9 novembre 2010

1° Memorial Vladimìr Pàcl

La cartina è quella di Malè+Croviana, dove ho già corso qualche anno fa e la griglia in M35 è piuttosto scarna, ma con il solito duo Corradini&Cipriani a renderla succosa. Quest'anno mi hanno già battuto un numero imprecisato di volte, dopo che un numero imprecisato di volte ho pensato "oggi li batto". Così questa volta mi limito a pensare "se non li batto oggi in centro storico, non li batterò mai più".

Il tempo è brutto ma non infame come nel resto del Trentino, e alla partenza delle ore 11 non piove e la temperatura non è neanche troppo polare. La formula è quella della partenza in massa con multi farfalle, per cui nessuno ha la stessa sequenza ma la sequenza è obbligata (e dopo le mie ultime performance ringrazio sentitamente il Bezzi per la scelta).

Il riscaldamento è molto approssimativo, così come il tentativo di concentrazione, e alla prima lanterna arrivo qualche secondo dopo un ucraino che aveva fatto il giro da sotto, decisamente più corto (ma io avevo in mente il parco davanti al teatro dove c'erano gli spogliatoi, e in automatico ho rifatto la strada da cui ero venuto). Dopo la 2 stacco l'ucraino e mi avvio in compagnia Fabio Marsoner. Le gambe non le sento molto bene, ma se vado al suo ritmo tanto male non devono andare.

Le nostre strade si separano già alla 3 e proseguo attraverso il centro di Malè con il primo passaggio dalla 100, con un buon anticipo sulle scelte successive. La seconda ala non richiede grandi scelte ma solo un minimo di precisione di lettura, e così la terza.

La quarta offre un percorso un po' spezzettato quasi sotto la linea rossa, ma opto per il giro largo sulla strada principale che richiede meno sforzo di lettura. Alla chiusura dell'ultima ala sono ancora ben concentrato e vedo il Cip che punzona un paio di secondi dietro di me. Dopo il briciolo di attenzione richiesto dalla 17 si corre fino alla 22. Andrea rimane sempre dietro, ma non capisco se fatica a tenere il passo o si tiene per dopo. Andando alla 23 perdo per un attimo il contatto con la carta sulla stradina lungo i frutteti, e mi fermo all'incrocio facendomi superare. Ma alla lanterna sono già di nuovo davanti. Per la 24 c'è un minimo di salita che prosegue per la 25 e mi sembra di non sentire più il Cip alle spalle, ma non mi volto. Alla fine della discesa dopo la 25 do fondo a tutte le mie energie residue, che ri rivelano inaspettatamente abbondanti. In quel momento il pensiero che mi passa per la mente è "se mi supera adesso, bravo lui". Riguardo 20 volte la carta per prendere bene la 26, che mi sembra uno di quei tipici punti su cui si possono buttare le gare per un errore di lettura, e pur continuando a non vedere traccia dell'inseguitore spingo fino alla fine, cuidendo con 30 secondi di vantaggio sul Cip.

Nicolò, che pensavo già sotto la doccia, arriverà solo due minuti e mezzo dopo, incredulo per non averci mai visto durante la gara, e affermando di non avere sbagliato quasi nulla (ma gli split dicono che alla 18 un po' di casino deve averlo fatto).

La settimana di Venezia non poteva iniziare in modo migliore.

5 novembre 2010

Ego pirla in patria

Da quando sul calendario avevo visto la finale di Campionato trentino CSI in centro storico a Trento, ero entusiasta di fare una gara nel centro della mia città. Poi più recentemente mi ero messo a pensare che probabilmente non mi sarei divertito molto, dato che avrei dovuto guardare la cartina solo per capire dove erano le lanterne, mentre le scelte di percorso mi sarebbervo venute dalla conoscenza del posto. Però di andare così male non me lo aspettavo proprio.

La partenza è una nuova formula mutuata direttamente da "mai dire banzai", la trasmissione televisiva di qualche anno fa in cui dei giapponesi agghindati nei modi più inusuali cercavano di farsi male nei modi più vari. Nel nostro caso la componente kitch dell'abbigliamento era garantita dalle divise da orienteering, mentre l'istigazione all'autodistruzione è stata pianificata predisponendo una fila di cartine appese ad un filo da una parte della piazza, ed una fila di partenti, notevolmente più lunga di quella delle cartine, disposta parallelamente alla prima dall'altra parte della piazza. Entrambe le estremità della fila dei partenti dovevano necessariamente tentare di convergere verso le estremità della fila delle cartine, imbottigliando così quelli in mezzo. Cosa sia successo di preciso non lo so, dato che ho agguantato la cartina fra i primi e mi sono tolto di mezzo.

Quest'anno il mio feeling con le gare a sequenza libera si era già dimostrato notevolmente inferiore agli anni scorsi, e anche in questa occasione non mi sono smentito. Dopo essere partito nella stessa direzione di Candotti, Miori e Segatta, ed aver punzonato la 25 dopo il primo, loro spariscono dalla mia vista, e io mi accorgo ben presto che per il giro che ho intenzione di fare er decisamente meglio se prima facevo quella che stava appena più a destra di una immaginaria linea rossa fra la partenza e la 25. Ben presto, ma non prima che sia troppo tardi, dato che se l'avessi fatta prima della 18 i danni sarebbero stati ancora contenuti. E' invece proprio poco dopo la 18 che mi viene l'altra idea geniale di giornata: togliere il nylon dalla cartina, "tanto non piove più".

Scegliere la sequenza delle lanterne successive non è banale, ma come previsto leggo la carta solo per vedere dove sono, mentre scelgo le strade andando a memoria. Ed è l'eccesso di confidenza con il posto e lo scarso uso della carta (che negli ultimi 10 minuti di gara si trasformerà in una spece di poltiglia che devo trattare con la cura di una pergamena egizia perchè non mi si spappoli in mano) che mi induce all'errore definitivo. La 8 infatti decido dove sta dando solo una occhiata vaga alla mappa e ignorando i molteplici elementi che mi avrebbero potuto far capire che avevo deciso per la galleria sbagliata (primo fra tutti il fatto che uscito dalla galleria non mi tornava più niente). Ero talmente sicuro, che quando non ho trovato la lanterna (in compagnia di un altro pirla, ma non è una attenuante) ho concluso che l'avevano portata via senza neanche ricontrollare se magari non ero nel posto sbagliato.

Il resto della gara, corso quando ancora non sapevo, dopo la lunga digressione per andare a recuperare la lanterna che avevo lasciato indietro, è stata una sgambata veloce e bagnata in una zona non particolarmente bella nè orientisticamente interessante. In ogni caso, sarei arrivato terzo degli M35, dopo Candotti e Segatta. Quasi meglio che agli annali rimanga PM...

Campionato Trentino Long

Arrivo a Caltena all'ultimo campionato trentino della stagione in una strana situazione: ho al collo due medaglie dei campionati italiani e una della classifica finale di Coppa Italia, ma nessuna medaglia di campionato trentino. La zona è stupenda, la gamba discreta, il morale è alto, ma il tempo è un po' infame e la concorrenza agguerrita: non sarà una giornata facile. Ho già corso su questa cartina nella 5giorni del Primiero dell'anno scorso, ma questa volta la prendiamo da una parte diversa, e con un pezzo di cartina in più.

Arrivo un po' affannato in partenza causa ritardo di preparazione, ma ci arrivo discretamente concentrato, e al bip lungo parto deciso nel pratone, che è sempre un bel partire. Scelgo di attaccare la uno dalla sella, allungo un po' ma risparmio qualche curva. L'idea è buona, ma perdo un po' di secondi a controllare se la roccia è sopra o sotto la radura. Arrivo dritto sulla lanterna, ma potevo arrivarci prima.

Per la 2 scelgo di percorrere la strada e di attaccarla quando sotto la strada si vede la radura. Non male, ma sceso dalla strada incontro un bel sassone che non trovo in carta. Attimo di dubbio e poi decido che non è mappato. 30 metri più a destra trovo la radice e la lanterna.

Esco dal punto senza un piano preciso in testa, e per la 3 faccio il percorso più stupido possibile, andando prima a ovest, poi tornando a est, poi salendo troppo, e infine raggiungendo la lanterna in discesa. L'escursione mi costa più di 1', e altr 15'' li lascio sulla cortissima 4, attaccandola un po' a caso.

Per la 5 c'è la prima vera scelta: si può stare molto alti e allungare, o accorciare e farsi poi 5 curve di livello. Opto per la seconda possibilità, ma con il senno di poi la scelta nella scelta non è felicissima: se lo scopo era andare più dritti possibili, tanto valeva arrivare fino al fondo della valletta giallina e poi risalirla. Comunque arrivo al punto in sicurezza (ma 1' e 10'' più lentamente di Corradini).

La 6 è quasi banale (a patto di non girare la carta come fa il Cip) e per la 7 decido di seguire la strada asfaltata nonostante forse la linea diretta sarebbe stata decisamente più corta e non molto più ripida. Ciononostante ottengo inspiegabilmente su questa tratta uno dei miei 2 migliori intertempi di giornata, ed è una di quelle piacevoli occasioni in cui pensi "e adesso la lanterna è in questa valletta" e la trovi esattamente dove pensavi fosse".

Troppa grazia Sant'Antonio, e infatti faccio una castronata per la 8, che non è niente di particolare. I segnacci neri mi incutono timore e invece di scendere tranquillamente sotto la linea rossa fin quasi al torrente, decido di dover passare per forza per il giallino sotto il becco dentato. Peccato che sul becco dentato di finisco proprio in cima, affacciandomi sul vuoto dopo essere salito inutilmente 10 metri di ghiaino molto ripido. Altri 2' buttati, nonostante poi dalla paludina riesca ad attaccare bene la selletta e la radurina.

Per la 9 scelgo di fare subito la salita. Corro bene e l'attacco perfettamente andando in curva dalla collinetta vicino alla strada e poi risalendo verso il dossetto. Quindi doveva esserci una strada più furba dato che il Cip ci mette 20'' di meno.

A questo punto vedo aumentare considerevolmente i puntini neri sulla carta, e mi impongo calma e sangue freddo. In teoria per la 10 basta seguire la curva di livello e fermarsi al sassone in cima all'avallamento pronunciato. Per una volta la pratica coincide con la teoria: come faccia Corradini a metterci 17'' di meno rimane per me un mistero.

La 11 appare subito come lo spartiacque fra una buona gara e il tracollo. Come insegnatomi cerco di pulire la carta dal nero e di aggrapparmi alle curve di livello, ma la morfologia della zona non aiuta un cavolo. Decido quindi di attaccare dal roccione a sud ovest del punto, che in carta è segnato come un mostro da 40 metri di sviluppo e in teoria dovrebbe dominare la zona. Però il mostro domina ben poco, confuso fra una miriade di sassoni e roccioni straordinariamente pittoreschi ma inestricabili. Avanzo piuttosto piano perchè non esiste un passaggio più o meno agevole fra le rocce, per ritrovarmi infine sul sentiero a monte anche della 12. Se non altro mi dà la possibilità di ricollocarmi, ma anche la successiva ridiscesa sarebbe destinata al fallimento se non incrociassi Corradini (che partiva 12' dietro di me...) che arriva al punto.

Un po' depresso, inizio deliberatamente a seguirlo per la 12, fino a quando vedo una primierotta che stava con lui prendere una direzione diversa. Al mio "ma Corradini va di là" lei mi risponde "fossi in te non ci farei troppo affidamento, prima era perso", decido di avviare delle ricerche in proprio. Peccato che confondo banalmente un masso a bordo strada con un altro, e vago qualche altro minuto prima di accorgermi dell'errore e trovare la lanterna, che era davvero nascosta, e di ragguagliare Nicolò sulla sua posizione.

L'episodio mi ringalluzzisce, e mi lancio alla 13 adoperando la tangenziale, con Nicolò attaccato dietro. Stessa cosa tornando al centro della farfalla e poi andando alla 15, mentre per la 16 rimaniamo un po' alti, ma io me ne accorgo mentre lui prosegue. Punzono la 16 da solo, scappo alla 17 (centro della farfalla) prima che lui mi raggiunga, e poi per la gioia di aver finito i punti fra i sassi e di aver seminato Corradini, sbaglio completamente la 18. Di positivo c'è che incontrato il rudere che dove pensavo di essere non c'era segnato ho iniziato a cercarlo in cartina invece di pensare che non era cartografato. Di negativo che ero arrivato al prato sbagliato e che avevo 8 curve da risalire. Ad un centinaio di metri dal punto vedo Nicolò che sfreccia verso quello successivo, e mi sento proprio un idiota.

Le ultime lanterne servono solo a dire che le gambe vanno ancora discretamente, e poi è di nuovo medaglia di legno, come ai campionati trentini middle.

22 ottobre 2010

Finale di Coppa italia - Alta val di Non

Peccato che non ci fosse qualche fotografo serio alla gara di Fondo (o che se c'era non si è palesato con qualche galleria su flickr) perchè credo avrebbero potuto venir fuori della gran belle foto. Certo avrebbe avuto bisogno di un bel paio di guanti, perchè la temperatura era un po' rigida, ma tra il lago (del quale ho rubato uno scatto dal FVG) e i corridori-leprotti sulla neve della parte alta, lo spettacolo era notevole.

Come notevole è stato anche l'impegno richiesto agli atleti, che hannno decisamente trovato pane per i loro denti. E meno male che almeno non ha piovuto, perchè in caso contrario i 55' per andare in partenza sarebbero stati un vero calvario.

Io ho tentato di usare il trasferimento in quota per snebbiare un po' la testa, oppressa da un raffreddore che non riesco più a scacciare, e che mi dava la sensazione di avere giusto una feritoria fra le sopraciglia e gli zigomi. A darmi morale appena arrivato in partenza ci pensa Marco Ongaro, che mi accoglie con un "che brutta faccia che hai!". Io ringrazio, e tento di non surgelarmi prima del via, dato che sono arrivato su con troppo anticipo. Decisamente non mi sento in gran condizione, ma ho faticato troppo quest'anno per lasciare andare in vacca anche l'ultima long nazionale della stagione.

Il posto è bellissimo, se ci fosse il sole e non avessi il cervello annebbiato, sarei in estasi mistica. Invece mi limito a cercare di concentrarmi al massimo, e a vedere da che parte va Hueller che mi parte 4 minuti davanti. Appena presa la cartina vado dove è andato lui, salvo poi abbandonare la scelta della linea rossa che avevo fatto, per mancanza di fiducia nella mia capacità di trovare poi un punto d'attacco. Ondeggio lungo la collina, scegliendo alla fine la strada più lunga e con più dislivello. A dirmi che la giornata non è proprio disastrosa è il fatto che riconosco subito in una roccia che incontro quella in corrispondenza del cerchietto della 1, e attacco la lanterna in sicurezza. Questo mi fa partire un po' più fiducioso per la 2, facile, e per la 3, che raggiungo con un po' troppa prudenza ma che trovo al primo colpo seguendo la radurina. Quando riparto per la 4 e provo a spingere un po' in salita, sento che le gambe vanno e seguo deciso il crinale che costeggiando il verde mi porta fino alla lanterna.

Qui si impone la prima scelta: scendere fino al primo sentiero e allargare molto, o scendere al secondo ma dover poi risalire 15 curve. Opto per la prima, quasi senza dislivello e molto scorrevole anche se più lunga. Procedo spedito e incrocio 3 caprioli, mentre comincia a cadere qualche fiocco di neve. Vanifico una buona tratta non scegliendo un buon punto d'attacco e salendo troppo presto, col risultato che pascolo un po' (2'?) prima di trovare la 5. Andando alla 6 si attraversa il "limite neve", che passa da 0 a 20 cm nel giro di pochi metri. Alla 6, che attacco un po' troppo basso, incontro anche Hueller e Rigoni: al primo ho recuperato 4', dal secondo ne ho persi 6. Li perdo andando alla 7, che raggiungo correndo nei prati innegati, purtoppo ancora troppo annebbiato per godermeli in pieno.

Le tracce nella neve sono una buona linea di conduzione, a patto di scegliere quelle giuste. Riesco a mantenere bene il contatto con la carta e a fare bene la 8. Poi a rotta di collo sulla strada per la 9, con taglio della curva suggeritomi dalle impronte che andavano di là. Anche qui purtroppo incorro nella solita leggerezza del mancato punto d'attacco, e questa volta nonostante mi fosse chiarissimo che su quella costa con pratini e boschetti era necessario averne uno. Quando penso di riconoscere il movimento del terreno poco a sud della lanterna, sono in realtà un pezzo più a ovest, e mi salva il recinto tondo con il laghetto, che mi permette di riposizionarmi. Quanto arrivo alla 9 sta arrivando anche Hueller, che evidentemente era andato un po' a spasso nelle due lanterne precedenti, e ci avviamo insieme in costa per la 10, che trovo facilmente attaccandola lungo la curva di livello dopo essere sceso fino al prato dal sentierino vicino alla casetta.

Alla 11 ci porta il sentiero, mentre per la 12 evito la linea rossa in costa e scendo per andare a prendere il sentiero che mi ci porta comodamente anche se al prezzo di un po' di salita. Andando alla 13 prima lungo il sentiero e poi scendendo il prato, mi accorgo che sta per avere inizio la "zona finlandese", e mi predispongo ad una sana prudenza. Mi sforzo di leggere soprattutto le curve di livello, e vengo aiutato anche un po' anche da Salvioni che si aggira in zona, ma sempre sapendo esattamente dove sono: nessun ottimo tempo, ma nessun naufragio fra le rocce.

Per la 16 faccio un pensierino alla via breve tra i roccioni. Ma prima mi scoraggia il vallone dietro i roccioni, poi l'apparizione dei riccioni medesimi che spuntano fuori dal bosco: pareti di roccia da 40-50 metri. E' vero che in teoria ci dovrei passare in mezzo, ma lasciamo perdere. Ha inizio così quella che poi scopro essere quasi una corsa campestre, dato che ci metto 25' e 36'' per arrivare alla 17 (ed è il terzo tempo di tratta). Le gambe vanno ancora bene lungo l'asfalto, ma spreco un po' di energie salendo troppo presto dallo slargo sbagliato e facendo un paio di nasi di troppo sotto l'alta tensione. Quando raggiungo il sentiero a cui puntavo raggranello un po' di forze per poi tagliare la costa, ma non riesco a staccarmi dalla curva di livello, arrivando parecchio più in basso del ristoro che volevo usare come punto d'attacco per la 17, e scoprendo poi che non era un gran punto d'attacco (per altro leggendo il blog di Andrea Segatta vedo che c'era una scelta di attacco al punto molto più intelligente, utilizzando il vallone che ci arrivava da sotto).

La 18 la faccio bene, in compagnia di Cristellon, ma senza seguirlo, e così la 19. Per la 20 le nostre strade si separano, e decido di andare ad attaccare il punto in sicurezza dal bivio dei sentieri, invece di avventurarmi sotto la linea rossa. L'idea era ottima, ma l'esecuzione pessima. Mi esibisco in due pessimi azimut, prima grossolanamente troppo a destra, poi impercettibilmente troppo a sinistra. Quando torno al maledetto incrocio e mi prendo la briga di controllare la direzione con attenzione, trovo il punto in 15''. Peccato che prima abbia buttato 10 minuti. Mi butto un po' a caso verso la 21, che mi appare magicamente fra gli alberi, e andando verso la 22 mi accorgo che le gambe non stanno più spingendo, anche se potrebbero. Nonostante il morale un po' a terra riprovo ad attaccare sulle ultime lanterne, tecnicamente semplicissime, ed ho ancora le energie per fare il miglior tempo sullo sprint lungo lago.

A pranzo con Rigoni, al quale cerco di carpire i segreti della sua preparazione atletica, mi dice candidamente: "sono stanco io, non mi immagino come potete stare voi". E in effetti io ho male praticamente dappertutto, ma mi sono portato a casa il terzo posto di giornata
(dietro a Rigoni e Cipriani), la medaglia di bronzo nella classifica finale di coppa Italia (dietro a Rigoni e Cipriani), e il titolo di "rivelazione della stagione nel bosco" assegnato da Grilli sul sito FISO. Vediamo se mi passa anche il raffreddore.


15 ottobre 2010

Finale di Coppa Italia a Fondo

Considerando che:

1 - la M35 sono più di 16 chilometri sforzo
2 - una attenta analisi delle mie prestazioni degli ultimi 5 anni ha evidenziato che non ho MAI corso bene una vera long

3 - il terreno di Fondo è "un po' finlandese"
4 - Rigoni parte 6 minuti dopo di me
5 - c'è il rischio che io raggiunga Rampado

6 - ho ancora il raffreddore e sono piuttosto rintronato

il mio tentativo di salire sul podio dell'ultima gara di Coppa Italia e di conseguenza su quello complessivo, potrebbe finire molto male.
Del resto, se non riesco ad arrivare sul podio in neanche una gara long seria, non merito il podio finale della Coppa Italia. Vedremo.

Cambio di scala

Nonostante mi abbia fruttato più di una (2, in effetti) benevola presa per il culo, la mia riflessione sul mezzo campo da calcio è proseguita fruttuosamente nel dopogara della staffetta di sabato scorso. Mi chiedevo infatti perchè il mio cervello effettuasse il "cambio di scala" di cui al post precedente. Lungi dall'essere sia perfetto, i solito quando riceve una regola, la segue: perchè in zona punto andava in tilt? La risposta è stata che spesso nel tondino della lanterna ci sono dei sassi, o, ancora più precisamente, che i sassi diventano particolarmente importanti proprio nel tondino. E qui il cervello incappa in quello che è davvero un cambio di scala, ma non fra dentro e fuori dal tondino, ma fra un oggetto e quello che lo circonda.

Quello che il cervello vede nel francobollo qui a fianco sono due puntini neri separati da una distanza pari alla dimensione del puntino. Il cervello, almeno il mio, da questo capisce: ci sono due sassi che hanno una distanza pari alla loro dimensione. Quindi se i sassi sono grandi un metro, fra loro ci sarà circa un metro di distanza. La cosa è perfettamente logica e perfettamente sbagliata. La dimensione del puntino fa infatti riferimento agli standard issom, mentre la loro distanza fa riferimento alla scala della cartina. Quindi in questo caso i sassi sono di 1 metro e distano 15 metri uno dall'altro. E in realtà le cose sono ancorapiù complicate. Perchè la distanza fra i due sassi sarà massimo di 15 metri, ma potrebbe essere anche di 4, 8, 10, 12 o un numero intermedio, dato che per farli vedere distinti il cartografo non può disegnarli troppo vicini. Vero, cartografi?

Detto in termini tecnici anche se non orientistici, la roba sopra vuol dire che la scala in cui è disegnato l'oggetto (qualcosa come 1:100) è molto diversa da quella circostante (1:15.000). Ma c'è anche di peggio. Ci sono infatti anche degli oggetti che hanno una scala in una dimensione, e un'altra nell'altra. E' il caso degli oggetti lineari, come una strada o un muretto, che nella direzione in cui si sviluppano hanno la scala della cartina, mentre nell'altra sono paragonabili ad un sasso. Per cui il muretto nel cerchietto del francobollo qui a fianco il mio cervello se lo aspetta delle dimensioni di una panchina, mentre può essere lungo 20 metri (o anche molto meno, per il discorso di cui sopra sulle lunghezze e distanze minime).

Non è mica una roba facile l'orienteering.

12 ottobre 2010

Arg! (e Alp)

Lo so che il trofeo Arge Alp è una competizione a squadre, e nelle competizioni a squadre le prestazioni dei singoli valgono poco. Ma dato che tanto il Trentino ha vinto, posso anche concedermi di analizzare le mie prestazioni, che ben poco lustro hanno portato alla mia squadra. E sì che erano 30 anni che sognavo di poter indossare la tuta della rappresentativa provinciale, non potendo mai coronare il mio sogno quando ero un giovane buon cestista, perchè il livello nella nostra provincia era così basso che non meritavamo di avere una rappresentativa ai tornei nazionali.


Al via della seconda frazione della staffetta M35 ero bello carico, concentrato, e per una volta anche elegante, grazie alla nuova divisa da squadra del Trentino che aveva preso il posto della mia tutina vintage del US San Giorgio o di quella da catarifrangente umano che uso di solito. Friz mi dà il cambio con un distacco significativo dai primi tre, ma a poco più di 3' dall'Alto Adige, per il quale Giuliano Rampado mi precede nel bosco. Il lieve prato digradante e il lungo lago in pianura mi danno lo slancio per affrontare le prime lanterne. Parto molto bene, individuo subito il cocuzzolo della prima, salgo dalla parte giusta per il semiaperto della seconda, scendo alla facile terza, mi faccio portare dai sentieri fin davanti al crinale dove si intravede la quarta, vado tranquillo sulla quinta, e verso la sesta inquadro Rampado, che supero a velocità doppia salendo sulla collina dietro la quale trovo la lanterna: gli ho recuperato 3 minuti in 12 di gara. Il che vuol dire che sono tecnicamente alla sua altezza e fisicamente una spanna sopra. Peccato che mentalmente sia all'altezza del suo polpaccio.

Appena raggiungo Rampado infatti cado nella mia tradizionale confusione totale da raggiunto avversario, e invece di continuare con lo stesso passo, vado totalmente in confusione. Praticamente, smetto di fare orienteering, e comincio a cialtroneggiare per il bosco. Prima finisco in una specie di cratere nel tentativo di raggiungere la 7 lungo il crinale (e Giuliano sopraggiunge dalla parte giusta trotterellando e punzonar prima di me). Poi riparto di slancio e di nuovo punzono la 8 dopo Giuliano perchè lui sa dove sta andando e io non esattamente. Poi scegliamo due strade diverse, ma la sua porta alla 9 e la mia alla perdizione.
Peccato che mentalmente sia all'altezza del suo polpaccio.


Trascorro i successivi 3 minuti nel vagare per una insignificante collinetta, nonostante ci siano almeno un paio di punti d'attacco elementari, e incroci addirittura Maddalena che sta andando al mio punto, ma a me sembra vada altrove. Una volta punzonato la 9 Rampado è sufficientemente lontano perchè io possa ricominciare ad usare il cervello, e faccio discretamente le successive 4. Quando passo dal punto spettacolo, di lui non c'è traccia da nessuna parte, e dunque nella smania di raggiungerlo mi metto a zigzagare sia andando alla 15 sia alla 16.

Lo intravedo alla 17, e quindi sbaglio la 18 non di molto, ma era talmente elementare che già 10'' sono un delitto. Comunque lo raggiungo perchè lui si inchioda sulla salitella e io riparto assatanato. Ma mi perdo un'altra volta rimanendo basso sotto il punto, e solo mettendomi vigliaccamente a cercarlo trovo lui e la 19. Corro come un matto lungo il dirupo verso la 100 per dare almeno il cambio davanti a lui. Ci riesco, per una ventina di secondi, ma la prestazione è veramente penosa.

Il giorno dopo i miei doveri verso la patria sono ancora più flebili. In M35 per il Trentino corrono Rigoni, e Hueller, quindi la possibilità che servano i miei punti è quasi nulla. Però ci terrei a fare una bella gara. La cartina pare essere molto bella, e il viaggio in bidonvia per la partenza mi piace un sacco, anche perchè ha una bellissima vista sul lago di Molveno e sul Gruppo di Brenta. Parto molto deciso sulla prima, ma già alla seconda sono a funghi, probabilmente perchè rimango un pelo alto al primo giro e un pelo basso al secondo: solo un tedesco mi permette di trovarla in tempo ragionevole (e intanto Rampado, partito 2' dopo di me, già mi trotterella poco dietro...).

Faccio una scelta molto prudente e faticosa (giù e su) per la 3, faccio di nuovo giù e su per la 4, ma questa volta senza volerlo, e poi mi avvio baldanzoso verso la 5, che mi darà il colpo di grazia al mio fine settimana orientistico. La lanterna è su un collinone che non è semplicissimo da mancare, ma mi fermo qualche centinaio di metri prima insospettito da uno strano casino sul terreno (probabilmente l'avallamento coperto dalla linea rossa) e vado in crisi. Scendo un po', torno un po' indietro, trovo una roccia che penso essere quella sotto la lanterna, risalgo, ma non c'è nessun dosso. Rimando a meditare, non troppo lucido, sulla carta e alla fine trovo su quale roccia sono finito. Da lì trovare la 5 è piuttosto semplice, così come poi le successive 6 lanterne, durante le quali mi accorgo però che le gambe non vanno più un granchè.

Dopo la 11 tocca fare la scelta di percorso per la 12, ma nonostante ci perda un po' di tempo non mi pare ci sia un granchè da scegliere. Magari potevo fare un pezzo di sentiero prima della strada asfaltata, ma rimane il fatto che bisogna risalire poco meno di 15 curve di livello, e non ne ho più molta voglia. Per un pezzo addirittura cammino... Dopo la 12 arrivo discretamente alla 13, dove impreco in direzione del tracciatore nel vedere che bisogna di nuovo tornare in fondo al vallone per tornare su dall'altra. La salita verso la 14 non sarebbe esattamente irresistibile, ma non ne ho più e solo il bip di un tedesco mi impedisce di vagare per la costa per un tempo imprecisato. La 15 è lenta ma facile, sulla 16 perdo vari minuti nel non accorgermi che devo scendere due curva dall'uscita dal roccione e nel cercarla lì nei dintorni, la 17 è facile, e la 18 anche, ma seguo due signore in uno strano semiaperto invece di andare al giallino dove volevo, e mi tocca poi capire dove sono e tornare su.

Al traguardo, il cronometro dice 1 ora e 46', con tre quarti d'ora da Rigoni, 25' da Grassi, più di un quarto d'ora da Hueller. Però sul podio con la squadra alla fine è stato carino.