Gardolo è un sobborgo di Trento che dista 5,5 km da casa mia, ed è un luogo con cui ho un pessimo rapporto. E' a Gardolo che quando giocavo a basket ho sbagliato una rimessa dal fondo all'ultimo secondo e gli avversari hanno segnato e vinto di 1. E' di Gardolo la ragazza a cui sono andato dietro più anni inutilmente. E' di Gardolo l'amicizia che sono più dispiaciuto di aver perso. E' da Gardolo che abbondantemente dopo mezzanotte sono tornato a casa a
piedi in una gelida nottata invernale dopo una serata con la ragazza di
cui sopra che sembrava sarebbe stata risolutiva ma non lo fu affatto. E' a Gardolo che ho trascorso la serata più surreale con la mia attuale moglie in una serata a teatro in cui lei aveva una luna paurosa e avrà detto 3 monosillabi in tutta la sera.
E sabato, mentre io fantasticavo di vincere l'ultima gara dell'anno che si svolgeva proprio lì e intitolare il mio nuovo post "Espugnata Gardolo!", lei si preparava molto più efficacemente a espugnare me.


Nel trasferimento in ospedale prontamente approntato da Roberto Pezzè cominicio a non stare molto bene, probabilmente per via dell'adrenalina che nel frattempo è finita. L'indicatore più preoccupante è che ho in mano la carta della gara e non ho voglia di guardare come proseguiva.
Quando mi scaricano all'ingresso del pronto soccorso, vengo subito messo su un lettino e portato in ambulatorio, dove dopo una rapida occhiata lasciano perdere il taglio dietro ("una cosa da nulla") e si dedicano al davanti, per una sospetta rottura di una costola con lieve difficoltà respiratoria. Dopo avermi sforacchiato un paio di volte e avermi fatto fare un paio di tour del reparto a bordo del lettino, vengo visitato da un medico che non riesce a spiegarsi la dinamica dell'indidente. Gli dico di lasciare perdere, che è una storia lunga. Conferma che il taglio è solo superficiale e mi prescrive una serie di radiografie per capire come stanno femore, omero e costole. Non mi pare di avere l'aria di uno che può avere un femore o un omero fratturati, ma faccio silenzio.
Quando mi ri-posteggiano in corridoio capisco che hanno capito che le mie condizioni sono troppo buone per garantirgli il lavoro anche domani, così cercano di farmi venire almeno una polmonite lasciandomi in mutande calzini e lenzuolino dove gli altri girano in pullover. Provo a convincere una infermiera a darmi una coperta, e la ottengo al primo colpo. Vorrei poter dire che è stata la mia prestanza fisica a convincerla, ma nonostante io indossi casualmente i boxer più eleganti del mio imbarazzante guardaroba di intimo, i calzini che mi hanno lasciato addosso, pur essendo bassi e da gara, rovinano tutto. Quindi è stata solo una gentilezza.
Il tour per andare a fare i raggi è più lungo degli altri e quando vengo lasciato nelle mani del tecnico di radiologia, capisco che la crisi ha iniziato a colpire duramente anche la sanità trentina. I costosi esami radiologici sono infatti stati sostituiti da una molto più economica simulazione degli stessi, basata sul principio che se non urli come un porcello al macello mentre ti sistemano e risistemano con modalità molto maschie sul lettino, vuol dire che non hai nessuna frattura. Io sopporto stoicamente e al termine il tecnico telefona a qualcuno dicendo che "c'è una barella da venire a prendere". Immagino che nel loro gergo voglia dire che c'è un paziente in barella da recuperare, ma forse quello che sta dall'altra parte del telefono non conosce il loro gergo, e pensa "che cazzo di fretta c'è di andare fin lì a prendere una barella?" perchè aspetto più di 20' in corridoio senza che succeda nulla. Provo allora a fare boccacce alla telecamera a circuito chiuso che sorveglia il corridoio, per provocarli un po'. Dopo neanche 5'' arriva una infermiera, e io inizio a temere che mi stia portando in qualche posto dove mi puniranno con una iniezione di liquido tracciante radioattivo. Ma invece si limita a posteggiarmi nella sala di aspetto dei pazienti in lavorazione.
Qui ci sono altri malati che si sono fatti male in modo meno stupido di quanto abbia fatto io. Il signor Pierluigi ha 86 anni e due anelli d'oro ad un dito, che parlano di una persona amata che c'era ma non c'è più. Ha sbattuto la testa cadendo in cucina "ma se savevo che i me tegniva chi 3 ore no vegnivo miga". Non vede l'ora di tornare a casa, ma si vede che lì non ci sarà nessuno ad aspettarlo.
La signora Tamara è una badante ucrania che non mangia da 2 giorni ed è molto debole. I medici tentano di convincerla a tornare a casa, ma anche lei ha scritto in faccia che almeno qui ha un po' di compagnia.
Il signor Marco da 2 giorni ha un mal di testa tremendo e quando chinandosi a raccogliere un giocattolo dei figli ha visto tutto nero, ha deciso che era meglio andare a farsi dare un'occhiata. Ma ai figli non ha detto che andava in ospedale.
Poi nella sala entra la Sofferenza, quella vera. E' una signora sugli 80 anni, con una sospetta frattura al bacino, che continua ininterrottamente ad articolare delle sillabe sconnesse. Io sentirò i suoi da-da-da per poco più di un'ora e gli infermieri ci scherzano sopra, ma guardandola immagini il dolore dei suoi famigliari, che quel da-da-da lo sentono tutto il giorno tutti i giorni, chiedendosi probabilmente quanto di quella che chiamano anima sia rimasto in quel corpo di una persona a cui vogliono bene.
Poi per me arriva il momento di farmi ricucire e quelle storie spariscono veloci come erano arrivate. L'intervento è piuttosto ridicolo, e la preoccupazione principale è su come farò a togliere quel cerotto che si è aggrappato a 2000 peli. Dopo un altro po' di formalità sono pronto per tornare a casa, ma non ho ancora il permesso del medico.
Dopo 4 ore in quel posto mi sento già un po' di casa, e quando alle 21 smontano tutte le infermiere che mi hanno preso in consegna, mi sento come quando finisce il turno in campeggio e tutti quelli che hai conosciuto, bambini e assistenti, vanno a casa, ma tu rimani lì perchè ti hanno iscritto anche al turno successivo. Per fortuna non sono stato iscritto anche al turno successivo, e pochi minuti dopo le 21 torno a casa anch'io.
Fra le varie carte che mi danno da portare via per ricordo, tutte concordi nel dire che fra una decina di giorni sarò come nuovo, una dice: "Paziente vigile, collaborante, eupnoico, deambulante, fasico, ricorda l'accaduto, ben orientato". Chissà cosa scrivevano se invece di impalarmi vincevo la gara.