11 novembre 2018

TOC Montalcino

Dopo le emozionanti emozioni del giorno prima a San Giovanni d'Asso, e le abbondanti libagioni del sabato sera ad Arcicolle, con pizza di castagne e caciucco, la domenica si corre a Montalcino, ultima gara nazionale dell'anno. Quella dopo la quale, se perdi, hai 4 ore di macchina e 4 mesi di inverno per roderti il fegato. Sarebbe quindi giustificabile da parte mia una certa preoccupazione, ma considerando che ho già "non vinto" il sabato, posso correre tranquillo, perché la statistica gioca adesso a mio favore (ma la statuetta triste è troppo carina per non farmici immortalare insieme).

La carta è decisamente più interessante di quella del giorno prima, la gara è più corta, ma con un dislivello di tutto rispetto (90 m), cosa che dovrebbe giocare a mio favore, in teoria.

Parto mooolto più rilassato del giorno prima, ma evidentemente troppo, perché mi addormento al secondo bivio del primo punto, chiedendomi se la casa che vedo davanti a me è proprio quella che dovrebbe essere davanti a me. La risposta è "sì" ma ci metto vari secondi a darmela, tanto che il Perfido Ruggiero alla 1 ha già 7'' di vantaggio, il che, considerando che c'era solo da correre in discesa, non è esattamente una buona partenza. 

Mi fiondo alla 2 per l'unica strada plausibile facendo lo stesso tempo di Mario, e poi ala 3 da sotto. Mentre ci vado non sono convintissimo sia la scelta migliore (per via del muraglione in zona punto, che non avevo visto), ma Esso cincischia non so dove e si fa superare. Poi cincischia un po' anche andando alla 4 (che entrambi facciamo con il giro lungo da sotto, e forse era la scelta migliore) e gli ulteriori 7'' che si becca gli sono fatali.

Da lì alla fine non riuscirà più a superarmi (virtualmente, si intende, dato che mica siamo partiti insieme) nonostante mi batta in 6 tratte contro le sole 2 in cui lo batto io. I distacchi più grossi me li dà alla 8 (7'' in 30'' di lanterna, boh...) e alla 13 (6'' nella salitona finale, dove lui sostiene che sugli scalini si vada più veloci che sulla strada, e magari ha anche ragione), mentre io riesco a dargli 5'' sulla 10 (dove lui non torna indietro alla stradina prima e allunga), a fare lo stesso tempo sulla 5 pur con scelte completamente diverse (da sopra io, da sotto lui) e ad andare un solo secondo più lento nell'ultimo forsennato trasferimento alla 11, dove lascio sul sentiero tutti i polmoni che mi pare non mi serviranno molto durante l'inverno (e dove, a guardarla adesso seduto alla scrivania, forse era meglio abbandonare il sentiero alla curva a gomito, e arrivare al punto dal vicolo sotto la linea rossa).

In ogni caso il cronometro alla fine dice che io ci ho messo ben 3'' meno di lui (hi, hi hi...), e che quindi i rosichii invernali si fermeranno in Lombardia invece di salire fino al Trentino. 

Un pelo di rosichio spetta poi anche a me, quando arriva un altro Martner (forse fratello di quello che mi ha battuto sabato? a Stegal l'ardua sentenza) e mi frega di nuovo il primo posto, ma il fatto che mi dia 39'' battendomi in TUTTE le lanterne dalla 4 in poi, mi fa rassegnare piuttosto in fretta all'idea che non sarei riuscito a batterlo in nessun modo.

7 novembre 2018

TOC San Giovanni d'Asso

Breve riassunto delle puntate precedenti.

Red e Toby Nemiciamici non si scontrano bussola al dito da una vita, perché il codardo si è rifugiato in Elite per tutto l'anno. Nelle precedenti millanta gare sprint il Perfido Ruggiero ha regolarmente bastonato Don Pedrotte, ad eccezione della mitica gara di Siena, dove si è infilato in una strada senza uscita, finendo quinto. 

In avvicinamento alla gara di San Giovanni d'Asso, quarta tappa del Toscana Orienteering Classic, io ho fatto 4 allenamenti in un mese, di cui uno da 60 km, una gara in bosco, una gara in paese, e un lento collinare da 40'. Il Perfido ha corso il giorno prima la notturna sprint di Castelnuovo dell'Abate e ha rifilato quasi un minuto a Hördegårdh Johan, che naturalmente non so chi sia, ma se è sceso dalla Svezia per fare una 5 giorni di orienteering in Italia, proprio un pirla non deve essere (lassù sono tutti fortissimi, si sa).

Insomma, ad essere un minimo prudenti, dovevo stare a casa con una scusa qualsiasi. Ma io non sono un ragazzo prudente.

La carta, ad essere molto sinceri,  meriterebbe si è no una promozionale regionale, e non mi capacito di come la lussuosa organizzazione IKP abbia potuto scegliere un posto del genere, se non insinuando che li hanno coperti di soldi per correre proprio lì. Viene fuori invece che la gara si doveva svolgere in un bosco fantastico sotto il paese, a cui è stato negato l'ingresso dal padrone all'ultimo momento. E quindi ci accontentiamo del paese mediocre. Che tanto siamo bambini che quando possono giocare si accontentano con poco.

La gara ha un cambio carta e nella prima delle due si corre inizialmente in un oliveto di non troppe pretese, e poi nel paese di cui sopra; la seconda è invece tutta in paese ed entra anche nella rocca.

Dopo una partenza alla grandissima, che alla 2 mi ha già portato al comando con 1'' di vantaggio su Mario, alla 3 giro dalla parte più lunga attorno al recinto, e esco dal punto circa 45° più a nord di quanto dovrei, precipitando meritatamente in 7° posizione. Non contento, sbaglio scelta anche alla 6 e alla 9, ma almeno alla 9 la sbagliano in tanti.

Ciononostante, al punto spettacolo poco prima del cambio carta Stegal si spolmona annunciando che ho 3'' di ritardo da Mario. È una pietosa menzogna (benché probabilmente in buona fede) dato che in realtà i secondi di distacco sono 25, ma a me fa benissimo perché mi metto a correre ancora più di prima. Mi assopisco un po' solo andando alla 14, ma in realtà sto cercando di capire come entrare al castello, ed è un'ottima idea pensarci per tempo, perché Il Perfido non lo fa, si convince che c'è un'entrata segreta che assegnerà la vittoria, e si schianta contro una rete che gli fa perdere 24'' e mi porta a soli 2'' da lui.

Poi corriamo praticamente identici, ma lui (dice) trova traffico entrando nel parco, e ci lascia 4'' quasi fatali. Me ne recupera 1 andando alla 100 e quando stramazzo al suolo dopo l'arrivo, Stegal, con tutta la suspence del caso, annuncia che abbiamo fatto lo stesso tempo.

Ok, che i due rivali facciano pari nella penultima gara e si giochino tutto nell'ultima, come trama di un romanzo sarebbe più scontata di quelle dei telefilm anni '80, ma io, lì per terra, sono Felice come tutti i bambini che giocano nel parco lì vicino, messi insieme.

(mi scoccia un po' che più tardi arrivi un altro svedese, tal Martner Jonas, che ci porta via il nostro primo posto, ma tanto dobbiamo andare a dormire lontano, quindi non ci fermiamo per la premiazione, e quindi non c'è nessuna mancata foto memorabile da rimpiangere)

2 novembre 2018

Primo titolo italiano, quasi

Mentre quello a cui domani e dopodomani cercherò in ogni modo di stare davanti vince la notturna a sequenza libera del Toscana Orienteering Classic, io torno alla gara di due sabati fa.

Ebbene no, nonostante il buon Galletti per un po' sia andato cianciando che Pedrotti era  finalmente riuscito a vincere un titolo italiano, non l'ho vinto neanche questa volta. Diciamo che ci sono andato più vicino che mai, ma un'altra lettura è che non ci sono andato vicino per niente.

Si correva a Mezzano il Campionato Italiano Sprint Relay, quella gara sprint a staffetta a 3, dove ci deve essere almeno una donna. Io una donna ce l'avevo (l'ho sposata più di quindici anni fa)(ma la foto è della gara del giorno dopo, a Caltena), ma non avevo un altro uomo. Così me lo sono fatto prestare. Sono cascato benissimo, perché mi hanno dato nientemeno che Carlo Cristellon, solo che non essendo del glorioso US San Giorgio, non correvamo per il titolo.

E già che non correvamo per il titolo, abbiamo vinto, contro ogni pronostico. C'erano varie squadre parecchio più forti di noi, in primis l'IKP A e lo Sport Club Meran, ma anche il Panda, e qualche altra. Solo che l'orienteering è l'orienteering.

L'Anto, forte dei suoi 3 allenamenti negli ultimi 15 anni, ha portato a casa un dignitoso 14esimo posto di frazione, ma con un distacco apparentemente siderale dalle prime. Così io sono partito con zero pressione addosso, puntando solo a divertirmi (e a cercare di digerire le due porzioni di lasagne al pesto consumate un po' troppo poco tempo prima della partenza).  

Il tracciato era decisamente divertente, con un cambio carta in autogestione (girare il foglio...) a metà gara, tante scelte, tanti posti dove ci si poteva perdere più o meno irrimediabilmente e, soprattutto, tante lanterne vicine. 

Anche questa sarebbe stata una cartina era molto adatta a me, ma io ero un po' arrugginito anche sulle sprint, tanto che già per andare alla seconda mi sono fermato in una piazzetta senza sapere dove andare. Poi però ho preso un ritmo decente, non sempre ho beccato al volo la scelta migliore, ma almeno l'ho fatto velocemente, senza perdere tempo in riflessioni esistenziali sulla strada migliore. Sono riuscito a rimanere sempre in contatto con la carta, ad anticipare ragionevolmente le scelte, a non piantarmi sul cambio carta, e a non fare errori significativi (ok, la scelta dalla 21 alla 22 potremmo anche chiamarla errore, ma insomma, non ho mai dovuto tornare indietro perché mi sono trovato davanti un muro o mi sono perso).

In gara non mi pare di superare nessuno, e do il cambio a Carlo senza nessuna aspettativa di classifica. Mentre aspetto che torni mi pare di sentire da Galletti che l'US San Giorgio è secondo dietro al TOL, ma non ci faccio granché caso: semplicemente non mi sembra possibile. Poi viene fuori che c'è stata una strage di staffette per PE, e che noi forse siamo secondi sul serio.

Carlo ci mette 2'' meno di me e supera il TOL (che, va detto, correva con due donne), e vinciamo :-)
Ovviamente niente titolo, ma non stiamo a sottilizzare (e speriamo che il mio Presidente faccia un po' di shopping in vista dell'anno prossimo).

Toscana, arrivo!!!




1 novembre 2018

Caltena (Primiero) Coppa Italia Long

Come dice il Perfido Ruggiero, a volte lavoro, e ho un po' trascurato il mio blog, per la disperazione di quei 4 fancazzisti che non hanno di meglio da fare che venire su queste pagine invece di contribuire al PIL.

Però nel frattempo qualche gara l'ho fatta, e per non perdere la confidenza con le parole scritte (che quest'anno mi hanno fatto guadagnare parecchi pettorali gratuti :-) rieccomi a raccontarvele. Ma in breve, perché quei post riassuntivi à la Galettì di 27.000 caratteri, stroncano persino Zonori.

Penultima di Coppa Italia a Caltena, profondo Primiero, giornata clamorosa (una settimana prima dei disastri dei giorni scorsi), Pale che implorano di passare lì almeno il resto della propria vita, e ultima gara in bosco. Prima della partenza sono semplicemente Felice, e vada come vada.

Sarebbe una gara adatta a me, ma io in questo periodo non sono molto adatto a lei. Le gambe vanno ancora, nonostante sia da un po' che non mi alleno decentemente, ma è troppo tempo che non prendo seriamente in mano una cartina, e la ruggine si sente tutta. Nessun errore grave, ma tante imprecisioni e scelte non ottimali, che mi fanno lentamente ma inesorabilmente allontanare dai primi e chiudere con un modesto ottavo posto e soli tre tempi nei primi tre di tratta. A onor del vero, è anche una delle gare degli ultimi anni con il parterre più agguerrito, con Pagliari prima donna, due fratelli Cristellon passati a dare una ripassata ai pivelli, due fratelli Franco, esordienti assoluti in M35, più i "soliti" Neuhauser e Ausermiller, che quest'anno è andato davvero forte (e infatti ha vinto la Coppa Italia con una gara di anticipo).

Per amore di completezza (e a mia futura memoria) un cenno ai miei erroretti:
1 salito troppo presto sul dosso, dovevo arrivare in cima molto più tardi
3 probabilmente molto meglio scendere subito al prato e poi usare strade e sentieri
8 forse si poteva rimanere nell'avallamento e poi seguire il corso d'acqua
10 insensato scendere nella palude, meglio rimanere in curva e buttarsi giù poi
17 la scelta più stupida di tutte, dovevo attaccare il punto dalla curva della strada asfaltata
20 mille volte meglio andare subito alla strada lungo il prato

Il grosso dei minuti persi (almeno 5) in realtà li ho lasciati alla 13, e tuttora non so come avrei potuto non lasciarceli. Sono entrato nella zona con il mio solito timore reverenziale per le rocce, mi sono appoggiato al cocuzzolo a destra del sentiero, e sono andato via in curva fino ad un sassone che assomigliava tantissimo a quello che dovevo trovare. Solo che non era lui, e in carta non ne erano segnati altri. Ho vagato nella zona tornando sempre allo stesso punto, e non ho capito quale fosse il problema neanche quando ho finalmente trovato il sasso giusto. Mah.

Comunque, onore al vincitore, e alle Pale di San Martino.





7 ottobre 2018

Il gusto del ritiro

Premessa: se non continuasse ad abitare dentro di me un 16enne pirla, estremamente riluttante ad imparare dall'esperienza, e sempre pronto a usare un pretesto per giurare che la lezione precedente non si applica al caso presente, non sarebbe finita così. Solo che invece continua ad abitarmi.


Fuori di metafora, nel 2013 avevo corso la mia ultima mezza maratona, avevo chiuso in 1h23'30'', dopo averne corsa metà dietro i palloncini dell'ora e mezza. Ma siccome sono passati tanti anni, e nel frattempo ho fatto tanti allenamenti, nonostante due settimane fa io abbia corso una 170 km in montagna con 12.000 metri di dislivello (notoriamente non esattamente la preparazione migliore per una gara veloce e piatta su strada), ho deciso che era un'ottima idea iniziare la Mezza Maratona di Trento (che mi passava sempre davanti a casa e ogni anno pensavo "però, l'anno prossimo potrei proprio farla...") correndo dietro da subito ai palloncini dell'ora e 25 minuti. 

Con il risultato che al km 11 nonostante il mio tempo fosse ancora decente, era evidente che le gambe non avrebbero retto a quel ritmo (attorno ai 4 al km) ancora per molto.

A quel punto avevo due possibilità: rallentare (parecchio) o fermarmi.

Considerato che:

1) non avevo tanta voglia di farmi superare da vari amici che erano partiti più prudenti e mi avrebbero dato (verbalmente o meno) del pirla

2) non c'era alcun premio da conquistare, se non la (da me) odiatissima medaglia di finisher

3) il percorso da lì alla fine lo conoscevo anche troppo (ed era bruttino, ad eccezione dell'ultimo paio di km)

4) era ormai certo che non avrei finito con un tempo che mi soddisfacesse (e in una mezza, mi scusino gli appassionati, il tempo finale è l'unica motivazione per cui si corre, come si può capire anche dalle conversazioni prima del via, che trattano esclusivamente di quello)

5) non mi ero mai concesso di ritirarmi da una gara

ho deciso di ritirarmi, e al km 11, in Piazza Fiera, mi sono tolto il numero e sono tornato a casa, nonostante una signora che c'era lì mi abbia detto "non mollerai mica??? dai tieni duro!!!". Ma di volte in cui ho tenuto duro ce ne sono state già a sufficienza, e stavolta volevo vedere cosa si prova a ritirarsi.

Beh, è un po' una delusione. Un secondo prima di ritirarmi, sembrava la cosa più desiderabile del mondo, un piacere paragonabile solo a ... boh, vedete voi, quello che vi pare. Solo che dopo un minuto tutto sto piacere era già finito, e non era rimasto niente. 

Niente a che vedere con quella soddisfazione di aver tenuto duro fino alla fine, che ti lascia un sapore buono addosso per giorni e giorni. Il piacere del "mollare" mi è sembrato molto simile a quello dello shopping compulsivo, che prima di comperare quella cosa sei certo che poi sarai felice almeno per tutta la vita, e invece dopo pochissimo non sai neanche più bene perché la volevi.

Credo sia stata un'ottima idea provarlo in questa occasione, dove alla delusione per la pochezza del piacere di mollare, non ho dovuto sommare il benché minimo rimpianto per averlo fatto, né il dubbio che chissà cosa mi sono perso. 

La prossima volta (in quei posti belli dove corro di solito, che a me sull'asfalto non mi prendono più, 16enne pirla permettendo...) avrò un motivo in più per non mollare.


1 ottobre 2018

Adamello Ultra Trail 2018

A beneficio di quelli che se lo fossero perso nella sua naturale collocazione della pagina di gazzetta.it, e di me quando fra qualche anno su quel sito non ci sarà più, ecco il mio racconto dell'Adamello Ultra Trail 2018. Questa è la versione "per le masse", prossimamente quella "più intima" :-)

Pare che quella che diceva che gli esquimesi hanno 20 parole per dire “neve” sia una mezza bufala, in ogni caso i trail runner di parole per definire le loro gare ne hanno due sole: “trail” fino ai 42 km, “ultratrail” tutte le altre. Così ci sono “ultra” veramente interminabili e altre appena sopra la distanza della maratona. Quella dell'Adamello, con i suoi poco meno di 170 km, di maratone ne mette quattro una in fila all’altra, ognuna condita da poco meno di 3000 metri di dislivello, e con un terreno che, a gente che di solito il bitume vorrebbe cancellarlo dalla faccia della terra, negli ultimi chilometri un po’ di asfalto glielo fa desiderare più di una birra ghiacciata. All’Adamello Ultra Trail ci torno dopo un anno dalla mia prima partecipazione, dopo aver sperimentato che l’unico modo per esorcizzare l’inesorabile accorciamento delle giornate è andare a viverlo ai 2500 metri del Rifugio Bozzi, con 70 km già nelle gambe e altri 100 davanti. E dopo aver sentito che se l’autunno lo inizi in alta Val Camonica, con quei colori e quelle cime davanti, e con quel calore straordinario del gruppo di volontari che organizza la gara tutto intorno a te, forse dell’estate ne sentirai un po’ meno la mancanza. Correre distanze come questa, è come salpare per il mare aperto: davanti non vedi un’altra costa a cui puntare. Quello che sai è che parti e che vorresti arrivare, se ce la farai davvero, lo scoprirai solo alla fine. 

Partenza, venerdì mattina ore 9.00, piazza centrale di Vezza d’Oglio. L’atmosfera è stupenda, ci sono anche schierati tutti i bambini della scuola elementare del paese, a battere il cinque a tutti gli atleti. Ti chiedi se da grandi vorranno provarci anche loro, o se, per essere sicuri di non finire così, non si allacceranno un paio di scarpe da corsa in vita loro. Intanto saltano qualche ora di scuola, e sono felici così. Felici almeno come quelli che partono, chi a razzo, chi camminando, chi conoscendo già ogni curva del percorso, chi scoprendolo metro per metro. I primi, di metri, se ne vanno su belli ripidi verso Cima Rovaia, dove una lunga trincea con vista Adamello ti fa rimanere bene impresso quanto nella vita orrore e meraviglia siano spesso vicinissime una all’altra. Una breve corsa in quota sulle pietre e poi giù a capofitto, che dopo 10 chilometri le gambe sono ancora freschissime e in Val di Cané c’è il primo ristoro che aspetta i concorrenti. 

E poi di nuovo su, verso il trincerone delle Bocchette di Valmassa, un altro di quei posti che sarebbero fantastici se non lo avessero costruito per farci la guerra. Al trentesimo chilometro l’azzurro dei laghetti di Monticello è troppo invitante per non fare almeno un pensierino ad un tuffo, e poi di nuovo giù verso il ristoro di Santa Apollonia, sulla strada che porta al Passo Gavia. La gara si limita ad attraversarla per risalire sul monte a ovest di case di Viso, incantevole villaggio di pastori dove la pasta o il minestrone al punto di ristoro sono d’obbligo. A questo punto della gara fra il primo e l’ultimo ci sono già molte ore: i più forti ci arrivano con il sole del pomeriggio, molti altri con le frontali già accese da un po’. Per non essere squalificati, bisogna arrivarci entro l’una di sabato mattina. 

Si riparte in salita, quasi tutti dopo essersi fermati una decina di minuti o poco più. C’è da conquistar il rifugio Bozzi e, da quest’anno, il Passo dei Contrabbandieri. Unisce la valle di Viso con il Passo del Tonale, da lassù c’è un panorama fantastico, riservato ai pochi superatleti che ci arrivano prima del tramonto. Per gli altri, l’ultimo tratto del percorso è illuminato dalle fiaccole, in ricordo della guerra di cento anni fa. Breve discesa e poi di nuovo su, sul Monte Tonale Orientale, ultima grossa salita della prima metà gara, di cui curarsi le fatiche nel ristoro di Malga Strino, dove un manipolo di giovincelli accolgono gli atleti accompagnati da una radio che sputa solo musica italiana. Si va dagli anni 60 ad oggi, quello che ti capita, ti capita. Il Passo del Tonale sembrava subito lì dietro, invece sono quasi 10 chilometri, più in salita che in discesa, avvolti dalle tenebre più fitte per la maggior parte dei concorrenti, con giusto qualche spiraglio di luna quasi piena che si concede raramente. Quando arrivano le piste che scendono a valle sono una benedizione, su cui lanciarsi con tutta l’entusiasmo che le gambe ancora concedono, e con tutta l’impazienza che la base vita con ristoro – docce – massaggi e brande, che attende a Ponte di Legno, ti mette dentro. Io decido che lì per me finisce una gara e ne inizierà un’altra. Fra le due, doccia e un’ora di dormita, o qualcosa che ci assomiglia. Mi sento pimpante, ma avevo provato l’anno scorso a tirare dritto dopo un piatto di pasta e un massaggio, e l’avevo pagato, con gli interessi, per tutto il resto della gara. 


Anche qui si riparte in salita e la pendenza è subito severa. Dopo un breve falsopiano che ti fa sperare in tempi migliori, una pista da sci da salire lungo la linea di massima pendenza ti fa rimpiangere il materasso in palestra, o anche il letto a casa. Per me è ancora buio, nessuna vista ad aiutare a sopportare la fatica, neanche quando diventa parecchia, lungo le interminabili zeta che portano alla Bocchetta di Casola, dove il passo si affaccia all’improvviso dietro una roccia, dopo 28 (!) curve a gomito in due chilometri. La discesa riporta sul fondovalle, le gambe ne sono mediamente contente, il morale molto meno, dato che dopo la palestra di Pontagna (dove mi concedo altri 5-minuti-5 sdraiato su un materasso) si sale sul Monte Calvo: 6 chilometri e 600 metri di dislivello di fatica cristallina, con già più di 100 chilometri in ogni parte del corpo, e ancora troppi davanti per iniziare anche solo a fantasticare sull’arrivo. 

E siccome chi è qui o ha una tempra d’acciaio o vuole fare una terapia d’urto per procurarsela, dopo due soli chilometri di discesa si torna a salire per altri 400 metri di dislivello, su un sentiero dove per fortuna non ci sono minori a sentire le parole di chi sale. La discesa successiva porta al Rifugio alla Cascata, dove inizia il sentiero per il Lago di Aviolo, un posto più esclusivo di San Moritz: non ci sono soldi che tengano, per arrivarci bisogna guadagnarsi ogni metro su una specie di scalinata infinita fatta di pietroni irregolari, suggestiva quanto micidiale. Se solo ti è rimasta un briciolo di lucidità (e quest’anno, contrariamente all’anno scorso, io l’avevo) Il lago e la conca ripagano abbondantemente dello sforzo, e la salita al Passo Gallinera è uno scherzo al ricordo della Bocchetta Casola. Da lì, 3 chilometri tosti fra discesa scoscesa e breve risalita alla Malga Stain (anche lei con un delizioso comitato di accoglienza, capeggiato da una guida alpina del posto in grado di raccontarti la storia di ogni sasso dei dintorni), e dieci chilometri di discesa quasi ininterrotta fino ad Edolo, dove termina la terza maratona, e rischi di illuderti che ormai in qualche modo questo Ultra Trail dell’Adamello lo porterai a casa. 

Il problema non è tanto la quarta maratona, quanto le tre che hai già nelle gambe, di cui non è detto tu abbia piena consapevolezza, dato che potrebbe anche essere una piacevole ora del pomeriggio, la gelataia della via principale potrebbe averti offerto un cono amarena e tirami su, e tu, per il solo fatto di essere già lì, potresti sentirti un gran figo. A ricordarti che “pulvis es et in pulverem reverteris”, ci pensa la salita dopo Edolo, che sembra progettata apposta per questo. 1000 metri di dislivello in 6 chilometri, con rampe ad una pendenza insensata, e un andamento che ti toglie qualsiasi punto di riferimento impedendoti di capire quanto mai possa mancare all’agognata Malga Mola. 

Io quando arrivo lassù non sono che un lontano parente di quello che era partito da Edolo, e purtroppo sarà questo lontano parente a dover arrivare all’arrivo. 


Da qui in poi il tracciato sarebbe molto bello: breve discesa e poi 400 metri di dislivello fino ad un traverso piacevole che conduce al Rifugio Mortirolo, e poi periplo non troppo pendente del Monte Pagano, fino al punto di controllo da cui vedi le luci di Vezza e inizi a sentire odore di arrivo, al quale mancano 8 chilometri tutti in discesa. Ma se la testa inizia ad invocare pietà, le gambe sono dure come il legno, e le piante dei piedi urlano, diventa tutto un po’ più complicato. Sono questi i momenti in cui ti chiedi chi mai te lo abbia fatto fare, ma quando sei riuscito a stringere i denti e a coprire ad una velocità qualsiasi la distanza fino all’arco gonfiabile dell’arrivo, e quella linea immaginaria che hai inseguito per ore e ore è ormai dietro di te, la soddisfazione è incommensurabile. Non hai vinto niente, non sei migliore di altri perché hai corso per 170 chilometri, non hai costruito né contribuito a costruire niente di utile. Ma hai capito che sei capace di desiderare qualcosa, di porti un obiettivo e di faticare (e tanto!) per raggiungerlo, e hai la certezza che prima o poi nella vita, quella vera, questo ti tornerà molto utile.


16 settembre 2018

La FISO che (non) vorrei

Può anche essere che lo abbiate già letto tutti, perché il suo blog può tranquillamente essere più letto del mio, ma cercare di amplificare le parole di Stegal è l'unico contributo che mi sento di dare al momento al nostro moribondo (nel senso che è sul punto di suicidarsi) movimento orientistico italiano.

Perché quando "una parte distruggerà l'altra" quello che rimarranno saranno solo ceneri fumanti.

(Sì, lo so che ci sono 10.000 situazioni nel mondo molto più importanti e gravi. Ma questo blog è nato per parlare di orienteering) 


Il risultato che volevo ottenere era di tipo diverso. Volevo approfittare dell’occasione per provare a parlare con alcune persone (prese da entrambi gli schieramenti contrapposti) che, presumibilmente da dicembre 2018, detteranno la rotta politica dell'orienteering italiano a seconda di come andranno le elezioni del prossimo Consiglio Federale. Avevo scritto un paio di pezzi fa: “lasciando da parte il microfono ed il ruolo di speaker e tornando a vestire i panni del semplice orientista quale sono, vorrei chiedere perché non è possibile andare d'accordo e trovare una sintesi tra le diverse posizioni ed i punti di vista? Per favore spiegatevi, parlatevi, non lanciate agli orientisti messaggi del tipo "un giorno saprete la verità..." "se soltanto sapeste cosa sta succedendo realmente...". Perché sta succedendo tutto questo?...


Speravo che qualcuno, leggendo, si sarebbe fatto vivo anche solo per eccepire, contestare, criticare, chiedermi chi diavolo mi credo di essere! Ma il risultato è stato zero, ma forse è proprio vero che i blog non li legge più nessuno, o non rappresentano lo strumento giusto. Più presumibilmente: chi sono io per poter sollevare una reazione, anche solo un minimo di confronto positivo, scrivendo parole su internet? Così ho provato a rivolgermi direttamente ai diretti interessati. Intendo proprio "in modo diretto", anche a muso duro: cosa pensate di ottenere? Perché non vi confrontate in modo aperto e costruttivo? Perché non riuscite a fare una sintesi tra le idee degli uni e le iniziative degli altri? Come pensate che ci potrà essere un futuro al nostro sport se non riuscite a lavorare in armonia?

Devo dare una cattiva notizia ai pochi orientisti arrivati fino a qui: le speranze stanno a zero. Diciamo a un epsilon piccolo a piacere (in fondo è stato proprio quell’epsilon a portarmi su quel podio a Porto Selvaggio). Ho sentito risposte che parlano di un ambiente ormai polarizzato, di “radicalizzazione dello scontro”, di guerra! Sono tutte parole che andrebbero usate con il bilancino: quando purtroppo le guerre scoppiano davvero, capita che le persone restino in silenzio perché mancano i termini di riferimento che sono già stati sprecati inutilmente altrove. Ascolto le accuse reciproche di organizzare gare farsa, di malversazione (uso questa complicata parola per non dire peggio), di "sovvertimento degli ordini democratici" (vedi mio commento alla voce "guerra"), oppure buon ultimo quando mi sono sentito rispondere "il tuo tentativo di farci dialogare è paragonabile ad avere allo stesso tavolo partigiani e fascisti. Si andrà avanti fino a che una parte non distruggerà l'altra".

Sono rimasto senza parole, quasi choccato. Non pensavo certo di essere un novello Kofi Annan, non ambivo certo al Premio Nobel per la pace orientistica, ma forse è davvero meglio che io mi limiti a scrivere di percorsi per i quali non sono preparato, di classifiche che mi vedono ben adeso all'ultimo posto, di tratte che palesano i miei evidenti limiti orientistici. D'altra parte mi diverto così: la mappa mi mette alla prova, la classifica non toglie nulla alle emozioni che mi offre lo sport che considero più bello al mondo. Se dicessi che mi interesso di politica orientistica, forse mentirei e forse no. Una persona migliore di me una volta ha scritto che “la politica in fondo è avere a che fare con le situazioni di tutti i giorni e cercare di cambiarle in meglio”. Ma forse siamo arrivati al punto in cui non abbiamo più mattoni su cui costruire una solida base comune.