6 luglio 2020

Voglia di Brenta

Avevo voglia di Brenta, Dolomiti di Brenta, per i non trentini. E voglia di un giro lungo di quelli che mi risciacquano l'anima (e a volte anche il resto, se il tempo non è clemente). Dopo l'affollamento del mio ultimo giro lungo, torno alla formazione classica, cioè in solitaria. Ma mantengo la formula "partenza la sera", che richiede sempre un sacco di forza di volontà, al momento di mettersi in marcia.

Solita programmazione panzometrica con il desiderio di partire da casa, arrivare alla "porta sud" della Val d'Ambiez, e poi saltellando di qua e di là dalla catena del Brenta arrivare fino al confine nord, dalle parti del monte Peller. Chilometri stimati boh, dislivello stimato boh, tempo stimato circa 24 ore, ma "stimato" è una parola grossa.

Visto che è lunghetta decido di economizzare sul tragitto fino a San Lorenzo in banale, ripudiando il solito sentiero di San Vili e tenendomi più su strade e ciclabili in Bondone e in val dei Laghi. A conti fatti mi farà risparmiare solo 3 km, ma quasi un'ora, per via dei boh metri di dislivello in meno.

Partenza alle 20.50 e alle 21.40, in quel di Sardagna, sto già pensando di tornare a casa e seppellirmi sotto il piumone. Poi però arrivano un sacco di lucciole, poi esce la luna quasi piena, poi inizia la discesa, poi c'è il lago di Toblino con il suo castello con le luci, insomma, supero la crisi più precoce della storia, e da lì in poi "è tutta in discesa".

Molto bella la salita da Castel Toblino a Ranzo, su una bella strada nel bosco, percorsa tutta a frontale spenta (l'avrò tenuta accesa mezzora in tutta la notte); più faticosa di quanto ricordassi la Val d'Ambiez, che si fa conquistare con fatica, sotto un cielo avaro di stelle ma per fortuna anche di pioggia.

Arrivo al rifugio Al Cacciatore dopo 8 ore quasi esatte, mi concedo ben 11 minuti di microsonno su una tavola di legno (ore 4.42: "ah, questa volta non mi addormento..." - ore 4.43 "ronf!" - ore 4.53 gli occhi si riaprono da soli, un minuto prima della sveglia...) e riparto per il rifugio Agostini, perso fra le nebbie.

Altrettanto persa fra la nebbie la Forcoletta di Noghera, metri 2300 o su di lì, dove il mio gps si prende una vacanza e dice di vagare nei dintorni facendo 2 km in 2 minuti. Io sicuramente non l'ho seguito.

Poi viene fuori un po' di sole (l'alba ovviamente non l'ho vista neanche questa volta) e riparto verso il rifugio Pedrotti, che raggiungo dopo un po' di brava estasi in contemplazione di Cima Tosa, Crozzon del Brenta e Cima Brenta.

Cappuccino (caffelatte...) con ottima crostata al rifugio, breve sbaglio di strada in direzione Bocca di Brenta e poi via per il Sentiero Orsi, dove la nebbia prima si mangia gli Sfulmini, poi un camoscio che tento di fotografare e poi la mia macchina fotografica, che tira le cuoia una volta per tutte (ma credo che la nebbia in realtà sia innocente).

Io invece non tiro le cuoia sui 4-5 nevai che incontro da lì in avanti: sono larghetti e pendentucci, ma ho i ramponcini e sono un ragazzo prudente, e porto la pellaccia fino alla Bocca di Tucket (ok, sputando un paio di anime, ma quello ci sta) e da lì al rifugio omonimo, dove c'è una certa folla.

Ancora di più da lì al Grostè, tutta in senso contrario, perché al Grostè ci si arriva in funivia. Faccio il figo correndo dove posso, faccio inorridire un amico che non crede che io possa essere arrivato lì da casa con le mie gambe, incoraggio un po' di sprovveduti/e sull'arduo sentiero montano e arrivo al Grostè a mezzogiorno passato.

Qui mi rendo conto che:
  1. la neve mi ha rallentato parecchio e sono un po' in ritardo rispetto alle mie ipotesi.
  2. se alle visite mediche sportive rischio di essere bocciato ogni anno per la spirometria, anche se la faccio dopo essermi tirato un po' di broncodilatatore, forse fare un giro del genere senza averne preso neanche un po' non è una buona idea, e infatti sono più stanco di quanto dovrei a questo punto
  3. sono partito un po' troppo tardi
  4. un tizio con lo smarphone mi dice che le previsioni danno pioggia per le 16.15
Ne concludo quindi saggiamente che non è il caso di arrivare al Peller e cercare poi di conquistare in qualche modo la valle e il mezzo pubblico, e che è meglio accontentarsi di fare il Sentiero delle Palette, scavalcare il Brenta per l'ultima volta alla Bocchetta dei Tre Sassi, e scendere poi fino a Dimaro.

Piano che si rivela, questo sì, perfetto, e mi permette di
  • vedere una valletta con ghiaione gigante che da queste parti non si fila nessuno perché è uno fra tanti, ma che in molte parti del mondo sarebbe il fiore all'occhiello della offerta turistico-montana
  • ammirare un branco di 40 camosci che fuggendo da me (...) si involano in posti che fanno venire le vertigini a guardarli
  • sputare l'ultimo pezzo di polmone che mi rimane, per arrampicarmi lungo il sentiero che porta alla bocchetta, l'ultimo pezzo del quale ha una pendenza assolutamente indecente
  • contemplare brevemente la zona di Passo Campo Carlo Magno assiso sui meritatissimi 2600 e rotti metri della bocchetta di cui sopra
  • "godermi" 16 (sedici) km di discesa su pendenza via via più leggera, intervallati da due fantastici e rigeneranti bagni gelidi il primo nella fontana di Malga Mondifrà e il secondo nel torrente Meledrio
  • concludere il mio giro con 18 ore, 87 km e 4800 metri di dislivello
  • premiarmi con un gelato 3 gusti + panna montata a Dimaro, prima di prendere il trenino per tornare a casa
La parte nord del Brenta rimane (da me) inesplorata, ma sarà per la prossima volta.



15 giugno 2020

La carica dei 101

Un giro di luna dopo il tentativo interrotto a quattro quinti (scarsi) del giro, contro ogni pronostico mi viene voglia di riprovare il giro sulle "vette" intorno a Trento: Calisio - Marzola - Vigolana - Palon - Paganella. Dato che FB (a volte) non serve solo a fare polemiche, in breve si costituisce una combriccola ad assetto variabile che mi accompagnerà in quasi tutto il giro. Io parto da Trento alle 19, primo appuntamento alle 19.30 a Martignano.

Si comincia con il Calisio, 800 metri scarsi per fare riscaldamento ad una andatura decisamente resistibile. Il giovincello del gruppo, forse per fare colpo sulla morosa, ogni tanto sgasa, io faccio esercizio di autocontrollo astenendomi dall'andare a prenderlo. Abbiamo ben due donne, cosa che non si ripeterà più per tutto il giro. Abbiamo anche una splendida scala cromatica dal giallo fluo al nero, ma salendo purtroppo non staremo mai nel giusto ordine. Al ritrovo a Martignano c'è una bella luce di avan-tramonto, che poi va a farsi benedire strada facendo. Su è nuvolo, ma è bello comunque. In discesa perdiamo quattro pezzi, che tornano a casa a cena augurandoci ogni bene.

Due li sostituiamo salendo alla Marzola, che (dopo il ristoro dove una vecchia amica mi fa scontare lo sciroppo di lampone slavato che le ho servito 30 anni fa, offrendoci una misera acqua liscia o mossa + 1 cioccolatino) ci regala 1.200 metri di dislivello: passo Cimirlo, "gratarola", Stoi del Chegul e su a Cima Nord. Ci sarebbe la luna piena e l'eclissi parziale di luna, ma noi arriviamo su con una nebbia da val Padana, resa però suggestiva dalla luce della luna che la illumina da sopra, immergendoci in un chiarore spettrale. La fotografia sembra scattata in un posto molto più esotico della cima della Marzola, e anche noi sembriamo molto più esotici di noi. Il morale è alto, la temperatura meno, e scendiamo velocemente alla sella della Marzola, dove ci lascia uno dei due rossi, anzi, il Rossi, e noi proseguiamo verso il bivacco Bailoni. Da lì a Vigolo Vattaro è quasi una passeggiata.

Molto meno una passeggiata la salita alla Vigolana, montagna che ha la caratteristica di essere bastarda da qualsiasi parte si prenda. Noi saliamo dal sentiero che arriva poco distante dal bivacco, 1.400 m D+,andiamo su piano piano piano, ma rischiamo comunque di perdere un pezzo per Sonno&Fatica. Ma il pezzo stringe i denti e prosegue, meritandosi prima una notevole vista sulla città, e poi, dopo aver bucato le nubi, una fugace visione dalla vetta, con mare di nuvole da cui spuntano il Brenta, l'Adamello e poco altro. Per evitarci il rischio di rimanere lì troppo a lungo, il Signore del Panorama chiude tutto dopo pochi minuti, spedendo me e Luciano verso il Becco di Ceriola, e Andrea verso Centa San Nicolò. Per la cronaca, anche questa volta il sogno di vedere l'alba va a remengo.

La traversata della Vigolana è sempre più lunga di quello che penso, e sì che quel costone l'ho guardato per ore mentre correvo i miei "lunghi" in lock down, inanellando cerchi in cortile. Comunque alfine si giunge al Ceriola e da lì scendiamo in picchiata a Mattarello, dove il figlio di Luciano ci raggiunge in breve con una sontuosa colazione: moka con fornelletto elettrico, brioches, pane fresco. Rinasco e riparto, fantasticamente in tabella di marcia per incontare alle 9.15 Silvano a Romagnano: Mattarello - Romagnano è uno dei pochissimi tratti che farò da solo.

Il Palon non è affatto una montagna esotica, ma la salita più lunga del TOR è lunga 1.650 metri, mentre Romagnano - Palon sono 1.850. Sono più in forma della volta scorsa e sono in compagnia, quindi il sentiero mi sembra molto meno brutto dell'altra volta. Peccato che la compagnia sia quella sbagliata. Silvano è una di quelle persone talmente sincere che non riescono a mentirti neanche per farti un piacere. Mentre io spingo sulle mie gambette che comunque hanno già 50 km in circolo, lui, appena partito, sale più o meno con le mani in tasca e lo stuzzicadenti che pende dal labbro inferiore. Fortunatamente non fuma, se no si accenderebbe anche una cicca. Gli chiedo cortesemente di fare almeno finta di fare un po' di fatica, o di incitarmi con lusinghieri complimenti sulla mia andatura, ma quando ci prova è credibile come Monica Bellucci in teatro. Solo nell'ultimi 400 metri, quando siamo circondati solo da mughi e sassi calcarei che mi fanno sentire "lassù", e brucio gli ultimi 400 metri D+ nella metà del tempo SAT, accenna un minimo di affanno e si degna di sudare un attimo. Comunque giungiamo in vetta, dove il tempo fa un po' schifo (e la vetta, purtroppo, anche) alle ore 12.30.

Giù per la Gran Pista, al ristorante Rocce Rosse ad impietosire il gestore e farci riempire le borracce, niente bagnetto nel bacino artificiale di Mezzavia (troppo alto il recinto) e poi ancora giù verso Sant'Anna e poi Baselga del Bondone. Qui saluto Silvano che rientra in bus e io mi avvio verso Monte Terlago, secondo piccolo viaggio in solitaria, che mi porterà via un po' più tempo del previsto. Quando ci arrivo, verso le 15.30, Adriano mi accoglie esaudendo i miei desideri di pizza, patatine fritte e Lemonsoda, e mi mette pure una sedia come quelle delle Barkley Marathons.

Poi inizia la Paganella, 1.200 metri D+ di splendido sentiero per arrivare su un'altra orribile cima. Cioè, orribile l'hanno fatta diventare, a forza di scavarci strade forestali e di costruirci cosacce. Da lì in compenso c'è una superba vista sul Brenta, che, assieme alla voglia repressa di chiacchiere con Adriano, dopo 25 anni di lontananza, ci fa fare l'ultimo pezzo a ritmo da magnalonga. A proposito di "magna", poco prima del Passo di S.Antonio, decreto che al passo mangerò le patatine rimaste e ricaricherò un po' il gps che è quasi a secco. Solo che poi mi ricordo solo delle patatine, che rimando alla cima, e poco prima di arrivare su do un'occhiata al polso e il quadrante è vuoto. Sigh. Traccia, distanza e dislivello finali saranno una somma di pezzi di epoche diverse.

Dopo qualche scatto con le luci mutevoli sul Brenta, e un po' di energia al GPS, chiedo ad Adriano una via alternativa per scendere, e mi porta su un ghiaione ripido assai, dove vorrei avere delle scarpe un po' più pesanti, ma dove le mie gambe dopo 80 km dimostrano o che sono allenatissimo, o che le pillole di aminoacidi ramificati sono davvero miracolose. Mentre scendo fidandomi ciecamente, mi torna in mente un giro in moto allacciato a lui, nell'anno 1990, che rimane uno dei momenti di maggior terrore di tutta la mia vita, e mi chiedo se forse non sia stata una cattiva idea fidarmi ciecamente di lui. Ma arriviamo sani e salvi al punto da cui siamo partiti, dove mi faccio un altro po' di patatine (e di ricarica al GPS) prima di andare a fare un bagnetto al lago di Lamar e salutarci.

Sono le 21.15, mi aspettano ancora vari km prima di arrivare a casa, ed è scesa la notte. Ma le gambe funzionano ancora, la testa anche, e le pile della frontale che ci sta sopra pure. E allora via nel buio del Sorasass, lungo il sentiero di San Vili, che ho percorso tante volte in andata o in ritorno e che mi deposita alla Vela, dove la pioggia che mi ha inseguito per tutto il giorno mi raggiunge e rinfresca l'ultima manciata di km in piano su asfalto, magari bruttini, ma necessari a chiudere il giro, alle 24 quasi in punto.

Alla fine il giro misurerà 101 km e 8.000 metri di dislivello, che per me sono durati 29 ore. Ho scoperto poi che la discesa dalla Paganella dal Canalone Battisti avrebbe evitato quel fastidioso ricciolo nel tracciato, ma pare che il C.B. fosse più ripido del ghiaione che abbiamo fatto noi, quindi va benissimo il ricciolo.

11 maggio 2020

Facciamoci il giro

Ante-antefatto: quando ho iniziato ad appassionarmi alla corsa in montagna avevo pensato che mi sarebbe piaciuto salire di corsa tutte le montagne attorno a Trento partendo da casa, e così ho fatto. Quanto la malattia è peggiorata, ho pensato che mi sarebbe piaciuto salire di corsa tutte le montagne intorno a Trento, partendo da casa, nello stesso giorno. E così ho tentato di fare.

Antefatto: dopo due mesi "chiuso" in città, mi era sembrato che fare proprio ora il giro delle montagne qui intorno, fosse altamente simbolico e una parte di me desiderava moltissimo farlo. Un'altra parte di me non ne aveva nessuna intenzione, ma sapevo che la seconda era quella che cerca di sabotarmi ogni volta che programmo delle cose un po' assurde che poi, quando le faccio, mi piacciono tantissimo, così cerco di fregarla sbilanciandomi pubblicamente con un post su FB: "Per la serie "farci il giro", dato che per due mesi siamo rimasti "rinchiusi" in città, qualcuno ha voglia di venire a farle il giro sulle cime, in senso orario? Il programma è Calisio - Marzola - Vigolana - Bondone - Paganella. Molto "a panza", un centinaio di km e 8000 metri di dislivello. Partenza alle 21 di venerdì sera. Arrivo più o meno 24 ore dopo". In meno di due giorni ho 59 interazioni e 12 messaggi (contro una media di circa 0,1 a post) e una proposta di compagnia fino al Calisio. Ok, devo andare sul serio.

ore 20 - ho meno voglia di partire che di lavare i piatti di un cenone di capodanno con 60 invitati. Chiedo seriamente alla moglie perché io non mi sia appassionato agli scacchi o al modellismo. Che idea del ca**o.

ore 21 - Silvano arriva a casa mia puntuale come la morte. Partiamo.

ore 22 - In piena salita verso il Calisio ci intratteniamo con discorsi sportivi il cui apice è "Per vincere una medaglia alle Olimpiadi devi fare una vita di merda - figurati se poi non la vinci". Penso che sono a 1/24 dell'uscita, e che la voglia non mi è ancora venuta.

ore 22.30 - dalla cima del Calisio (1097 m) si vede una bella luna arancio e quasi piena, dai che forse il peggio è passato.

ore 23.45 - sosta a casa di amici che abitano alla base della Marzola, non hanno uno straccio di bibita dolce, ma mi offrono due fette di ciambella, due bicchieri di acqua gasata e un po' di atmosfera da ristoro in gara.

ore 00.30 - spengo la frontale e procederò così per varie ore. Il cielo è un po' velato e la luce diretta della luna è un po' fiacca, ma in compenso la sparge per il cielo rendendo tutta la notte più chiara, e correre nel bosco al buio è una delle cose belle della vita. Prima di spegnere la frontale ho anche visto una volpe e un capriolo, che mi guardavano tutti e due un po' perplessi.

ore 02.00 - in cima alla Marzola (1738 m), luci di Trento da una parte, luci della Valsugana + laghi dall'altra, aria fredda in faccia, luna quasi piena sopra la testa, ch illumina il profilo della Vigolana. Sì, adesso non vorrei essere in nessun altro posto al mondo.

ore 03.30 - sosta con pizza fredda su una panchina di Vigolo Vattaro. Fino a qui la tabella oraria è stata perfetta. Riparto per la Vigolana con la speranza di riuscire a vedere l'alba.

ore 05.43 - sono in un bellissimo bosco di faggi e la mia tabella oraria comincia a mostrare le prime imperfezioni. Quando è ormai certo che per vedere l'alba dalla cima o almeno da lì vicino sono partito troppo tardi, dato che mi si chiudono gli occhi decido di concedermi uno di quei micro sonni che al Tor ho scoperto funzionare così bene. Metto la sveglia alle 06.00.

ore 05.56 - mi sveglio 4 minuti prima della sveglia e mi sembra di aver dormito tutta la notte. Quando un quarto d'ora dopo il mio corpo torna anche ad una temperatura accettabile, mi concedo una colazione a base di pizza fredda e gel alle maltodestrine e riparto circondato dai camosci e dai tronchi dei mughi bruciati in un incendio di tanti anni fa. Come tutte le salite per la Vigolana, anche questa che passa dal Rifugio Casarotta è veramente bastarda.

ore 08.00 - sono sul Becco di Filadonna (2150 m), la cima più alta del gruppo della Vigolana, cielo con qualche nuvola ma vista stupenda verso l'Adamello e il Brenta. Sto bene e anche se Bondone e Paganella da qui sembrano in un altro continente, sono convinto di poterci arrivare.

ore 9.45 - la neve in cresta mi ha creato qualche problema e nella traversata per raggiungere il Becco di Ceriola, da dove inizia la discesa verso la Val d'Adige impiego più tempo del previsto. Mi aspettano 1900 metri D- su un sentiero che, come tutte le discese dalla Vigolana, è veramente infame.

ore 11.15 - seduto su una panchina della piazza di Mattarello mi "godo" l'ennesimo gel dopo varie abluzioni in tutte le fontane che ho incontrato, in valle fa caldino. Mi aspettano 2 km di pianura prima di iniziare la salita verso il Bondone. Sulla mia infallibile tabella oraria sono ormai in ritardo di un paio d'ore.

ore 14.30 - seduto su un sasso in un punto imprecisato del sentiero 693, probabilmente il più brutto fra tutti quelli che salgono sul Bondone. Bosco brutto e pieno di sassi, visuale scarsa o nulla, sentiero ripido e apparentemente infinito. Le gambe e la testa tengono ancora bene ma non vedo l'ora di arrivare in cima e mi prometto di concedermi una sosta su un bel prato. Ho ancora voglia di Paganella, e soprattutto di serata e tramonto da lassù verso il Brenta, quindi forse meglio tagliare il Palon (2100) e accontentarsi delle Viote (1600) e poi scendere da lì.

ore 16.00 - finalmente sdraiato sul prato promesso, facendo due conti è chiaro che in Paganella ci arriverei solo a notte fonda, altro che tramonto verso il Brenta. Sono in ritardo di 4 ore sulla tabella di marcia, e non ci sono motivi per pensare che da qui in poi sarà più precisa, il che vuol dire che riuscirei a tornare in val d'Adige ad un'ora a cui chiedere a mia moglie di venirmi a prendere in macchina sarebbe veramente disdicevole. Sono ancora convinto che di gambe ce la farei, ma sarebbe tutto da dimostrare. Dato che ormai non c'è fretta mi concedo altri 10 minuti di microsonno prima di ripartire per il Palon, dal quale a questo punto non posso esimermi.

ore 17.45 - un'ora e mezza non sono esattamente un tempo da favola per salire 500 metri, ma un po' è calata la motivazione, un po' mi incastro fra i mughi, un po' forse le gambe, anche se non mi dicono niente, cominciano ad essere un po' stanche. Comunque arrivo in cima, piuttosto sfatto e ormai a corto di potenti motivazioni per sorreggere il mio sforzo. Vedo casa mia 1900 metri sotto e mi sa che sarà una cosa lunga.

ore 18.45 - ultima sosta in un bel prato con vista Brenta, su cui probabilmente oggi non si vedrà in ogni caso nessun tramonto, perché si stanno addensando un po' di nuvole. Avrei voglia di rimanere qui a lungo, ma poi sarebbe troppo complicato convincere le gambe a ripartire, così dopo 5 minuti riparto.

ore 20.30 - arrivo a casa, stanco ma felice, con mezzora di anticipo sulla tabella di marcia, ma con circa 20-30 km e 2000 metri di dislivello in meno del previsto (e probabilmente il "previsto" quanto a km era sbagliato alla grande"). Il numero esatto non lo saprò mai perché il mio gps è impazzito un paio di volte e dice che ho fatto 322 km, comprese due capatine a Malles Venosta e Marilleva. Inoltre la versione "ultra risparmio energetico" mi ha tagliato tutti gli infiniti tornantini che ho fatto per scendere dalla Vigolana, e tutti quelli che ho fatto per salire in Bondone, e, ciliegina sulla torta, nell'ultima discesa me lo sono dimenticato spento per una mezzora. Credo di aver fatto 80 km e 6100 metri di dislivello, più o meno...



8 maggio 2020

Quel che si pu-O

Dopo un doveroso minuto di silenzio per i campionati italiani sprint 2020 (pace all'anima loro), che erano in programma per sabato prossimo a Feltre (e che in assenza di qualsiasi riscontro posso dire che avrei vinto a mani basse in M35), eccovi un breve racconto dell'orienteering possibile ora come ora.

Auto-garetta ai Bindesi, sulla carta made in Cavazzani, dove si è corso qualche anno fa. Carta piuttosto bastarda, con molto dislivello, un po' di rocce, scala al 5.000, e una vegetazione che in maggio comincia a disturbare un po'; il che, unito ad una certa ruggine nei miei automatismi orientistici (??) e ai primi innegabili segni di abbassamento della vista, mi occupa per un bel po'.

L'orienteering di oggi prevede avvicinamento rigorosamente a piedi, il che vuol dire nella fattispecie che dal ritrovo (casa mia) alla partenza, ci sono 5 chilometri e mezzo con 450 metri di dislivello, forse un po' tantini, dovrò dirlo al tracciatore.

Mi faccio religiosamente il minuto di attesa al -3, quello al -2 e quello davanti alla carta, appoggiata su un tavolino in mancanza delle cassettine regolamentari, mi canticchio i bip regolamentari, e poi parto, soffrendo un po' per il mancato tratto fettucciato fino al triangolo. Da lì in poi è più o meno vero orienteering, con la sola piccola differenza che mancano le lanterne, ma in fondo Stegal sono anni che corre le gare senza lanterne (e quando dalle parti della 18 ne trovo una fissa, lì da chissà quando, mi commuovo pure un po').

Già lì per lì mi pareva di averci messo un po' di più dell'altra volta, ma il cronometro dice che ci ho messo addirittura il doppio, ed è vero che nel 2015 ero 5 anni più giovane, che allora dichiarai "Gara pulita la mia, una delle più precise e concentrate della mia carriera" e che allora non avevo fatto 5,6 km di avvicinamento, però è proprio un po' troppo.
Quello sulla carta è il mio percorso di allora, quello nella foto quello di quest'anno: un po' più a spasso alla 3, MOLTO più a spasso alla 7, dove non ho proprio capito una mazza di dove ero arrivato e ci ho messo un bel po' a rilocalizzarmi, troppo alto alla 8, e per il resto non malissimo, per quanto lento ed esitante.

Ho vinto, ma quando c'è qualcun altro è più divertente...

Ah, poi naturalmente un'altra decina di km di defa, come dicono i giovani d'oggi.




30 aprile 2020

Ri(n)corsa

Ebbene, l'ho fatto. Come ogni bravo invasato che si rispetti ho approfittato del primo momento autorizzato per tornare a correre in montagna e nel bosco e ieri alle ore 6.35 ero già fuori di casa. Ne avevo bisogno? No, ne avevo solo voglia.

Dato che, fra tutte le leggi scientifiche, quella di gran lunga più infallibile è quella di Murphy, su 4 ore di uscita ha piovuto per almeno due, ma almeno non faceva freddo, e comunque il bosco sotto la pioggia fa sempre la sua figura (un po' meno la cima del Doss De la Cros, obiettivo della mia uscita, da cui normalmente si gode di una bellissima vista sul Brenta e varie altre montagne, e da cui ieri mattina non si godeva di un tubo, se non del piacere di essere là in cima in mezzo alle nebbie).
Confesso anche di non essermi commosso fino alle lacrime per la prima uscita dopo un paio di mesi, cosa che credo dipenda dal fatto che due mesi sono pur sempre due mesi, che non sono stato immobilizzato in un letto di ospedale ma solo "chiuso" in una casa con giardino, che nel suddetto giardino c'erano erba che cresceva alberi che mettevano le foglie e fiori che fiorivano e quindi che è arrivata la primavera lo sapevo già, e che ho comunque sempre potuto correre.

Ho anche potuto verificare che gli intensi, o quantomeno costanti, allenamenti chez mois hanno dato i loro frutti (ma confesso che per i fartleck mi sono spinto anche 100 metri a destra e 150 metri a sinistra del cancello di entrata del nostro cortile) e le gambe hanno risposto a 4 ore con 26 km e 1600 metri di dislivello praticamente come avrebbero fatto due mesi fa.

È stata sicuramente una ri-corsa, quanto alla ri-n-corsa, chissà, dato che al momento non è ancora chiaro se esiste qualcosa o qualcuno da rincorrere a breve-medio periodo. Delle gare di trail oltre giugno nulla si sa, del Tor de Geants tanto meno, e di gare di orienteering neanche. Sarebbe bello fossero vere le voci secondo le quali qualcuno sta cercando di organizzare, non si sa come e non si sa dove, una gara il 2 giugno.

A proposito di ricorrenze civili, bei tempi quelli in cui il 1 maggio potevo perdermi regolarmente e ignominiosamente in qualche paradisiaco bosco dell'Alto Adige, come nel 2011, o nel 2013, o nel 2014, o nel 2015, o nel 2017 con qualche giorno di ritardo.

Segue immagine a beneficio di un anonimo e anziano lettore, che troverà comunque modo per lamentarsi...





25 aprile 2020

pOdcast

Assolutamente IMPERDIBILE!!!
Lettura di un capitolo del mio libro, lettura di uno dei post più immortali di questo blog, e scaramucce in diretta con il Perfido Ruggiero: cosa potete chiedere di più????

https://anchor.fm/storiediorienteering/episodes/GUEST-STORY-Dario-Pedrotti--Mario-e----Sara-ed70hp

30 marzo 2020

ric-O-mincerà, prima O pOi


Tanti anni fa anche in Italia, come nel resto del mondo vicilizzat-O, si correva una gara in notturna, che tradizionalmente era la prima gara di Coppa Italia. Sul far delle tenebre, più o meno in questo periodo, dopo che decine e decine di frontali si erano accese tutte insieme sulla linea di partenza, in un clima spesso rigidino, la voce stentorea di Stegal, dopo aver recitato il countdown con ieratica solennità, proclamava "È iniziata la Coppa Italia duemila-e-quel-che-era". E via nel bosco, con il cuore in gola.

Poi, per motivi che rimasero oscuri ai più, le notturna di inizio anno venne cancellata dal calendario orientistico italiano. Però almeno era rimasta una gara di inizio del Campionato Italiano, in un bel prato o nel parco di qualche cittadina, ma comunque con quel profumo fantastico di primo giorno di scuola, di inverno che stava finendo, di primavera che stava iniziando, di giovani un po' meno giovani dell'anno prima e master un po' più master dell'anno prima, di smania di ritornare a correre con un brichetto una bussola e una cartina, di sollievo per la fine della astinenza da tutto quel micr-O-cosmo di cui tutti si chiedevano come avessero fatto a rimanere senza per tutti quei mesi.

Ecco, in questo periodo in cui i veri problemi sono ben altri, io mi permetto il lusso di avere nostalgia della Prima di Coppa Italia. Probabilmente non ci saranno più il profumo dell'inverno che finisce e della primavera che comincia, ma il resto sarà ancora più bello del solito. Addirittura più bello di quella prima di Coppa Italia del 2014, a Clusone.

2 aprile 2014 - That's O!

L'orienteering è passare un fine settimana a Clusone, un paese del bergamasco fra le montagne in Val Seriana, dove un trentino medio non metterebbe mai piede di suo. E fa male, perché è un gran bel posto.
L'orienteering è dormire in palestra con il sacco a pelo come se avessi ancora vent'anni, e dormire da cani perché invece di anni ne hai il doppio e sul materassino a dormire non ci riesci mica più tanto bene.
L'orienteering è Corrado Arduini, che alla sua ottomillesima trasfera orientistica si prende cura di ciascuno dei giovani dell'Interflumina come se fosse figlio suo, e si preoccupa anche di sapere se hanno portato da fare i compiti per il lunedì e se hanno lavato i denti.
L'orienteering è una gara che sembra tanto facile dove Andrea Gobber, che l'anno scorso è arrivato secondo in classifica generale di Coppa Italia M40 e ha vinto l'argento agli italiani long, non riesce mai ad entrare in carta e prende 6' dal primo.
L'orienteering è correre in discesa veloci come il vento evitando i rovi e superando atleti di altre categorie che ti intralciano la strada, andando ad appoggiarsi su una forma del terreno non poi così invisibile, che ti deposita sulla lanterna 2 con il miglior tempo.
L'orienteering è Christine Kirchlechner che arriva seconda in WA invece di vincere la WE perché è parecchio incinta, ma non abbastanza da non aver voglia di farsi una corsa nel bosco a caccia di lanterne.
L'orienteering è la lanterna 3 che ti pare persino banale per il naso con il sentiero e la voragine che ti indica dove non andare, ma che mangia 40'' a Mario Ruggiero, 1'15'' a Simone Grassi e 1'30'' a Ingemar Neuhauser.
L'orienteering è Sara Di Furia che arriva sorridente al traguardo con la creatura insalamata nella fascia attorno alla pancia, probabilmente che dorme.
L'orienteering è la lanterna 8 dove Roland, Mario e Simone, senza assolutamente farla insieme, ci mettono tutti e tre esattamente 22 secondi. E tu un secondo di più.
L'orienteering è Stegal che parla ininterrottamente per 3 ore senza perdere mai il filo e riconosce il 90% degli atleti a 500 metri di distanza guardando come corrono, e se ti conosce dice un sacco di cose imbarazzanti su di te, ma tanto chissenefrega.
L'orienteering è la fretta nel guardare la descrizione punto che ti fa leggere "radura" dove c'è scritto "gruppo di sassi", e ti fa ignorare una lanterna vicino ad un sasso alla ricerca di quella nella radura, facendoti perdere 39'' su una tratta da un minuto.
L'orienteering è la salita per la 12 dove Roland - che "ha corso tranquillo perché ha uno strappo e non si sta allenando" - ti dà 3'' nonostante tu da inizio novembre ti alleni regolarmente 3 volte a settimana.

L'orienteering è Dalla Valle che per fare defaticamento dopo la gara va di corsa sul montarozzo dietro la zona di arrivo (e anche Edo Cortellazzi che fa la stessa cosa con una maglia gialla fluorescente che si vede da 4 km di distanza).

L'orienteering è correre come i disperati sui trattoni finali di prato, chiedendoti poi come cavolo ha fatto Manuel Negrello a metterci 47'' mentre tu ce ne hai messi 60, e quanti ce ne avrebbero messi Buselli e Rigoni.

L'orienteering è buttarsi per terra subito dopo il finish, assaporando il piacere di essere sdraiato su un prato e di aver tirato fuori tutto quello che hai cercato di costruire in mesi di allenamenti.

L'orienteering (alle volte) è vincere la prima prova di Coppa Italia con 1'17'' su Roland Pin e 2'42'' su Simone Grassi, due che pochi anni fa ti davano dieci minuti a gara, e che magari te li daranno anche alla prossima.

L'orienteering è un grande uomo, nonché mio affezionato lettore, che ieri è stato operato di tumore alla tiroide, e che domenica era a correre a Clusone, "perché così non ci pensava". Tantissimi auguri!