15 ottobre 2017

Trittico della Valsugana


Dopo i 180 dell'Adamello eccomi finalmente di ritorno al mio gioco preferito. Molti mi chiedono dei 180, ma non è che abbia molto da dire: mi sono allenato a sufficienza e sono arrivato in fondo, peraltro non proprio fra i primissimi. Comunque in partenza battute e complimenti si sprecano, e dato che se chiacchiero mi distraggo e mi perdo alla 1, mi nascondo nel bosco, così magari mi perdo alla 2 o alla 3. Sì, perché il bosco della pineta di Marter è parecchio infido, e rispetto ai tempi in cui un certo Simone Grassi ci ha vinto gli Italiani sprint, i sentieri sono un po' più confusi.

Io invece sembro essere meno confuso di quello che pensavo, e parto bene. O almeno così pensavo prima di vedere gli spit, dato che sulla forestale per la 1 mi sembrava di essere andato su come un quad, ma Ausermiller mi dà 30'' e Gobber 10''. Comunque corro discretamente la parte nella zona "cartografia a norma ISOM ingrandita al 5.000", e scavalco la linea rossa che la separa dalla zona "cartografia a norma ISSOM" (e se non sapete la differenza, andate a studiarvi il regolamento tecnico federale :-) in un dignitoso secondo posto (anche se a quasi 2' da Michele, che probabilmente È un quad.

Nella zona da qui in poi, mi sono perso tutte le volte che ci ho corso, questa volta vorrei evitare di farlo. Vado prudente ma preciso e non poi lentissimo. Però rimango vittima del zig zag e per andare alla 10 scendo al sentiero sotto. Me ne accorgo in tempo per non fare PM, ma devo tornare parecchio in su, perdendo 2' e il secondo posto in un colpo solo.

Raggiungere velocemente la 11 mi sembra una impresa di cui andare particolarmente fiero, ma gli split dicono che ci ho messo 7'' più di Michele e 11'' più di Andrea. Per andare alla 12 sbaglio un bivi, e sono orgogliosissimo di me per aver dato un'occhiata alla bussola, aver capito che ero sul sentiero sbagliato, essermi rilocalizzato velocemente, e aver trovato come tornare sulla retta via.

Sono molto meno orgoglioso di me quando alla fine della gara mi rendo conto che dalla 11 sono andato direttamente alla 14. Lì per lì in uscita dal punto mi è anche sembrato che ci fosse qualcosina che non andava, ma non ho capito cosa. 

Da lì alla fine non sono andato neanche malaccio, ma quei pignoli del Crea Rossa hanno valutato che avendo io saltato due punti fosse il caso di squalificarmi. Cosa particolarmente scocciante dato che si trattava della prima gara di un trittico...

Comunque, ho preso 3' da Michele nonostante avesse fatto due lanterne in più. Scocciante.

Il Trittico è andato a remengo, ma mi piacerebbe almeno non fare brutta figura anche nella sprint in paese, che è vero che è un altro sport, ma insomma è pur sempre quasi orienteering (e, per dire, Gobber che in bosco è un treno, in paese cincischia, dice che alla velocità a cui bisogna andare in paese, non riesce ad essere così chirurgico come in bosco. Mah).

Comunque, la formula  una bi-sprint, con la seconda con partenza a caccia, con i distacchi della prima. Io mi ci metto di impegno, corro come un forsennato, non sbaglio nulla, sputo un paio di polmoni, faccio finta che sia tutto l'anno che mi alleno per le sprint invece di accumulare km su km in montagna, e arrivo al traguardo chiedendomi se sarà sufficiente per battere il Quad. Lui continua ad andare parecchio più veloce di me, ma
- perde un po' di secondi alla 10
- perde un altro po' di secondi alla 18
- perde un altro po' di secondi ancora alla 19
e comunque salta la 6, l'ultima di quelle ravvicinate nel parco, che erano messe lì apposta per mandare in confusione. Insomma, vinco io, e si gioca il trittico anche lui.

La partenza a caccia della seconda sprint non è molto avvincente, almeno in M35. C'è un bel casino da gestire, e i Crearossa ci riescono benissimo, ma il secondo della mia categoria ha 3' 30'' di distacco, quindi non mi mette una particolare pressione addosso. Faccio un'altra gara pulita, ma stavolta non basta a battere Michele, che ha il dente avvelenato dalla prima, e mi dà 30'' nonostante io corra come un forsennato, non sbagli nulla, sputi un paio di polmoni, e faccia finta che sia tutto l'anno che mi alleno per le sprint invece di accumulare km su km in montagna. Scocciante.

Per la cronaca il trittico lo vince Gobber, che non ha vinto nessuna gara, ma almeno le ha finite tutte.

Domenica a Ceci Rifugio Le Vallette non ci sarò. È da vari anni che non salto una gara di Coppa Italia, ma motivi lavorativi mi tengono a Trento. Eh, ogni tanto devo lavorare anch'io.

2 ottobre 2017

Il mio Adamello Ultra Trail

All'Adamello Ultra Trail inizio a farci un pensierino la primavera scorsa. Il chilometraggio è indecente (180 km) ma i posti bellissimi, e in fondo sono arrivato vivo alla fine di una 135 km, cosa saranno mai altri 50 km? Tra il fascino e la prudenza come al solito vince la prima, e mi iscrivo, pensando che se a fine luglio arriverò decentemente in fondo alla Südtirol Ultra Sky Race (121 km cattivissimi), ci sono buone probabilità che a fine settembre, con quella gara e qualche altro allenamento in più nelle gambe e nella testa, io riesca ad arrivare in fondo anche all'AUT.

A fine luglio trascorro tutti gli ultimi 30 km della S.U.S.R., oltre che ad arrancare penosamente anche in discesa, a giurare che la prima cosa che farò arrivato a casa sarà annullare la mia iscrizione all'AUT. Ma i giuramenti fatti in gara contano proprio poco, naturalmente non lo faccio, e quando a metà agosto capito dalle parti dell'Adamello per altre ragioni, la simpatia per quelle montagne diventa amore folle e incontenibile, e ogni residuo dubbio sul fatto che il 22 settembre io sia alla partenza di Vezza d'Oglio, viene spazzato via.

La sera del 21 settembre, dopo essermi abbuffato di tagliatelle ai funghi, spezzatino di cervo e torta meringata, versione un po' allargata della cena a cui avevo diritto con il buono pasto della gara, sono seduto in una saletta di quel ridente borgo della Val Camonica, con una quarantina di altre persone. Il clima è molto familiare, a parlare c'è lo speaker del Tor de Geant, e quello che risulta chiaro alla fine è che non c'è nessuna difficoltà tecnica, ma solo 180 km e 11.500 metri di dislivello, ai quali è il caso di prestare un certo rispetto.

Io naturalmente non ho la più pallida idea di cosa voglia dire "correre" una distanza del genere. E le virgolette sono dovute al fatto che in una cosa del genere in realtà la corsa è solo una parte, quella, se va tutto molto bene, che ti puoi permettere in discesa, in pianura, e nelle salite molto leggere, magari all'inizio. Il resto può essere nella migliore delle ipotesi camminata veloce, o anche per niente veloce.

Cosa potrò permettermi io lo scoprirò strada facendo. Ho una mezza idea di dormire un paio di ore la prima notte, se arrivo alla "base vita" di Ponte di Legno prima delle 5 di mattina.  Se ci arrivo più tardi, starà quasi per sorgere il sole, e mi dispiacerebbe perdermi quei momenti. Dai calcoli che ho provato a fare nei giorni precedenti, arrivarci verso le 4 sembrerebbe una cosa fattibile, ma non so neanche se sono giusti i calcoli. Comunque alle 9 sono pronto al via, siamo una ottantina, e quando dagli altoparlanti declamano che stiamo per partire per 180 km di gara, mi viene in mente quando ho partecipato all'Ultrabericus per la prima volta, e non riuscivo a capire cosa ci facessi io fra quei pazzi che stavano partendo per una gara da 65: sono passati solo 4 anni. Speriamo la progressione non prosegua.

Mi ero ripromesso di partire lentissimo, e così faccio. Solo dopo una decina di minuti inizio a superare qualcuno, ed è già ora della prima salita, 1.600 metri di dislivello positivo (D+) su pendenze non troppo severe, verso il Monte Rovaia, le sue pietre e le sue trincee. La giornata è splendida, la temperatura anche, il panorama è da subito quello che mi immaginavo, ho solo qualche dubbio sull'andatura da tenere. Sono in un gruppetto con altri 3, dei quali uno mi dice di prenderla con un po' più calma, ma un altro è Igor, quello con cui ho cenato il giorno prima, che è alla sua terza partecipazione e nelle altre due ci ha messo 46 ore, che sono 8 in più di quelle che vorrei metterci io (solo a fine gara Igor mi dirà che era partito decisamente troppo veloce, e poi ha rallentato molto...). Comunque le gambe hanno voglia e non mi sembra di star spingendo troppo, così proseguo, e mi sento proprio bene.

Il mio secondo buon proposito è quello di sedermi ai ristori, per tirare il fiato e riposarmi un po'. Lo faccio già dal primo, attorno al km 14 e al secondo tiro già talmente il fiato che lascio lì una borraccia. Meno male che ci sono bottigliette di plastica con cui rimediare. Nel frattempo siamo scesi quasi 1.000 metri, e li dobbiamo recuperare per arrivare alla Bocchetta di Valmassa, una lunga trincea fra i pietroni, con vista sull'Adamello. Un posto stupendo, non fosse che lo hanno costruito per farci la guerra, e chissà quanti ci sono morti.

Da lì in poi comincio a pensare al laghetto di Monticelli: rimpiango ancora di non aver fatto il bagno in quello a 30km dall'arrivo della SUSR, questa volta non farò lo stesso errore. Non mi sono però preso la briga di guardare l'altimetria con la necessaria calma, e dove mi aspetto al più una salitina, mi trovo 400 metri D+ piuttosto cattivi, che affronto con la smania di arrivare in spiaggia, invece che con la flemma che sarebbe dovuta ai 150 km ancora da correre. Al momento non me ne accorgo, ma credo che lascerò su quella salita parecchie energie che mi sarebbero venute comode più avanti. Il bagno comunque è fantastico! 10'' per s-vestire i panni di Killian sul Bianco, 1' scarso per godermi l'acqua gelida, 1' per asciugarmi e rivestirmi. Fossi stato ancora più saggio, sarei rimasto altri 5' sul sasso a bordo lago a godermi la bellezza del posto. Sarà per la prossima volta.

Altri 500 metri D- e siamo al ristoro di s.Apollonia. Qui speravo di trovare del cibo serio, invece ci sono solo assaggini. Un po' questo, un po' la mia malaugurata idea di fare il calcolo di quanta strada ho fatto e quanto me ne manca (sono a un quinto...) mi mandano in crisi. Così una salita che non sarebbe niente di particolarmente impegnativo, lungo un sentiero che sale con ampie curve fra i prati gialli, con la luce del pomeriggio che mi scalda, è il momento più buio della mia gara. Due mi raggiungono e mi superano senza che io riesca ad opporre la minima resistenza, e sono proprio depresso. Fortuna che sono solo 600 metri D+ e poi la compagnia di un tedesco, la discesa all'incantevole alpeggio di Case di Viso, la panca e il minestrone del ristoro, mi tirano sul il morale, e riparto verso il Rifugio Bozzi con tutt'altra carica.

Il Bozzi è uno degli "highlight" dichiarati della mia gara. Quando in estate ero capitato in Tonale per presentare il mio libro, ed ero andato a farmi una corsetta sui monti circostanti, ero finito su una cima che si affacciava sulla vallata dove si trova quel rifugio, e avevo pensato che era un posto dove prima o poi avrei assolutamente dovuto andarci a correre. Scoperto che la AUT passava proprio di lì, quello di arrivarci prima di notte era stato l'unico obiettivo cronometrico che mi ero posto. E così è stato.

Queste corse sono una cosa strana, dove non sai mai se quando ti senti finito sei finito davvero (ma neanche se quando ti sembra di averne ancora un sacco, ne hai ancora davvero), sta di fatto che mi mangio i 600 metri D+ che portano al mio paradiso, incantato dal giorno che finisce, e che mi abbandona proprio quando arrivo al rifugio: quando mi siedo fuori a mangiare un boccone ci si vede ancora, quando mi rialzo non ci si vede più. Riparto di umore splendido e mi godo alla luce della frontale dodici km per lo più piani, spingendo come fossi appena partito. Da sopra mi sorridono tutte le stelle dell'universo, da sotto mi guardano le luci di Ponte di Legno, e provo quella pienezza e quella "totale presenza a me stesso" che nessuna lezione di yoga è mai riuscita a regalarmi. E pensare che di questa lunga notte autunnale, a pensarci dal calduccio di casa mia, ne avevo avuto un po' di paura.

Con la sosta a malga Cadi ho paura di rovinare tutto, ma ho bisogno di sedermi, mangiare e riempire le borracce. Quando riparto l'estasi è passata, ma sto ancora molto bene, e riesco a guardare le luci lontane che mi mostrano quanto sta in alto il monte dove devo salire, con più voglia di andarci che preoccupazione per la salita. Sono altri 600 m D+, abbastanza in piedi, ma con quella coperta di stelle e quella sciarpa di silenzio, si potrebbe andare ovunque. Sto bene, spingo, scambio due battute con i volontari che mi aspettano al passo, e mi butto giù dall'altra.

A metà discesa c'è un noneso con lo stomaco in disordine, che si sta per ritirare e mi ricorda quanto siamo tutti appesi ad un filo, magari robusto, ma pur sempre un filo: un problema di stomaco, un piede appoggiato con troppa leggerezza, una distrazione di un secondo, o altre cento piccole cose, possono rispedirti subito a casa, o anche molto peggio. 

Dal ristoro successivo di Malga Strino riparto in tandem con Giorgio, che prima di alzarsi dal tavolo dichiara "la gara vera non è ancora cominciata". Mi piaceva un sacco correre da solo, ma la prossima parte fino a Ponte di Legno è meno suggestiva, e in ogni caso se lui ha deciso di correre con me c'è poco da fare. Spingiamo bene, senza tirarci il collo a vicenda e stimolandoci a tenere un buon ritmo. Dal passo del Tonale dobbiamo scendere 600 metri, ma la strada non si decide mai a puntare seriamente in giù. Inoltre il ristoro di Vescasa rischia di stroncarmi. Da molte ore sto correndo in pantaloncini corti e ventina leggera e stavo benissimo anche ai 2600. Quando esco dai 26° della bellissima baita dove c'è il ristoro, e torno ai 3°- 4° in cui ho corso fino a quel momento, ho una botta improvvisa di freddo. Mi sembra di gelare, inizio a battere i denti e sono costretto a fermarmi per mettermi addosso tutto quello che ho nello zainetto. Ho quasi ripreso Giorgio, che intanto era andato avanti, quando devo fermarmi di nuovo per spogliarmi, perché tornato in temperatura ho troppo caldo. Poi devo fermarmi di nuovo perché non mi sono spogliato abbastanza, e poi devo fermarmi un'altra volta ancora perché mi sono spogliato troppo. Riesco a riprendere Giorgio solo quando sta entrando nel palazzetto di Ponte di Legno, km 90, base vita e giro di boa: sono circa le 3 di notte, ho mezzora abbondante di vantaggio sulle mie speranze più ottimistiche, e sto da Dio.

Dentro è tutto silenzioso, qualcuno è seduto a mangiare, qualcuno è sulle brande che dorme, qualche parente aspetta il passaggio del suo eroe. Durante la discesa dal Tonale hanno cominciato a farmi un po' male le gambe, ma non ho sonno e mi sento molto lucido, non credo che dormire mi farebbe stare meglio di come sto. Così dopo essermi cambiato un po' di cose puzzolenti ed aver mangiato l'ennesima zuppa,  invece di buttarmi su una branda per un'oretta, mi faccio fare un massaggio, e riparto. Con il senno di poi, pessima idea, ma lì per lì mi era sembrata la migliore, e la verità probabilmente è che quando mi hanno detto che c'erano una decina di persone di sopra che dormivano, la parte infantil-agonistica di me non ha resistito alla tentazione di scappare via.

Ho prevenuto la botta di freddo post ristoro vestendomi al massimo, ma poco dopo l'uscita dal paese devo fermarmi per la botta di caldo successiva, tornando alla mia tenuta standard. Sono di nuovo solo, ho davanti 1200 metri D+ e questa volta quando vedo le lucine lassù in alto, ho molta meno voglia di andare a corrergli dietro. A metà salita poi compaiono anche delle lucine in basso, che corrono dietro a me, e quella parte che non mi ha lasciato dormire a Ponte di Legno, adesso mi spinge ad andare un pelo più forte del dovuto, per non farmi raggiungere. Non si vede un tubo, ma non sembra un bel posto, e il sentiero sale a zig zag apparentemente all'infinito.

Giorgio (che non è riuscito a dormire ma almeno si è buttato mezzora sulla branda) mi raggiunge prima della Bocchetta di Casola, ma gli altri no, e ci buttiamo già dall'altra quando già la luce sta riprendendo il posto del buio. Spengo la frontale mentre spingiamo in discesa, e come al solito l'idea di aver passato indenni la notte fa benissimo al morale. E ancor di più superare Fabrizio, che nella parte bassa della discesa sembra proprio alla frutta.

Al successivo ristoro di Pontagna, dove siamo al km 108, tristemente di nuovo sul fondovalle, io tento senza successo di sostituire al minestrone una pasta in bianco, della quale me ne va giù poca, e me ne rimane giù ancora di meno. Giorgio, io e Fabrizio siamo rispettivamente 12esimo, 13esimo e 14esimo, e così usciamo dal ristoro, Giorgio lanciato ad inseguire quelli davanti, io puntando a conservare la posizione, Fabrizio un po' dopo di me. All'uscita dal paese sbaglio un bivio e Fabrizio mi raggiunge: iniziamo così insieme l'unica parte veramente insensata della corsa: la salita al Monte Calvo. Sono 1000 metri D+, su una strada brutta, ripida, sconnessa, e senza panorama. Un vertical di 4 km con più di 100 km nelle gambe e altri 70 davanti, per arrivare ad una malga in mezzo ad un prato, da cui si torna subito giù. Che nervoso.

250 metri D- e poi di nuovo su, di nuovo su pendenze proibitive, questa volta su un sentiero strappato ai prati, di nuovo per arrivare in un posto qualsiasi con il solo scopo di scenderne subito, però almeno questa volta l'ultimo pezzo era un po' più bellino. Poi di nuovo giù, al ristoro di Caserme Pornina, dove mi siedo (ma rialzarsi comincia a diventare faticosetto) a mangiare un po'. Poi ancora giù fino al Rifugio alla Cascata, e da lì si torna a salire: 900 metri D+, l'ultimo dente prima di Edolo.

Il sentiero è infame quanto suggestivo: per lo stato in cui versano le mie gambe, gli scaloni che costringono a caricare tutto il peso del corpo su una coscia, sono un supplizio, ma non si può dire che non sia molto bello. La nostra andatura è modesta, ci superano un paio di concorrenti (oltre ai primi 2 missili della 90km) e ci mettiamo una vita ad arrivare al lago di Aviolo, che visto da casa in foto doveva essere un altro degli "highlights" della mia corsa, e sede di bagnetto del secondo giorno. 

Solo che non c'è il sole, il mio morale è bassino, e alzarsi e sedersi è ormai diventato un problema. Così mi accontento di metterci giù le gambe, sperando che l'acqua gelata migliori la loro situazione. Cosa che funziona solo poco poco. Da lì al passo della Gallinera c'è prima una bella valletta erbosa che non riesco a godermi, e poi un nuovo sentiero a tornantini, che di suo non sarebbe lunghissimo, ma che a me non passa più. Sono anche rimasto solo, perché fermare Fabrizio mentre facevo le abluzioni mi pareva brutto,  e tutto è ancora più difficile.

Quando mi affaccio dall'altra parte del passo, orrore! I 500 metri D- in programma sono ripidi, sassosi, franosi, tortuosi, instabili, e tutto quello che un corridore con le gambe in panne non vorrebbe neanche sentire nominare: a fare 2 km di discesa ci metto quasi un'ora. Dopo un'altra mezzora trascinata, questa volta in salita, arrivo al ristoro del Rifugio Malga Stain, dove chiedo asilo politico: datemi un letto! Me ne concedono uno in una casetta stupenda, affacciata sulla valle. 40+30 minuti più tardi riesco a svegliarmi e a ripartire.

Mi pare di stare decisamente meglio, le gambe sono ancora molto doloranti, ma ho ancora tanta voglia di arrivare in fondo. A Edolo mancano ancora 1200 metri D- e quasi 10 km, lì comincerà l'ultima vera salita e mancheranno ancora 30 km abbondanti alla fine, quindi non è il caso di prendere con troppa allegria la discesa che ho davanti. Probabilmente riuscirei a spingere un po' di più, ma meglio essere prudenti. Sono talmente prudente che all'imbocco del paese incontro una bambina che mi urla "ma perché non corriiiii???", "ma sei l'ultimooooooo???". Ma non mi scompongo, proseguo con il mio passo, e prima del ristoro di Edolo vado in gelateria ad impietosire la gelataia e farmi regalare un cono con il gusto più calorico che ha: bacio rinforzato al non mi ricordo cosa.

Breve sosta al ristoro, dove non c'è niente di meglio del cono che ho già in mano (e per il qual merito una intervista che prima o poi spero di vedere da qualche parte), e poi si parte: ho davanti 1000 metri di salita, e dietro 140 km e 34 ore e mezza. Sono concentrato come mi stessi giocando il podio per questioni di secondi: se molla la testa, addio, fosse per le gambe, sarei già a letto da un pezzo. Ci sono momenti in una corsa in cui puoi guardare in alto e farti attirare dalle cime, altri in cui la prossima curva o la prossima bandierina sono più che sufficienti, altri ancora in cui il metro davanti ai tuoi piedi è il massimo dell'orizzonte che ti puoi permettere: questo è uno di quei momenti. È di nuovo notte, la strada tanto per cambiare è ripidissima, io sono proprio stanco, ma non ho nessuna voglia di mollare. Per non pensare ai metri che mancano cerco di concentrarmi sul respiro o sui sassi che entrano nel cono di luce della mia frontale e ne escono dopo un paio di secondi. L'importante è che, per corto che sia (ed è proprio corto corto!), ad ogni passo ne segua un altro. Mi fermo un paio di volte a riposare, ma rialzarmi è sempre più faticoso, quindi è meglio se smetto di farlo. Mi superano praticamente tutti quelli della 90 km, donne comprese, e mi fa strano sentirmi fare i complimenti da gente che mi sta passando a velocità doppia. Vero che io ho 90 km più di loro sul groppone, ma loro adesso sono molto più veloci di me, ed è questa l'unica cosa che si vede.

Gli ultimi chilometri prima del ristoro assumono grazie al cielo una pendenza umana, dove riesco a spingere un po' di più, e poi finalmente appare Malga Mola. Sono le 23, ma dentro c'è il solito clima da gita scolastica. Io mi accascio su una sedia a consumare la minestra numero 1000, scoprendo questa volta che addizionata con cubetti di mortadella funziona molto meglio. Sono cotto, ma aver fatto la maggior parte della salita mi ridà un po' di energie, e comunque la voglia di arrivare in fondo non mi è mai venuta a mancare. Ci sarebbero un paio di brande, ma non mi sembra il momento di fermarsi: ormai mancano poco più di 25 km. Questa seconda notte non è certo idilliaca come la prima, ma posso farcela.

Breve tratto in discesa e poi si torna a salire, non ho più voglia di guardare mappa e altimetria, i miei ricordi in merito sono confusi, e le luci che vedo in alto non mi fanno capire un granché. Comunque continuo a spingere con tutte le energie che mi sono rimaste, che non sono poi male. Attorno all'una quelli che sembravano bagliori lontani iniziano a diventare lampi sempre più vicini, e quando il conteggio fra il lampo e il tuono mi si interrompe a 1'', vengo investito dal diluvio. Ho già messo "il guscio", la giacca impermeabile a prova di fortunale, ma non ho indossato i pantaloni anti pioggia. Farlo rimanendo in piedi, con le mani intirizzite, facendo una fatica tremenda ad alzare le gambe, alla luce di una frontale, e sotto la pioggia scrosciante, non sarebbe facilissimo neanche se fossero un modello serio e io li avessi indossato un sacco di volte. Figurarsi se fanno schifo e non li ho mai messi. Quando alla fine riesco in qualche modo a tirarli su, loro e le gambe sono già completamente bagnati, e in più sono larghi e mi tocca correre tenendomeli su con una mano, per non inciamparci dentro. Sarebbe tutto molto buffo se non fossi in un punto imprecisato di una montagna, da solo, dopo l'una di notte, ad una temperatura prossima allo zero, con le scarpe piene d'acqua, su un sentiero tutt'altro che banale, perfettamente asciutto dalla vita in su, e completamente ammollo dalla vita in giù. Potrebbero succedere un sacco di cose brutte, ma non è proprio il caso di farsi prendere dal panico: palla lunga e pedalare.

Più volte nell'oscurità mi è sembrato di vedere due lucine che potevano far pensare ad una casupola, poi dietro una curva appare l'edificio più grande che io abbia incontrato in tutta la gara: il Rifugio al Lago del Mortirolo. Quando Biancaneve ha trovato la casa dei Sette Nani, al confronto era triste. Dentro c'è un bel calduccio, ma al posto degli ex concorrenti pronti a farsi portare al traguardo in pullmino, che mi aspettavo, ci sono atleti agguerriti che si cambiano pronti per ripartire. Io ho un momento di cedimento: sono le 3 meno 20, non ho calzini né mutande di ricambio, ho due spugne al posto delle scarpe, e l'idea di ributtarmi fuori sotto l'acqua in quelle condizioni, mi attira meno di zero. Ad attirarmi invece moltissimo c'è una porta con scritto "Camere - Zimmer". Dopo breve conciliabolo ottengo di farmi condurre di sopra, dove dietro una porta appare il sogno erotico frustrato della mia Südtirol Ultra Sky Race: un letto con due cuscini enormi e un piumone alto 20 centimetri. Doccia bollente, sotto il piumone, e tanti saluti a tutti.

Quando riapro gli occhi sono le 8 passate, ma sono ancora abbondantemente all'interno del tempo limite. Ha smesso di piovere, le mie cose si sono quasi asciugate, il sole sta per affacciarsi, il morale è alle stelle: mangio qualcosa, mi bevo un caffè e riparto di slancio, aiutato da un pezzetto di discesa. Le gambe sono ancora piuttosto doloranti, ma ormai chissene, mancano meno di 20 chilometri, dei quali 13 di discesa: se mi hanno portato fin qui, mi porteranno anche fino a Vezza d'Oglio.

L'aria è limpidissima, sono di nuovo solo fra i boschi, e ho ancora un sacco di voglia di esserlo. Sto addirittura già pensando che l'anno prossimo voglio tornare, cosa che non mi è mai successa in nessuna altra gara (di solito, verso la fine giuravo che non avrei mai più corso né quella né nessuna altra gara). Mi godo un po' di montagne della Valtellina, un po' di Orobie, di nuovo il gruppo dell'Adamello, di nuovo le montagne dove ho corso ormai due giorni fa, quasi tutte con una nuova spruzzata di neve fresca.

Arrivato al Pianaccio dopo un traverso che alle 3 sotto l'acqua deve essere stato un calvario, ma che alle 9 con i colori dell'autunno è la degna conclusione di questo viaggio, inizia davvero l'ultima discesa, ed è bellissimo. Le gambe vanno ancora e sono incredibilmente e soddisfatto per tutto quello che ho vissuto, per aver tenuto duro quando era il caso di tenere duro, e per avere mollato quando era il caso di mollare. Ad un paio di chilometri dalla fine, il fotografo che mi aveva beccato bambino felice con il cono in mano, mi ri-becca bambino felice che corre in un prato.

Arrivo al traguardo alle 11:26, un secolo dopo le mie previsioni più pessimistiche, 36esimo su 45 arrivati, e contento come una Pasqua: raramente mi sono gustato qualcosa tanto a fondo come questa corsa, e che io riuscissi a godermi per intero una cosa lunga 180 km era proprio tutto da dimostrare. Così come che il mio fisico fosse davvero pronto per una mostruosità del genere, ma se dopo due giorni con i piedi un po' gonfi e un altro paio con le cosce indolenzite, ero pronto per tornare a correre, pare proprio di sì. 

Posso fare di meglio? Certamente sì, una 180 km non si improvvisa, e se ci ho messo 3 tentativi per capire come funziona più o meno una mezza maratona, chissà quanti me ne serviranno per mettere davvero a punto una gara del genere. La prossima volta sicuramente dormirò un po' la prima notte, e magari un altro po' prima di essere costretto a farlo. E vedremo se riuscirò un giorno a finirla in 36 h.

Agli organizzatori chiedo solo di far saltare con la dinamite il Monte Calvo (o al limite di non metterlo nel tracciato) e di ordinare anche delle maglie finisher taglia XL, perché mi dispiacerebbe proprio tanto dover regalare al mio vicino anche quella dell'anno prossimo.

21 settembre 2017

Campionato Italiano Long Cansiglio

Un lettore mi scrive "ma com'è che il commento alla gara CSI di Villazzano compare in un baleno, mentre quella del Campionato Italiano tarda ad essere pubblicato?" insinuando in questo modo che sono più rapido nel pubblicare sulle mie vittorie farlocche che sulle mie batoste epocali.

Ovviamente tutto ciò è falso e offensivo. Anche perché, sebbene alla fine io abbia concluso con un imbarazzante undicesimo posto, anche quest'anno (come in TUTTI gli italiani long corsi in M35) ho corso per una parte di gara con una medaglia al collo, l'argento, per la precisione.

Il solito lettore puntualizzerà certamente che questa volta ho corso con l'argento al collo solo fino alla prima lanterna, ma queste sono insignificanti particolari da azzeccagarbugli.

Se Tenani, che di italiani long ne ha fatti (e vinti) qualcuno più di me, dice che questo è stato il più bello di tutti, non sarò certo io a contraddirlo. Era bello, duro e molto difficile. E io non sono stato all'altezza. Diciamo che mi sono mancate una decina di ore in carta, possibilmente in zone come questa, e mi poteva andare anche molto peggio. Perché in effetti complessivamente non sono andato malissimo, e se avessi evitato due crimini evitabilissimi, non sarei stato lontano dal podio.

Eccovi una cronaca sprint della gara long.

1 parto bene, ma proprio bene, senza foga, concentrato, facendo una scelta tranquilla, che porto a termine nel migliore dei modi, tanto che sono secondo dietro a Pagliari.

2 è talmente facile che sbaglio: basta seguire i sentieri fino alla lanterna. Solo che sbaglio bivio. Mi salva un recinto, ma da lì sono molto meno sicuro, e forse la carta in quella zona non è neanche perfetta. Fatto sta che la trovo un po' di culo, perdendo 3'.

3 scelta lunga, con opzione da pavidi. Mi ci butto senza remore. C'è chi ci mette molto meno di me, ma la strada mi permette di non rischiare più di tanto.

4 crimine numero 1. Uscendo dalla 3 trovo Cristellon, partito 2' dopo di me, ma un po' disperso in zona. Sta andando alla 4. Lo seguo a distanza, cercando di non seguirlo. Dopo un bel po' mi pare che sia passato troppo e che stia andando alla 5. In un modo che non ho capito lui ha punzonato la 4 senza che io me ne sia accorto, e sta davvero andando la 5, e io sto andando in mona: 5' persi.

6 non ci sono scelte pavide, mi butto sotto la linea rossa, contando tutto il contabile. Arrivo al ristoro e al collinone, ma poi non riconosco le forme e vado troppo a destra.

7-8-9-10 non sono un fulmine ma non faccio danni, mi sa che sono finalmente entrato in carta

11 altro trattone, ma la carta non mi fa più paura. Riconosco buche e dossi e ci arrivo perfetto. Un minuto peggio del primo, ma va benissimo così.

12 crimine numero 2. Bisogna fare molta attenzione: io mi sento ormai in confidenza con la carta, e non la faccio. Giro come un pirla 3 volte, prima di prenderla con la dovuta calma e trovarla facilmente. 8' persi.

13-14-15-16 ormai è andata, cerco solo di non fare troppa brutta figura

17 non riesco a non fare troppa brutta figura: ho raggiunto di nuovo Bezzi, che come al solito mi esorta a fare attenzione. E invece supero la lanterna di 10 metri e mi giro a vederlo punzonare alle mie spalle, prima di me. 

18-19-finish in qualche modo arrivo in fondo.

L'epica battaglia fra il Perfido e don Pedrotte si conclude anche questa volta in favore del primo, solo che questa volta vale a lui il nono posto, e a me l'undicesimo. Che vergogna...

 


7 settembre 2017

Garette e garona

Le garette sono le due sprint a cui ho partecipato nel fine settimana scorso, Villazzano (trofeo CSI) e Merano (Campionato Trentino - Alto Adige sprint), di contenuto tecnico non eccelso, ma che mi sono servite almeno un pochino per togliere le ragnatele dalla mia bussola e per portare a casa un po' di cibo. E comunque vincere fa sempre bene al morale (anche se Zonato dice che non bisogna vincere prima degli italiani, ma (purtroppo) non sono gli italiani di long in centro storico).

A Villazzano ho rischiato di travolgere una scivolando sul fango verso la 1, non ho visto la scorciatoia per la 5, ho fatto la scelta più facile e forse più lunga per la 7, mi sono infilato sulla scala che saliva al secondo piano per la 14, e non ho visto la scelta più furba per la 17. Per il resto, ordinaria amministrazione.

Più divertente la gara di Merano, più che altro perché Merano è più bella di Villazzano. Come ha detto qualcuno, era tracciata un po' da long ma in effetti non c'era molto di più da sfruttare. Meno male che Michele ha sbagliato già alla prima (mentre alla 2 evidentemente ha fatto una scelta molto più furba, perché mi ha dato 15'' su una lanterna che non ho sbagliato). Poi io ero leggermente più veloce, così ho potuto anche sbagliare la scelta dalla 8 alla 9 (mi pareva si potesse salire dal primo ponte...) e anche cincischiare un pochino alla 11.

La garona invece è quella degli italiani long di sabato prossimo in Cansiglio. Avrebbe potuto essere la Garissima, ma questa stupida idea di fare anche la M40 ha sparpagliato i possibili vincitori in 35, su due categorie. Così in 35 ci sono Pagliari, Grassi S, Neuhauser, Ausermiller, il Perfido, Cristellon C&S, Fiocca e Rusconi, mentre in 40 ci saranno Rigoni, Grassi PM, Gottardi, Bianchi.
Peccato, sarebbe stato molto bello giocare tutti insieme.

In M35 la griglia è questa sotto, che dimostra come alcuni abbiano pagato più di altri, o come non sia stata fatta secondo nessuna logica logia. Io sono spiaccicato fra Pagliari e Cristellon C, non un posto bellissimo.

Leggendo la griglia un noto poeta lombardo ha composto la ode sotto riportata. E buoni italiani a tutti!


Eh fischia il treno,
e il treno fischia,
e Denni è il macchinista.
E poi c'è Simone capostazione
e Dario che è sul vagone.
Carlo è il più elegante
nel vagone ristorante.
e Mario birichino
fa ciao ciao dal finestrino!
Dalla capitale è salito anche Fiocca,
...che paura che ci fa se la gara imbrocca

Ciuf ciufffffffffffffffffffffffffffffffff

5 settembre 2017

Me - Bo

Sulla via per l'Adamello (per il quale sto coltivando attivamente tutti i miei migliori sentimenti, struggendomi su foto e filmati stupendi) ho pensato di ricominciare da dove avevo finito, agonisticamente parlando. Negli ultimi 30 km della Südtirol Ultra Sky Race, quelli dove ignobilmente strisciato, avevo pensato che erano dei gran bei posti dove correre, in condizioni più decenti di quelle in cui ci ero arrivato.

Così domenica, visto che ero a Merano per i campionati trentini sprint di orientamento (una formalità da 17' di cui parlerò altrove...) ho deciso di salire alla Meraner Hütte e da lì andare a Bolzano ripercorrendo appunto quegli ultimi 30 km. Come la Me-Bo, la superstrada Merano-Bolzano.

L'idea non era male, e effettivamente mi sono goduto molto di più il tracciato, dove c'erano ancora i bollini gialli per cui non dovevo star lì a guardare la cartina a ogni bivio. Ho solo un pelo sottovalutato il tempo che mi sarebbe servito per salire da Merano alla Meraner, un po' perché di fatto non mi ero mai messo lì davvero a cercare ci calcolarlo, un po' perché all'ultimo momento vedendo su il profilo sexi dell'Ifinger Spitze, non ho resistito alla tentazione di andare almeno fino alla forcella lì a fianco, allungando parecchio la strada (ma il posto effettivamente valeva lo sforzo).

Ho iniziato i famosi "ultimi 30" (qualcosa di meno in realtà, 27 km e qualcosa) con nelle gambe 20 km e 1900 metri di dislivello, che non sono pochissimi, ma sono parecchio meno dei 90 e 7000 e rotti con cui ci arrivavano i concorrenti della SUS. Infatti ho battuto tutti! Io allora ci avevo messo 4h42', il primo ci aveva messo 3h11', la mia amica francese 3h18': io questa volta ci ho messo 3h4'. Il che vuol dire che con soli 70 km in meno di lui nelle gambe, potrei essere competitivo con Daniel Jung.

Durante la discesa mi sono fermato qualche secondo in più su quel cocuzzolo molto suggestivo dove ci sono gli "Stoanernen Mandln", cioè gli omini di pietra. Naturalmente proprio lì la batteria della mia (nuova) macchina fotografica ha deciso che era stanca, e che più di una foto ogni mezzora non l'avrebbe fatta. Così addio autoscatti fra gli omini, e ringraziare che sono riuscito a farne una con Sciliar e Sassolungo innevati sullo sfondo. Sarebbe stato da fermarsi lì a sognare un po', ma mi hanno fatto girare le scatole l'ammutinamento della macchina fotografica e la presenza di un ciclista.



Ancora di più mi avrebbe fatto girare le scatole non riuscire ad immortalare "le mie allucinazioni", ma la fotocamera ha avuto pietà di me e mi ha concesso un paio di "selfie". I tre amici nella foto qui a lato fanno parte di una serie installazioni artistiche poste su una forestale poco prima di San Genesio. Solo che io sono passato di là all'inizio della seconda notte di gara, quella in cui capita spesso che il cervello faccia un po' di casino e veda cose che non ci sono. Così quando ho iniziato a vedere cose tipo i tre in piedi vestiti da contadini in piedi vicino ad un albero di notte, mi dicevo che quello che vedevo non era reale, salvo poi scoprire che invece lo era, e andare ancora più in crisi. Come se non fossi già in crisi abbastanza.

Comunque, sta volta niente crisi, in tutto 48 km e 2400 metri di dislivello, un altro mattoncino verso questo (lungo) paradiso qui sotto...









2 settembre 2017

La Professoressa e il Palestrato

Dato che la Gazzetta di oggi non ne parla, dovrò farlo io.

Alla faccia degli US Open, dell'Ultra Trail del Monte Bianco, dell'infortunio a Valentino Rossi,  della chiusura del mercato per le squadre di calcio, il più importante evento sportivo di ieri a livello mondiale è stata la sfida fra la Professoressa e il Palestrato.

Nonostante qualche becero parruccone abbia insinuato che il nome della sfida facesse pensare al "titolo di un film di un certo genere degli anni settanta", l'iniziativa era in realtà una delle attività di fund raising messe in campo per sostenere l'ennesimo nuovo progetto (top secret) di mia moglie.

Abbandonata la vendita di torte davanti alla parrocchia e la produzione di centrini all'uncinetto, questa volta ha deciso di buttarsi in prima persona, e di mettere a frutto le sue doti sportive, lanciandosi in quella che ai più sembrava una sfida temeraria. Come dice il titolo, la tenzone era infatti fra l'Anto (la Professoressa) e Joe (il Palestrato). Il nome "Joe" è di fantasia, dato che visto l'andamento dell'incontro ha chiesto di conservare l'anonimato (ma è comunque questo il nome che metterà sul passaporto falso con il quale nei prossimi giorni varcherà la frontiera per andare a rifugiarsi nella Legione Straniera...). Non è invece di fantasia il suo soprannome.

Joe infatti è da molti anni dedito ad una intensa attività fisica in palestra, con la quale ha costruito un fisico a dir poco scultoreo, grazie al quale riteneva di poter fare un sol boccone, tennisticamente parlando, della Professoressa. Il poveretto ha però da una parte sottovalutato gli ultimi due anni di lezioni di tennis e la determinazione a raggiungere i propri risultati, della Professoressa, e dall'altra, a detta degli esperti presenti sulle tribune, sopravvalutato decisamente le sue doti tennistiche.

Della partita in sè c'è purtroppo pochissimo da dire. Iniziata con fortissimo ritardo per un presunto incidente in tangenziale (stando a Joe) e in forse fino all'ultimo per le condizioni atmosferiche che sembravano dover precipitare da un momento all'altro, si è risolta con un punteggio imbarazzante, che ha messo fin troppo in evidenza la disparità di valori in campo. 

Visto il poco tempo a disposizione, la formula scelta era quella al meglio dei 5 game giocati con la formula al tie break, fino all'11, e il risultato è stato un perentorio 

11-3, 11-3, 11-2 

A voler cercare a tutti i costi una chiave tecnica del match, si può dire che la Valer ha dimostrato una certa lentezza nello scendere a rete e uno smash non brillantissimo, ma ha surclassato Joe in tutti gli altri fondamentali del tennis.


Il folto pubblico presente, che pure ad onor del vero era inizialmente schierato prevalentemente a sostegno della Professoressa, ha cercato in tutti i modi di sostenere il Palestrato, ma non c'è stato davvero nulla da fare. Anzi, alla fine gli stessi iniziali sostenitori di Joe hanno chiesto di essere cancellati dalla foto ricordo, per non poter essere in futuro collegati in nessun modo a lui.
In ogni caso, oltre a permettere la raccolta di un po' di fondi per il progetto, la partita ha scolpito nei cuori dei presenti una lezione fondamentale: 



22 agosto 2017

Skyrunning sull'Alta Via n°2

Dato che l'anno scorso mi era piaciuto un sacco fare di corsa l'Alta Via n° 1 delle Dolomiti durante la Dolomiti Sky Run, scoperto che c'era pure la 2 (e anche varie altre) e che attraversava dei posti clamorosi, ho pensato che, in mancanza di gare da quelle parti, potevo organizzarmi per andarmi da solo.

La via completa va da Bressanone a Feltre, io inizialmente avevo pensato di prendermi tre giorni e farla tutta, poi ho ripiegato sui 2 per andare da Bressanone al Primiero o giù di lì.

Una delle mie specialità è fare abbastanza per tempo un progetto di massima, e poi non farne mai uno esecutivo, affidandomi all'ultimo momento a quello di massima, che non mi ricordo neanche tanto bene perché è passato un po' di tempo. Dato che ho fatto così anche questa volta, quando sono partito di corsa dalla stazione di Bressanone, non mi ricordavo se le 20 ore a piedi le avevo contate da lì oppure dal Rifugio Plose in cima alla prima montagna. Inoltre pensavo di riuscire a partire molto prima, ma il primo treno utile era quello che arrivava lì alle 7.04. L'idea era di arrivare al Rifugio Piz Boè: dato che in media ci metto la metà del tempo previsto per chi cammina, se il conteggio era dalla stazione ci stavo quasi comodo, in caso contrario era un problema. Cedo quasi alla tentazione di fare un pezzo in autobus, ma quello che mi serve è partito alle 7.02, quindi parto. Tanto per complicarmi ancora un po' a vita, salendo sulla Plose invece di seguire il ripido ma breve sentiero 17, seguo la forestale che fanno quelli della Brixen Marathon, che allunga un sacco inutilmente. E che ad un certo punto mi abbandona in mezzo al bosco. Mi decido a leggere decentemente la cartina, e arrivo alla stazione a monte della funivia in 2h45': i primi 1500 sono andati, adesso c'è un po' di quasi piano fino alla base della Forcella Putia.

Da quelle parti sono stato con l'Anto mesi fa (è sempre colpa sua se poi mi viene voglia di tornarci di corsa...) e le Odle sono un po' coperte, quindi non mi dilungo troppo a guardare i panorami. La salita alla Forcella di Putia è piena di gente che supero agilmente guadagnandomi sguardi ammiratissimi. In cima panino e poi via verso l'ignoto, che da lì in poi non la conosco. 

Il sentiero verso il Rifugio Genova è molto piacevole, il posto è bellissimo, il tempo decente, c'è molta gente in giro, e non ho neanche la macchina fotografica che mi rallenta. Qualche bel traverso, una forcella gentile, un pezzo di cordino non banalissimo, un mare di gente al Rifugio Puez, altri panorami bellissimi (ma questo smetto di dirlo, perché per due giorni sarà ininterrottamente così) e un fantastico bagno nel laghetto di Crespina (quello di questa foto non mia), non molto prima di Passo Gardena. Al passo mi concedo una limonata, dato che sono abbondantemente in tabella e mi manca solo la salita al gruppo del Sella. 

Gli ulteriori cordini prima del Rifugio Pisciadù sono ragionevoli, quelli dopo anche, e allo scoccare delle 11 ore sono al rifugio Boè, ore 18.15, in tempo per la cena servita alle 18.30. Mi faccio immortalare da una gentile rifugista che poi mi manda la foto, e dopo cena salgo sulla cima, che le previsioni per il giorno dopo sono brutte e magari non riesco ad andarci. Non si vede una cippa, ma mi faccio immortalare da un gentile Stoccardese, che mi invita anche nel rifugio della cima a bere una grappa prima di scendere nella semioscurità (ma con il frontalino) al nostro rifugio. Arriviamo sani e salvi e concludo la giornata con 53 km e 4400 metri di dislivello.

Dopo la solita pessima dormita (vi giuro, essere alti NON è una bella cosa) mi sveglio alle 4.50 con l'idea originaria di andare a vedere l'alba, ma il tempo non è decisamente quello adatto. Quando poco dopo le 5 si chiude dietro di me la porta di emergenza da cui sono uscito, consegnandomi a buio, pioggia e un altipiano roccioso di quasi 3000 metri, per un attimo mi viene il sospetto di aver fatto una cazzata. Però ho tutta l'attrezzatura e l'esperienza del caso e, rinunciato alla salita alla cima, il tragitto fino a Passo Pordoi (compresa la discesa da quella Forcella Pordoi che mi aveva fatto innamorare dello Sky Running nel 2009 e mi aveva spinto a correre la Domolomites Sky Race nel 2010) risulta alla fine suggestivo e a suo modo piacevole. Dal Passo Pordoi il programma sarebbe proseguire verso il Passo Fedaia, ma piove a dirotto e la mia Alta Via sembra arrivata al capolinea. Sono le 6.15 e l'unica cosa ragionevole sembra andare a Canazei a prendere una corriera per tornare a casa (dopo una colazione calda).

Invece mentre scendo, dopo avermi bagnato ben bene, smette, e quando arrivo al bar per la colazione, il tempo sembra essersi decisamente sistemato. Così nel bar oltre a fare la colazione calda mi cambio, e poi riparto, destinazione Val Contrin. Alle 10.30 o giù di lì mi concedo una porzione di ricotta fresca con lo zucchero e uno yoghurt (forse i più buoni della mia vita!) a Malga Contrin, e poi proseguo a salire, attraverso un gruppetto di stambecchi (credo) che mi guardano senza spaventarsi un granché, mi entusiasmo per l'ennesimo panorama più bello della mia vita (tutta la zona a sud della Marmolada, con il Sasso Vernale e i suoi amici, è stupenda), e poi raggiungo il passo de le Cirele (da cui qualcuno ha scattato la foto che ho preso in internet), dal quale scendo a Passo San Pellegrino, non resistendo alla tentazione di buttarmi giù per i ghiaioni prima del Rifugio Fuciade. 

Sto ancora splendidamente, il tempo tiene ancora bene, e allora su per la raccapricciante nuova pista di S.Pellegrino (ma chi cavolo gli avrà dato l'autorizzazione per fare uno scempio del genere!?), poi sui sassi sconnessi dalle parti del lago di Cavia, e poi giù al Passo Valles.

La successiva salita al Rifugio Mulaz è molto più lunga e dura di quello che mi ricordavo dalla mia uscita di un anno fa, quando avevo fatto quel pezzo in senso contrario. E in più l'ultimo tratto è pieno di cordini e rocce infide, che non ricordavo minimamente, tanto che mi viene il dubbio di aver sbagliato strada (e mi si stoppa anche il GPS, uffa). Però la mappa e i rari cartelli sembrano dire che non è così, e allora procedo, arrivando finalmente al rifugio e ad una nuova meritata limonata. 

A questo punto in un paio d'ore dovrei riuscire ad arrivare al Rifugio Rosetta e da lì in non moltissimo al Rifugio Pradidali e poi giù a Tonadico, meta di giornata. Solo che quando sto salendo al passo delle Farangole, dalla Val di Fiemme sembrano arrivare nuvoloni nerissimi, e non ho molta voglia di scoprire in mezzo alle Pale di San Martino se arrivano davvero e cosa hanno intenzione di fare. Così scendo in val Venegia, salgo a Passo Rolle, e piglio la corriera da lì. I nuvoloni nel frattempo hanno mollato giusto due gocce e poi sono spariti, ma hai visto mai che sto diventando una persona prudente... In totale, altri 53 km, ma soli 2400 metri di dislivello.

Che dire? Se avete un po' di allenamento (e un minimo di dimestichezza con i cordini), assolutamente da consigliare! Anche spezzato in tre giorni invece che due, che di posti da dormire ce n'è fin che si vuole.