si vede una cippa, ma mi faccio immortalare da un gentile Stoccardese, che mi invita anche nel rifugio della cima a bere una grappa prima di scendere nella semioscurità (ma con il frontalino) al nostro rifugio. Arriviamo sani e salvi e concludo la giornata con 53 km e 4400 metri di dislivello.

Dopo la solita pessima dormita (vi giuro, essere alti NON è una bella cosa) mi sveglio alle 4.50 con l'idea originaria di andare a vedere l'alba, ma il tempo non è decisamente quello adatto. Quando poco dopo le 5 si chiude dietro di me la porta di emergenza da cui sono uscito, consegnandomi a buio, pioggia e un altipiano roccioso di quasi 3000 metri, per un attimo mi viene il sospetto di aver fatto una cazzata. Però ho tutta l'attrezzatura e l'esperienza del caso e, rinunciato alla salita alla cima, il tragitto fino a Passo Pordoi (compresa la discesa da quella Forcella Pordoi che mi aveva fatto innamorare dello Sky Running nel 2009 e mi aveva spinto a correre la Domolomites Sky Race nel 2010) risulta alla fine suggestivo e a suo modo piacevole. Dal Passo Pordoi il programma sarebbe proseguire verso il Passo Fedaia, ma piove a dirotto e la mia Alta Via sembra arrivata al capolinea. Sono le 6.15 e l'unica cosa ragionevole sembra andare a Canazei a prendere una corriera per tornare a casa (dopo una colazione calda).

Invece mentre scendo, dopo avermi bagnato ben bene, smette, e quando arrivo al bar per la colazione, il tempo sembra essersi decisamente sistemato. Così nel bar oltre a fare la colazione calda mi cambio, e poi riparto, destinazione Val Contrin. Alle 10.30 o giù di lì mi concedo una porzione di ricotta fresca con lo zucchero e uno yoghurt (forse i più buoni della mia vita!) a Malga Contrin, e poi proseguo a salire, attraverso un gruppetto di stambecchi (credo) che mi guardano senza spaventarsi un granché, mi entusiasmo per l'ennesimo panorama più bello della mia vita (tutta la zona a sud della Marmolada, con il Sasso Vernale e i suoi amici, è stupenda), e poi raggiungo il passo de le Cirele (da cui qualcuno ha scattato la foto che ho preso in internet), dal quale scendo a Passo San Pellegrino, non resistendo alla tentazione di buttarmi giù per i ghiaioni prima del Rifugio Fuciade. 

Sto ancora splendidamente, il tempo tiene ancora bene, e allora su per la raccapricciante nuova pista di S.Pellegrino (ma chi cavolo gli avrà dato l'autorizzazione per fare uno scempio del genere!?), poi sui sassi sconnessi dalle parti del lago di Cavia, e poi giù al Passo Valles.

La successiva salita al Rifugio Mulaz è molto più lunga e dura di quello che mi ricordavo dalla mia uscita di un anno fa, quando avevo fatto quel pezzo in senso contrario. E in più l'ultimo tratto è pieno di cordini e rocce infide, che non ricordavo minimamente, tanto che mi viene il dubbio di aver sbagliato strada (e mi si stoppa anche il GPS, uffa). Però la mappa e i rari cartelli sembrano dire che non è così, e allora procedo, arrivando finalmente al rifugio e ad una nuova meritata limonata. 

A questo punto in un paio d'ore dovrei riuscire ad arrivare al Rifugio Rosetta e da lì in non moltissimo al Rifugio Pradidali e poi giù a Tonadico, meta di giornata. Solo che quando sto salendo al passo delle Farangole, dalla Val di Fiemme sembrano arrivare nuvoloni nerissimi, e non ho molta voglia di scoprire in mezzo alle Pale di San Martino se arrivano davvero e cosa hanno intenzione di fare. Così scendo in val Venegia, salgo a Passo Rolle, e piglio la corriera da lì. I nuvoloni nel frattempo hanno mollato giusto due gocce e poi sono spariti, ma hai visto mai che sto diventando una persona prudente... In totale, altri 53 km, ma soli 2400 metri di dislivello.

Che dire? Se avete un po' di allenamento (e un minimo di dimestichezza con i cordini), assolutamente da consigliare! Anche spezzato in tre giorni invece che due, che di posti da dormire ce n'è fin che si vuole.

17 agosto 2017

Adamello, nice to meet you!

Dato che a settembre andrò a farmi quel giretto di 180 km che porta il suo nome (Adamello Ultra Trail), ho pensato che era carino andare a farci quattro chiacchiere. Anzi, a dire il vero non è che lo avessi pensato, ma dato che quest'anno mia ci ha fatto fare il nostro tradizionale giretto ciclistico familiare estivo in Trentino, e mi ha portato in Val di Genova (grazie!), a quel punto ho pensato che andare a dare un'occhiata all'Adamello non era una brutta idea.

In effetti a farci due chiacchiere con l'Adamello avrei potuto andarci anche in senso stretto, perché al Rifugio Bedole dove abbiamo dormito, il titolare si chiama proprio Adamello, Adamello Collini per la precisione, come suo nonno. E sua sorella si chiama Presanella. Il che la dice lunga sull'attaccamento di quella famiglia a quel posto dove, dicono, ci sono tracce della loro famiglia fin dal 1500. Molto meno chiaro è come mai abbiano chiamato la loro figlia "Vajolet", che è una montagna in Val di Fassa, cioè tutto da un'altra parte, ma questa è un'altra storia (l'altra figlia, per la cronaca, si chiama "Aglaia"...).

Dicevo, sono andato a conoscere l'Adamello, non la cima, ma il massiccio. Che è stupendo. Dal Bedole sono salito al Rifugio Mandrone, che è un posto che tutti i trentini conoscono, ma io no. Da lì sono poi salito al Passo del Maroccaro, quota 2900 e rotti, altro gran bel posto, da cui fra l'altro si vedeva il Passo del Tonale.

Passo del Tonale dove, per via della presentazione del mio libro proprio lì, è terminato il nostro giro, e dove naturalmente sono andato a farmi un'altra corsetta, arrivando sulla sconosciutissima Cima Casaiole, quota 2783, da dove, tanto per cambiare, ho ammirato uno dei panorami più belli che io abbia mai visto in vita mia. Tutto il gruppo dell'Adamello e della Presanella da una parte, il gruppo del Vioz e dei suoi amici dall'altra, qualche valle incantevole nel mezzo, il tutto non molto prima del tramonto, con una luce da commuovere un paracarro. Ho fatto vari giri su me stesso a bocca letteralmente spalancata, emettendo suoni disarticolati, incantato come poche altre volte.

Se il mio giretto di settembre assomiglierà anche solo vagamente a quello che ho visto in val di Genova e sulla cima Casaiole, c'è qualche possibilità che io arrivi in fondo, magari anche vivo.  

p.s. le foto non sono mie, e una è un pelo troppo invernale, ma rendono un po' l'idea di quanto erano belli quei posti. 

1 agosto 2017

Südtirol Ultra Sky Race


Alle 20 di venerdì 28 luglio sono a Bolzano in piazza Walter, dietro il gonfiabile della Südtirol Ultra Sky Race, in compagnia di altre 200 persone: poco dopo la linea di partenza ci aspetta una schiera di tifosi – amici – parenti armati di centinaia di smartphone, tutti puntati verso di noi. Con la musica di Morricone che riempie la piazza, è uno di quei momenti in cui ti senti un privilegiato solo ad essere lì, dentro le transenne di partenza invece che fuori. Vuol dire che puoi almeno permetterti di sognare di farcela. Non è ancora detto che sia vero, ma è già molto.

Nei primi venti chilometri ci sono 2000 metri di dislivello, di cui i primi da bersi tutto d'un fiato sulla strada ripidissima che sale a Soprabolzano. Ultimo tuffo fra gli applausi e poi con i boschi e i lama al pascolo inizia la notte, che è sempre dura. Io sono finalmente là dove da settimane sognavo di essere, quando guardavo il cielo stellato prima di andare a dormire, ma questa volta vorrei essere lì che sto per andare a letto, invece ho davanti 100 km. È la crisi numero 1. Il passo (troppo) arzillo che mi ha portato fino al 15esimo chilometro si è afflosciato, non c'è nessun panorama a cui aggrapparsi, e comincio a pensare seriamente che potrebbe anche bastare così. Mi hanno raggiunto Luca e Franco, due amici di Trento: per un po' la loro compagnia sembra funzionare, ma poi non riesco a stargli dietro. Fortuna che non posso ritirarmi in mezzo a un prato nella notte, e quando arrivo al ristoro il mio corpo capisce prima della mia testa che il problema è che ho freddo, e mi mette addosso quel paio di indumenti salvavita che ho nello zainetto. Improvvisamente e inaspettatamente rinato, mangio due bocconi di anguria e riparto.

La notte sembra meno buia, la via lattea mi fa da coperta e, anche se è ancora buio pesto, è come se in qualche modo finalmente riuscissi a percepire un po' della bellezza che c'è intorno a me: rocce, pascoli e decine di torrenti, che mi avvolgono, e nei quali tuffo continuamente le mani per bere o solo buttarmi un po' di acqua in faccia. Ritrovo i trentini e corriamo un bel po' in mezzo alla nuvole basse, concentrati allo spasimo sulle fettucce e i bollini segna percorso, e sei occhi sono comodissimi.

Poi però la luce si spegne di nuovo, non quella che ho in testa, ma quella che dovrei avere dentro: crisi numero 2. Sono rimasto di nuovo solo, la via Lattea dopo un'ora ha perso gran parte del suo fascino, e non riesco a trovare dentro di me una motivazione al mondo per proseguire. Sono stanco, ho sonno e non ne ho più voglia. Al ristoro del 40esimo chilometro mi ritiro. Non mi limito a pensarlo, lo faccio sul serio, il tizio che controlla i passaggi ha già tirato una riga sul mio numero. Ma poi viene fuori che in quel posto non c'è un letto e nessuno mi potrà portare a Bolzano prima di domani mattina. Sono le due di notte, non ho niente di asciutto da mettermi, non c'è niente su cui sdraiarsi più comodo di una panchina al freddo: tanto vale proseguire. Ritiro il mio ritiro e riparto.

Contrariamente ad ogni ragionevole previsione, invece di trascinarmi smadonnando per il mancato letto con piumone, mi ritrovo con molta più voglia di prima e procedo ad una andatura più che dignitosa per l'interminabile distesa di pietroni aguzzi successiva. Dietro le montagne il cielo inizia a schiarirsi e la consapevolezza di essere almeno riuscito a sconfiggere la prima notte, dà ancora più forza. Quando arrivo al ristoro successivo, al Flaggerschartenhutte, l'alba che colora di rosa le Dolomiti verso est, il mare di nuvole sotto, il cielo azzurro sopra, il sole che illumina le montagne intorno, e le acque del laghetto a fianco del rifugio, mi ricordano perché mi piace questo gioco, e perché a volte rinuncio al piumone volontariamente, per potermi permettere di essere ora.

Ma la gara continua, e come la vita ha i suoi alti e bassi. E oggi pare che i miei bassi siano parecchio più in forma dei miei alti. Nell'ultimo pezzo prima del ristoro di metà gara di Passo Pennes, la mia andatura ritorna ad essere meno che escursionistica, e la mia voglia sparisce di nuovo: crisi numero 3. È ormai giorno, la val Sarentino è piena di nuvole, molto probabilmente non si vedrà un gran panorama da qui alla fine (che a questa velocità rischia di essere mooolto lontana) e c'è anche il rischio di prendersi un temporale sulla testa. In più sono vari chilometri che non vado tanto d'accordo con il mio stomaco, mi sa che mi ritiro di nuovo.

Al Passo ritrovo Luca e Franco con le rispettive signore, che fanno di tutto per incoraggiarmi. I buoni motivi che mi danno per ripartire in quel momento mi lasciano del tutto indifferente; provo a mangiare una pasta al ragù, ma non va giù; nessuna delle bibite del ristoro mi dà un minimo di soddisfazione; mi faccio fare un massaggio, ma i 60 km che mancherebbero gli tolgono tutta la sconvolgente piacevolezza che ha di solito quello a fine gara. Il vero problema è che non ho grossi motivi per andare avanti, ma neanche per fermarmi, dato che non ho male da nessuna parte e sono abbastanza sicuro che fisicamente potrei farcela. Poi trovo una pastina in brodo incustodita (e fredda...) provo a mangiarmela e va giù: vuol dire che per lo meno non andrò in crisi di fame, e allora tanto vale ritirarsi alla prossima occasione.



La salita al Giogo delle Frane è più che abbordabile e poi ci sono 1300 metri di discesa in un vallone bellissimo, che mi fa pensare che anche questa volta valeva la pena proseguire. Un po' alla volta riesco anche a raggiungere “Maglietta Gialla”, un'atleta di cui fino a quel momento so solo che, oltre appunto ad avere una tenuta molto visibile, la sera prima aveva iniziato la prima salita assieme a me, ma aveva una velocità tale che dopo un quarto d'ora non l'avevo più vista.

Nelle successive 6 ore e 20 chilometri che correremo insieme, scoprirò anche che è francese, è la terza donna, era seconda ma si è addormentata e ha perso non sa quanto tempo, ha vissuto per anni in Corsica, corre con uno sponsor che l'ha spedita anche alla Marathon des Sables, ha un fidanzato che la aspetta a quasi tutti i ristori. E anche che correre con lei fa un gran bene a me e pare tornare utile anche a lei. Il nostro sodalizio sportivo ci porta prima in cima all'apparentemente irraggiungibile Alpler Nieder, poi lungo i sottostanti “sentieri” in costa (che a persone un po' più sane di mente degli iscritti a questa gara farebbero una paura da matti), poi sul bel traverso che scende all'Hirzerhütte (dove ormai di rododendri fioriti ne sono rimasti giusto un paio, alla faccia del mio desiderio pre gara di correre in mezzo al mare rosa), e poi sulla micidialissima salita verso il Giogo Piatto: ripida, interminabile, rocciosa, tecnica, allucinante, eccessiva (e c'è chi l'ha fatta in mezzo ai tuoni, i fulmini, la pioggia e la nebbia!). Nel tratto in piano che segue i successivi 1000 metri di discesa, la Francese Gialla scalpita e io le dico di non farsi problemi e di andare: tempo due minuti ed è scomparsa. La conseguenza quasi immediata è che io mi spengo, dimostrando l'importanza di avere una Musa Ispiratrice, oppure che a darmi forza era la mia funzione sociale, oppure, più probabilmente, che lei sapeva esattamente cosa stava facendo e quante energie le rimanevano, e io molto meno. Del resto, se lei è arrivata terza alla Transgrancanaria, un motivo ci sarà.

La crisi numero 4 arriva in modo meno improvviso delle precedenti, è più uno svacco progressivo. Continua ad essere tutto molto bello, il tracciato non è neanche più troppo impegnativo, ma io mi ritrovo a camminare su falsopiani sterrati in discesa, godendomi il sole e i prati, ma pensando che a quella velocità lì i 30 chilometri che mancano saranno infiniti e forse è meglio non cominciarli neanche.

 Al ristoro della Meranerhütte arrivo quando Franco e Luca stanno ripartendo: vuol dire che non hanno molto vantaggio, magari riesco ancora a prenderli. Poi c'è una zuppa buonissima. Poi la tizia del ristoro, quando le dico che sono un po' lesso, mi dice “Du bist Super!”. Tutte queste cose insieme mi fanno riaccendere e ripartire di grande slancio. Troppo, per la precisione. Mi brucio nei successivi 5 km tutte le energie che mi sarebbero state utili per arrivare dignitosamente in fondo, e quando sono in cima a quella che finalmente è davvero l'ultima salita, in mezzo alle centinaia di omini di sassi, non riesco neanche a festeggiare l'inizio della discesa.

Basterebbe davvero averne ancora un po' per bersi tutto il tratto da lì a Bolzano: prati, boschi, pascoli, strade sterrate costeggiate da romantiche staccionate in legno, tutto in discesa o al limite in pianura, senza nessuna pendenza impegnativa, se non nell'ultimissimo tratto dopo San Genesio. Ma io non ne ho proprio più e cammino, cammino, cammino. E in più, devo lottare contro le allucinazioni che non sono allucinazioni: ho visto in un'altra gara che all'inizio della seconda notte il mio cervello comincia ad inventarsi un po' di cose, così cerco di farlo ragionare quando mi dice di vedere vele da surf appese ai rami, coppie in vestito tirolese appoggiate ad un albero, e altre cose di questo tipo. Solo che lungo la strada hanno messo delle installazioni artistiche, quindi la maggior parte di queste cose ci sono davvero, e quando lo capisco smetto anche di tentare di capire cosa è vero e cosa no.

Finisco la gara assieme ad uno svedese che era iscritto alla “corta” (solo 69 km...) e che raccatto nel bosco, poco prima dell'ultimo ristoro, lesso più di me. Non è la Francese Gialla, ma è comunque meglio che correre da solo, e gli ultimi 5 chilometri passano molto più in fretta di quello che temevo. A 500 metri dall'arrivo raggiungo e supero agevolmente un altro concorrente, conquistando la 32esima posizione in 26 ore 47 minuti e 22 secondi, a 49 minuti da Franco e Luca, a quasi due ore dalla Francese Gialla (che è arrivata seconda), e a sole 8 ore e spiccioli dal primo, Daniel Jung.

Il libretto di presentazione della gara diceva:

"La corsa effettua su un tracciato parzialmente molto impegnativo e richiede il passo sicuro, l‘assenza di vertigini, un'ottima forma psico-fisica, l‘esperienza nelle corse estreme in montagna, una buona capacità di orientamento e sicurezza notturna e con nebbia”.

Minchia quanto era vero!

video

28 luglio 2017

Trofeo Piedicastello

Due righe sulla mia ultima (nel senso di più recente, non che dopo non ce ne saranno altre, spero...) prestazione orientistica, prima di partire per l'Hufeseintour (la scampagnata attorno alla Val Sarentino, che mi pare si chiami in italiano "Ferro di Cavallo").

Giocavo in casa, o meglio in casa della mia società, ma come ho già avuto modo di scrivere, con il boschetto in cima al Doss Trento io non ho mai avuto un gran feeling.

Il mio obiettivo dichiarato era "non perdermi sul Doss Trento", e l'ho mancato. Magari non mi sono proprio perso perso, ma dalla 2 alla 3 sono riuscito ad andare avanti e indietro per quel cavolo di sentiero 4 volte, e ogni volta mi pareva di essere alternativamente troppo lungo e troppo corto: sono riuscito a lasciarci 40''. E 1' sono riuscito a perderlo alla 6, prima accarezzando l'idea di andare alla 9 che mi pareva la 6, poi infrattandomi nel verdino e poi avviandomi sul sentiero sbagliato. Complimenti.

Ho poi provato a sbagliare anche la 12, ma sono solo andato un po' lungo prima di accorgermi che dovevo andare in su. Ci ho perso "solo" 15 secondi...

Da lì in poi non era più moralmente consentito sbagliare nulla, quindi ho evitato di farlo, e ho spinto le gambette più veloce che potevo. 

Alla fine ho portato a casa il prestigioso trofeo, rovinando la festa a Segatta che già si preparava a festeggiare il poker. Sorry.

E adesso (ore 13.15) a nanna, che questa notte non si dorme.


23 luglio 2017

O-marathon 2017

Dato che ormai per meno di due ore non mi allaccio neanche le scarpe, niente di meglio per tornare all'orienteering che la O-marathon, la gara ideata e organizzata dal Gronlait, che ogni estate porta a sgambettare sui prati degli altipiani di Folgaria, Lavarone e dintorni, un manipolo di irriducibili. Il fatto che il manipolo non aumenti vuole probabilmente dire che qualcosa nella formula non ha funzionato, ma chi c'è si diverte sempre molto.

Dopo le tempeste e il buio dell'anno scorso, quest'anno cielo limpido per tutti, il che toglie un po' di pathos, ma tutto sommato non è male.

La formula è (purtroppo) quella degli ultimi anni: partenza e arrivo nello stesso posto e cambio carta, sempre lì, più o meno a metà. Sicuramente molto meno sbattimento per chi organizza (sempre e comunque da ringraziare!) ma un po' meno di poesia per chi partecipa. 

La carta è quella di Forte Cherle, molto adatta allo scopo: c'è molto da correre, ma anche molti posti ostici. E alcuni ostici resi quasi proibitivi dalle condizioni della vegetazione: ortiche fino alle ascelle e altre piante tropicali che nascondono tutto quello che c'è sotto, fra cui rocce, fili spinati, e probabilmente anche boa costrictor e scorpioni giganti. Ciò nonostante ne sono usciti quasi tutti vivi. 

In M35 è la riedizione della gara dell'anno scorso, che era finita con un podio Pedrotti - Cipriani - Hueller, e soli 9'' fra i primi due, dopo 2 ore e 40 di gara. Sulla carta, viste le mie uscite da trail - sky - mountain - runner, sono strafavorito. Ma fra "sulla carta" e "in carta" spesso ce ne passa parecchio.

Partenza in linea, quindi per una volta si corre tutti insieme, e i distacchi non sono teorici, ma reali. Dopo non molto dal via mi accorgo che è una di quelle piacevoli giornate in cui gambe e cervello sembrano attivi e collaboranti, e mi involo da solo nel bosco. Split alla mano, probabilmente in realtà Cipriani mi ha visto poco distante per quasi tutta la prima carta, ma a me sembrava di essere da solo, il che ha molto aiutato la mia concentrazione.

Per il primo errore in zona punto devo arrivare addirittura fino alla 14, prima, praticamente tutto perfetto. Se si esclude la stupida scelta di percorso "sotto la riga rossa" dalla 3 alla 4, che era la più scioccamente intuitiva (e infatti ci sono cascati quasi tutti) ma decisamente la più lenta. Scelta ancora più stupida considerando che le mie gambe andavano parecchio di più dei miei avversari, e con la tangenziale lungo i sentieri avrei potuto prendermi parecchi minuti di vantaggio. Invece in 22' di tratta 3-4, rosicchio solo 13'' a Cipriani, che credo sia andato dall'altra.


Esco dalla 4 con Andrea più o meno alle calcagna e, come al solito, chiacchiera. Uscendo dalla 7 facciamo due scelte diverse, verso l'alto io, verso il basso lui. Pare meglio la mia, perché quando arrivo alla 8 di lui non c'è traccia. 9 da fare attenzione (e la faccio) 10 pure (e sono un po' lentino) e poi c'è il fork o come cavolo si chiama. Lo faccio bene, in un terreno non certo fra quelli a me più congeniali, leggera sbavatura solo alla 14, dove ricompare Andrea non so bene da dove e sembra davanti di me. Ma ha un fork diverso, e in uscita dalla 16 ho 3' di vantaggio, che aumento alla 17. 

La 18 mi pare una di quelle a cui fare molto attenzione, e decido per un approccio super prudente. Vado a prendere un punto di attacco a prova di cretino, solo che poi da lì salgo a sentimento invece che a bussola, e dilapido tutto il mio vantaggio. Dagli split sembra che io abbia ancora 28'' di vantaggio, ma nella realtà non era così, boh. 

La 19 è un perfido scherzo dei tracciatore: si vede da lontano, ma fra te e lei un mare di ortiche - rovi - non si sa bene cosa. Mi butto nella foresta rimpiangendo un machete, sbatto tibie e ginocchia ad ogni pié sospinto, rischio fratture esposte della caviglia e del ginocchio, ma ci arrivo quasi sano, un paio di secondi prima di Andrea, che aveva fatto un altro giro, un pelo meno cruento. 20 di transizione e 21 da paura, anche perché leggo male le rocce e mi butto inutilmente in un posto peggio di quello della 19. Meno male che Andrea mi viene dietro, e che usciamo senza fratture.

Da lì al cambio carta si corre, risalgo per evitare il vallone e finisco il primo giro con 21'' di vantaggio. Breve rifornimento e via di nuovo.

Le gambe sono ancora di buon umore, e inizialmente anche la testa (vabbeh, alla 3 vado un po' in giro per le rocce, ma quello è un classico: Andrea mi dà 52'', ma io gliene avevo dati 1'13'' nelle prime due, quindi fa niente). 

Andando 4 mi accorgo di quanto sia stata una pessima idea la strada alta nel primo giro, e faccio quella bassa. Falcata atletica, respirazione alla Miguel Indurain, sguardo fiero, ma in zona punto mi ricordo che è orienteering e non mezzofondo, così mi metto in testa un sacco di dubbi su dove sono e, nonostante sia nel posto giusto, mi comporto come se mi fossi perso. 

Morale, arriva Cipriani, e solo con lui ritorno in me. Ma non sono lo stesso me del primo giro, pascolo intorno alla 5 per un tempo infinito (facciamo 3'-4') e la trovo praticamente solo perché arriva Andrea, che però ne ha già fatte un paio più di me, così mentre io termino il fork, lui sparisce. 

Alla 10 ha quasi un minuto di vantaggio, ma alla 11 è il suo turno di andare in bambola, e lo raccatto in una radura parecchio più in alto di dove sta la 11. Lo carico, lo porto alla 12 e poi lo semino andando alla 13. 

Corro 13 - 14 - 15 - 16 e 17 come una gazzella felice fra i prati, di Cipriani non c'è più traccia neanche all'orizzonte, così inizio a pensare a come festeggiare la vittoria: a braccia alzate con la cartina in mano, a braccia alzate senza la cartina in mano, in altro modo? Dedico alla 18 una percentuale della mia concentrazione fra il 7 e il 12%, che non è evidentemente sufficiente, dato che mi infilo in un sentiero che non centra niente. È però sufficiente per farmi capire che c'è qualcosa che non va. 




Quando realizzo che sono dalla parte sbagliata del vallone mi sento l'orientista più stupido dell'universo, giuro che se arrivo secondo mi do ai racchettoni da spiaggia e mi metto a correre come un forsennato verso la 18. Ci arrivo mentre Andrea ne sta già uscendo e non capisce bene perché io arrivi da quella. Lo inseguo nel vallone e fortunatamente ha un pelo di preparazione atletica in meno di me, così lo riprendo e lo stacco, scongiurando i tornei di racchettoni. 

Bisso il successo del 2016, fondamentalmente perché è vero che nell'orienteering correre non basta, ma nella o-marathon aiuta parecchio.


16 luglio 2017

Trento - Cima Ghez, con brivido

Da quando mi diletto nella corsa in montagna, una delle cose che mi ero messo in testa di fare era raggiungere, partendo dalla città, tutte le cime visibili dalla città.

Le montagne nelle immediate vicinanze sono varie, ma la più alta, la Vigolana, è poco più di 2000 metri (2.149, per i pignoli). Però ci sono alcuni punti del centro storico da cui, guardando nello spiraglio fra il Bondone e la Paganella, si scorge un pezzo di Dolomiti di Brenta, per la precisione la Cima Ghez, un bel po' più lontana (?) e un bel po' più alta (2.715). Non essendomi io impegnato nel rispondere al punto di domanda della parentesi qui sopra, ho deciso che prima o poi dovevo andare anche lì, e magari tornare a Trento in giornata.

Avevo in programma una ultima uscita luuuunga prima della Südtirol Ultra Skyrace e ho pensato che fosse una ottima idea andare proprio lì, con poi un passaggio al Rifugio Cacciatori, una puntata al Rifugio Pedrotti, una discesa verso Andalo o Molveno, e poi lì vedere se mi andava di tornare fino a Trento, o prendere la corriera.

Sono arrivato in cima, ma l'idea non era proprio del tutto ottima.

Giorno prima - ore 22.30 - punto la sveglia alle ore 4.30. Dentro i me sento un fortissimo desiderio di iniziare una conversione alla Canasta, o al limite agli scacchi. Dovrò lavorarci.

ore 01.53 - mi sveglio. Non lo so ancora, ma a svegliarmi è stato il mio Neurone Custode. La scienza non ne parla, magari lo ho solo io. Comunque è un neurone nascosto nel mio cervello, che quando gli altri neuroni progettano una cazzata troppo grossa, interviene. 

ore 02.10 - ho capito che non c'è verso di addormentarmi in tempi utili per poi non essere del tutto rincoglionito alle 4.30, quindi tanto vale alzarsi e partire.

ore 02.45 - ho finito di fare colazione e di prepararmi, salgo in bici e mi dirigo verso il punto da cui ho deciso di partire, il Ponte di San Giorgio. 

ore 03.06 - inizio a correre verso la Vela e poi su per il sentiero di San Vili. È buio pesto, ma è una bellissima nottata, con 3/4 di luna che fa una bella luce, e comunque ho la frontale.

ore 05.00 - sono sulla parte più ripida del sentiero di San Vili, il sole non è ancora sorto, ma si vede il profilo di tutte le montagne all'orizzonte, e una luce rosa che inizia a colorare il cielo. Non è male.

ore 05.30 - arrivo al lago di Lamar. Acque immobili e turchesi, temperatura dell'acqua perfetta, silenzio totale. Sono già bello accaldato e mi tuffo vestito (senza scarpe e calzini...). Dopo alcune bracciate riconsidero il mio programma di conversione alla Canasta o al limite agli scacchi, e lo posticipo al 2025.

ore 06.00 - sono in Prada, altopiano pratoso ai piedi della Paganella. La luce dell'alba illumina le rocce sopra di me, svariati caprioli pascolano intorno. Il cielo è Azzurro. Posticipo la Canasta al 2045 e annullo gli scacchi.

ore 06.40 - la strada si impenna seguendo una mulattiera acciottolata ripidissima. Ma dietro una curva mi compare una volpe a meno di 10 metri. E poi sono ancora fresco come una rosa. Annullo anche la Canasta.

ore 8.12 - superato Margone mi fermo vicino a Malga Bael per fare colazione, o pranzare, non so bene. Alimento specifico per runners: panino con formaggio, maionese e wurstel. Con abbondante acqua di fonte. Da lì mi tocca scendere, 500 metri che poi dovrò riguadagnare, dato che adesso sono a 1000 e poco e devo arrivare a 2.700. Ma sono ancora in forma smagliante. Però ho pensato che arrivo solo fino a Molveno,  che a forza di spostare questa uscita di rifinitura per la Südtirol, si è avvicinata un po' troppo alla gara, e non è il caso di esagerare.

ore 9.00 - sono a Moline, il punto più basso. Bel posto, con un bel ponte, delle belle case, e un bel torrente impetuoso, ma l'altimetro dice 508 metri sul livello del mare. Merda.

ore 9.30 - arrivo a San Lorenzo in Banale, è un bellissimo paese, e sta un po' più su di Moline. C'è anche una gran fontana, ma oggi l'acqua non è un problema (cioè, ne bevo un sacco, ma se ne trova tanta). Da qui inizia la Vera Salita.

ore 10.15 - mi concedo una limonata al rifugio Alpenrose. Mi danno il resto in moneta e mi faccio dare dello scotch per evitare che poi mi facciano casino nello zainetto. Riparto pieno di entusiasmo e atletica esuberanza.

ore 11.15 - ho passato da poco il bivio fra il sentiero 354 e il 354bis, l'ultimo avamposto della mio percorso "certo" fino alla cima. Fino a qui era tutto sentiero ufficiale, da qui in poi ho solo delle indicazioni trovate in internet, che naturalmente non mi sono preso la briga di stampare e portarmi dietro. Mi pare di avere riconosciuto il punto dove dovevo abbandonare il 354b e sono salito fino ad un bel sasso dove mi concedo il secondo panino con formaggio ecc.

ore 12.00 - dopo il secondo panino per un po' ho trovato qualche traccia, poi non più ed è da un bel po' che salgo un po' a caso su per un prato ripidissimo. Ci sono milioni di fiori, fra cui le negritelle che mi piacciono un sacco, ma pagherei per trovare una orma umana, o una cartaccia, o anche un mozzicone di sigaretta, che mi dimostrino che qualche umano è passato di là prima di me. Non è che si possa sbagliare strada, perché devo per forza arrivare sul crinale (è l'unica cosa che mi ricordo della descrizione che non ho stampato), ma è andato via il sole e mi sento un po' insicuro. Per fortuna le gambe invece continuano ad andare alla grande.

ore 12.30 - arrivo sul crinale! Dall'altra c'è un panorama da paura,  un sacco di Dolomiti di Brenta e sullo sfondo anche il ghiacciaio dell'Adamello. Sotto i miei piedi c'è finalmente una traccia di sentiero, che corre in cresta. Il mio piano di arrivare in cima per mezzogiorno partendo alle 5 (cioè 2 ore dopo di quando sono effettivamente partito...) si rivela vieppiù velleitario, ma grazie al mio Neurone Custode pare che ce la farò.

ore 13.45 - sono sulla cima!!! Ho dovuto superare un paio di passaggi un po' esposti, l'ultimo pezzo era ripiduccio e faticosetto, sono in ritardo di circa 3.45 sulla mia velleitarissima tabella di marcia, ma sono in cima al Ghez! Il cielo è coperto, ma c'è una ottima visibilità su tutti i lati, e si vede benissimo il centro di Trento, quello da cui vedevo quassù e pensavo che prima o poi ci sarei venuto. Le Dolomiti di Brenta (anche) da qui sono spettacolari, guardo giù il Rifugio Cacciatori e il sentiero che da lì mi porterà al Pedrotti, è una gran figata. Unico neo, non mi è chiarissimo come scendere, e questo mi toglie un po' di tranquillità. Apparentemente su tutti i lati la cima finisce nel vuoto, ma ho letto in internet che c'è un modo di scendere verso il rifugio Cacciatori, quindi ci sarà.

ore 14.05 - mi avvio cautamente nella direzione della presunta traccia di sentiero, ma della traccia non c'è traccia. Scendo con somma cautela, mi affaccio dietro ad un costone dove mi pare di aver capito che dovrei scendere, e c'è uno strapiombo di varie decine di metri. Sono Molto Preoccupato.

ore 14.25 - non sono più preoccupato, sono terrorizzato. Della traccia non c'è proprio traccia, è ripidissimo, gli unici posti dove riesco a scendere senza avere la netta sensazione che scivolerò e morirò nel dirupo sono i tratti erbosi, e ogni volta che provo ad affacciarmi verso nord c'è il solito strapiombo. Scendo con una lentezza esasperante, con il cuore a 200 battiti al minuto, imponendomi di non farmi prendere dal panico e di pensare 5 metri alla volta. La verità è che non sono per niente certo che non arriverò ad un punto dove non riuscirò più ad andare avanti. Dal quale potrei certo tornare indietro e ridiscendere dalla cima dal lato da cui sono salito, ma dovrei ripassare da un paio di posti che non mi piacerebbe per niente dover ripetere. 

ore 14.35 - mi viene in mente l'articolo letto un paio di giorni prima, dei due che si sono fatti venire a prendere dall'elicottero "perché erano stanchi" e la giusta montagna di critiche e ironie successive. Mi immagino cosa potrebbero scrivere di quel co**ione che scrive di corsa in montagna e si è incrodato sul Brenta, e non è bello. Ma mi pare ancora peggio l'idea di essere tirato su con un verricello dal posto in cui mi trovo. Coraggio, niente panico, cinque metri alla volta, e poi vediamo.


ore 15.05 - sono arrivato in un posto dove posso dichiararmi "fuori pericolo". Mi sdraio in mezzo ai rododendri, incazzato con me per non essermi portato dietro la descrizione del percorso, e con il tizio che l'ha scritta, perché di tracce non ce n'erano neanche a pagarle: scoprirò solo molte ore più tardi, a casa, che la sua descrizione del percorso si intitolava "CIMA GHEZ - per la Cresta Nord-Est, da Rifugio Cacciatore", e io, che oltre a non stamparla non mi sono neanche preso la briga di ricordarmela bene, sono sceso verso nord-ovest. Quindi sono io ad essere un cretino totale.

ore 15.15 - bacio il primo segnale bianco e rosso di un sentiero SAT, ma scoprirò poi che è un bacio di Giuda, il suo. Perché quello non è il sentiero su cui volevo arrivare. Cioè, a dire il vero, ho fretta e non riguardo la carta, così non mi accorgo che ci sono 2 sentieri, e io dovrei arrivare a quello sotto. Peccato che fra i due ci sia un altro strapiombo, solo una ventina di metri questa volta, ma io sono un pavido e mi basta. Morale: per la mezzora successiva vado a spasso sul costone di un dirupo, finendo per incastrarmi fra un dirupo sotto e uno sopra (= non posso neanche più salire) fino a che non incontro una bella distesa ripidissima di mughi, che una persona sana di mente fuggirebbe come la peste (se ti si ficca un piede sotto un ramo e ti si gira la caviglia o il ginocchio, ciao) e io mi ci butto a capofitto.

ore 15.30 - arrivo DAVVERO sul sentiero dove volevo arrivare, quello che mi riporterà a San Lorenzo in Banale, con buona pace per il Rifugio Cacciatori, il Rifugio Pedrotti e il Lago di Molveno. Sarà per un'altra volta. 

ore 16.15 - dopo 45' di sgambata veloce in discesa su sentiero cementato, arrivo in piazza a San Lorenzo, VIVO. Festeggio immergendomi in una fantastica fontana e ripromettendomi maggiore oculatezza nelle prossime scelte (oltretutto, senza il mio Neurone Custode, sulla Terribile Discesa mi ci sarei trovato verso le ore 16.30, e sarebbe stata tutta un'altra storia...) Comunque, 52 km + 4000 metri di dislivello, e le gambe andavano ancora bene: Südtirol, arrivo!